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L'esemplare battaglia delle figlie (ultranovantenni) di un barone calabrese

DA OLTRE 35 ANNI IN LOTTA PER L’EREDITA’

Sono le figlie legittime ma non hanno diritto all’ eredità. Ida e Grazia Mazziotti, ultranovantenni, hanno combattuto per oltre 35 anni nelle aule di giustizia italiane. Sino alla Suprema Corte di Cassazione. Per essere prese in giro.

Questo pare essere l’amaro epilogo di una vita dedicata a fare emergere la giustizia, rivendicando i loro sacrosanti diritti ereditari.

Infatti, se la corte d’appello aveva, almeno in parte, dato loro ragione, la Cassazione ha cancellato quella sentenza «con tre righe». I giudici del Palazzaccio, secondo l’ avv. Paolo Gamberale che ha cercato di ottenere la revocazione straordinaria della scandalosa sentenza sono incorsi in una «svista». Un «errore di fatto», per rimediare al quale l’ordinamento, in sede civile, offre una unica possibilità, quella di ottenere l’ annullamento della decisione, ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c. 

La storia è una storia d’altri tempi. Che comincia alla fine dell’Ottocento in Calabria, a Saracena, provincia di Cosenza. Qui il barone Giovanbattista Mazziotti, avvocato, possiede circa 120 ettari di terreni e fabbricati rurali. È ricco e celibe, ma non è solo: ha una relazione con Tommasina Ferrari, sposata e abbandonata da un marito che è emigrato in America subito dopo il matrimonio e non è più tornato. In 40 anni, tanto dura il legame «clandestino», vengono al mondo tre maschi e tre femmine. Fra cui Grazia e Ida, oggi, sono le sole superstiti. «Il barone – ci racconta una nipote delle anziane signore, Vittoria Maradei – allevò e si curò dell’educazione e della crescita dei figli, ma non riconobbe mai la paternità». I rampolli ebbero il cognome del padre sparito, Di Pace, e quando Mazziotti morì, nel 1969, scoprirono che il patrimonio già non c’ era più. La metà era stata regalata al nipote (da parte del fratello) Domenico, anch’ egli avvocato, in occasione delle sue nozze: anno 1945. Altri 60 ettari erano stati ceduti, sotto forma di rendita vitalizia, al pronipote dodicenne, Carlo, nel 1958. Il testamento, per quel poco che restava, nominava erede universale ancora Domenico Mazziotti, l’attuale controparte delle cugine. La causa inizia il 31 agosto ‘ 71, quando due dei figli del barone già non ci sono più. Inizia e subito finisce, in quanto gli altri quattro fratelli Di Pace non possono dimostrare che il padre, in realtà, è un altro. La corte d’appello, alla quale si rivolgono dopo la sconfitta in tribunale, sospende il giudizio in attesa dell’ accertamento della paternità, sentenza che si fa attendere 15 anni. Ma è il passaggio fondamentale. I Di Pace (a questo punto Mazziotti) riprendono la vertenza e vincono il primo round: le sorelle (anche il terzo fratello nel frattempo è morto) sono le eredi legittime, benchè possano aspirare soltanto al recupero dei pochi beni elencati nel testamento e della donazione nuziale del ‘ 45. Per la parte ceduta al pronipote, invece, non c’ è nulla da fare. Per motivi diversi la sentenza viene impugnata sia dalle figlie del barone (ormai due), sia da Domenico Mazziotti. Questi sostiene che il regalo avuto dallo zio per il matrimonio non può essergli sottratto, perchè le eredi hanno tralasciato di sottoporre la questione al collegio quando la causa è ricominciata, nel ‘ 98. La tesi, bocciata dai giudici d’ appello, viene invece accolta dalla Cassazione. E le anziane sorelle si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Per le signore Mazziotti è una doccia fredda. Ma come? La donazione nuziale, spiega l’ avvocato Gamberale, era menzionata alle pagine sette e otto del ricorso per l’eredità. Si è trattato senza dubbio di un errore «obiettivamente e immediatamente rilevabile». Che, si augurano Ida e Grazia, la Suprema Corte possa cancellare, come riferisce, Lavinia Di Gianvito, nella minuziosa ricostruzione dei fatti pubblicata sul Corriere della Sera e sopra riassunta.

Ma le cose non vanno come dovrebbero. L’elementare diritto di eredi legittime, “scippato” dal potente cugino (Domenico Mazziotti), vicino alle locali logge templari, non viene ancora una volta riconosciuto, neppure in sede revocatoria.

Della lunga odissea giudiziaria delle due anziane sorelle, che ha le sue origini nella Calabria latifondista e baronale, dove il padre Avv. G. Mazziotti ha una relazione durata 40 anni, con la madre delle sorelle, già coniugata con un precedente marito (che dopo il matrimonio l’abbandonava, emigrando in America), ne da notizia anche la stampa nazionale, nonché la trasmissione televisiva Mi Manda Rai 3, ben illustrando grazie alla nipote Vittoria Maradei, gli inquietananti retroscena ambientali che hanno impedito alle due battagliere vecchine di ottenere il riconoscimento dell’ingente patrimonio paterno, costituito da vari fabbricati, 120 ettari di terreno e conseguenti rendite per il valore di svariati miliardi delle vecchie lire.

Si trattava, in un buona sostanza, di smascherare una lampante simulazione di una finta donazione che il padre fece al nipote e pronipote Domenico Mazziotti, escogitata in punto di morte (il padre Giovanbattista Mazziotti morì nel 1969),  dietro minacce, per diseredare completamente i figli naturali, mai riconosciuti, nemmeno nel testamento, seppure la madre e il padre avessero com già detto vissuto “more uxorio, per oltre 40 anni, unitamente ai figli, sotto lo stesso tetto, in un rapporto famigliare quasi perfetto, pur non essendosi mai, formalmente, sposati, a causa delle resistenze della famiglia paterna che vantava altolocate discendenze templari, ritenendo la madre, Ferrari Tommasina, di umili origini.

A tale contesto etnosociologico, in cui nel corso degli anni è stato tentato veramente di tutto per impedire alle eredi legittime di intraprendere la causa e di proseguire l’azione intentata nei confronti del cugino, si aggiunge il contesto clientelare della giustizia, che impedisce di ottenere quella giustizia, apparentemente elementare, codificata prima nella Costituzione, eppoi nel codice civile, con l’equiparazione legale e sostanziale dei figli naturali a quelli legittimi.

LA SCANDALOSA LUNGAGGINE E RETROSCENA DELL’ITER PROCEDIMENTALE

Nel 1970, dopo varie peripezie e rifiuti, dipesi, soprattutto, dalle reticenze dell’ambiente calabrese (Castrovillari è ai piedi del Pollino),  ancora caratterizzato da una sorta di feudalesimo, le sorelle riuscirono finalmente a trovare un avvocato disposto ad intraprendere la causa – cosa di per sè a volte difficile anche al nord in casi consimili – al fine di ottenere di essere riconosciute figlie legittime del padre che non volle mai riconoscere i figli coi quali visse fino alla morte insieme alla sua convivente perché questa, non aveva origini sociali ritenute dalla famiglia compatibili con il matrimonio.

Ma, ciò che pur appare “prime facie”  un diritto naturale, nell’attuale aberrante sistema di tacite connivenze, contiguità e aperte collusioni istituzionali, privo di effettivi controlli sull’operato della magistratura, assai spesso non trova quella equa riparazione che ogni persona di buon senso e buona fede si aspetta. Ciò, semplicemente, perché molto spesso gli interessi lesi da riconoscere riguardano le logge massoniche, i locali ambienti forensi, la politica, l’economia e, insomma, chi insomma gode di <protezioni altolocate>, con capacità di pilotare le decisioni su magistrati compiacenti – e, nel caso, se necessario – oliare i meccanismi del potere decisionale, sino alla Suprema Corte di Cassazione.

Ed è così che una semplice causa ereditaria di facile soluzione, quando le controparti sono affiliati a fratellanze, consorterie politico-affaristiche od amici di amici, viene, scientemente, aggrovigliata e dilatoriamente rinviata sine die la sua definizione, per rendere impossibile alle malcapitate vittime di tali artefizi e manovre processuali, il riconoscimento di quegli elementari diritti che in un paese normale e con una magistratura veramente indipendente verrebbero affermati nel giro massimo di tre anni.

Nella specie, dopo ben 35 anni, tenuto conto che le anziane sorelle 92enni erano ancora in vita e non si davano pace, interviene nel novembre 2004, una prima sconcertante sentenza della II sezione civile della Corte di Cassazione (Relatore Dr. Schettino, C. n. 21903/04) che, contro il parere dello stesso Procuratore Generale, con poche righe, incorrendo in palesi errori di fatto e nell’erronea lettura di atti interni, annulla ben 35 anni di cause, cassando la precedente sofferta decisione della Corte d’Appello di Catanzaro, favorevole alle sorelle, con la quale erano stati, invece, riconosciuti i loro diritti di eredi.

E’ a questo punto che viene inoltrato ricorso per revocazione, ex art. 391 bis c.p.c., fondato sull’errore di fatto, contenuto nella sentenza di annullamento della decisione della Corte di Appello di Catanzaro, che riconosceva la ricostruzione dell’asse ereditario e la riduzione della cosidetta “donazione obnuziale”, attraverso cui il cugino si è indebitamente impossessato dell’intero patrimonio ereditario. Il ricorso straordinario viene ancora una volta respinto con motivazioni palesemente capziose, senza tenere in alcun modo conto delle specifiche censure mosse dal legale alla precedente sentenza (C. n. 22835/05).

L’epilogo di questa esemplare quanto amara vicenda dimostra non trattarsi di mero “errore revocatorio”, come abilmente cercato di rappresentare dal difensore per mediare (a cui i giudici di Cassazione ove in buona fede ben avrebbero potuto porre rimedio), bensì di vero e proprio “dolo revocatorio”, disciplinato dall’art. 395 c.p.c., sia da parte dei membri del collegio giudicante sia dello stesso P.G. di udienza, che in stridente contrasto con il precedente favorevole parere già espresso nel pregresso giudizio di legittimità, oggetto di revocazione, chiedeva del tutto inopinatamente il rigetto del nuovo ricorso.

Dall’esame degli atti risulta infatti in maniera eclatante e incontrovertibile la sussistenza del dolo revocatorio in cui è incorsa per ben due volte consecutive la Cassazione, in quanto è falso che nel precedente ricorso avanti alla Corte di Appello di Catanzaro “non siano state riproposte le domande di riduzione della donazione“, come capziosamente e infondatamente affermato nelle decisioni contestate da avvocati senza frontiere, che si ritengono l’effetto di probabili oscure pressioni e interessi, oltre che affette da palesi falsità ideologiche e dolo degli organi giudicanti, stante la gravità del loro comportamento sul piano strettamente giuridico e giurisdizionale. Attraverso tale espediente i giudici di Cassazione hanno probabilmente inteso continuare a favorire una parte in danno dell’altra, ragione per cui è stato ipotizzato il reato di favoreggiamento, falso ideologico, abuso continuato e interesse privato in atti di ufficio, oltre che di associazione a delinquere, come denunciato alla Procura di Potenza. C’è da augurarsi che vengano svolte tutte le opportune indagini nei confronti dei magistrati giudicanti per restituire credibilità alle decisioni della Suprema Corte di Cassazione e la fiducia di tutti quei cittadini onesti che hanno speso la loro vita i patrimoni alla ricerca della verità e della giustizia, come le sorelle ultranovantenni Ida e Grazia Mazziotti.

http://archiviostorico.corriere.it/2005/ottobre/09/anni_lotta_per_eredita_co_10_051009106.shtml

RIAPRIAMO IL CASO DI DONATO BERGAMINI

Il 18 novembre del 1989 il centrocampista del Cosenza Donato Bergamini, 29 anni, morì a Roseto Capo Spulico, nella zona dell’ alto Jonio cosentino, investito da un autotreno lungo la statale 106 jonica. Il conducente del mezzo, Raffaele Pisano, 53 anni, imputato di omicidio colposo, fu assolto dal pretore di Trebisacce «per non avere commesso il fatto».
La sentenza venne confermata dalla Corte d’ appello di Catanzaro. La tesi dei giudici, sia in primo grado che in appello, fu che Bergamini si fosse suicidato. E sui motivi per i quali il giocatore del Cosenza si sarebbe tolto la vita erano state avanzate varie ipotesi. Era terrorizzato. Ma da chi o da che cosa? Donato Bergamini, eclettico centrocampista del Cosenza, il suo segreto se l’è portato nella tomba. Che motivo aveva un giovane di 27 anni, con un contratto che gli consentiva di guadagnare quasi 200 milioni all’anno, per decidere dapprima di eclissarsi, partire, emigrare, in ogni caso di lasciare Cosenza e il calcio, e poi scegliere di morire davanti agli occhi della fidanzata?
Si parla di droga. Si intravedono i contorni ancora oscuri di un giro pericoloso in cui il calciatore, che era originario di Boccaleone, nel Ferrarese, ma che era alla sua quinta stagione con la maglia rossoblù del Cosenza, sarebbe stato coinvolto. E quindi travolto.
Era notorio infatti che il giovane calciatore viaggiasse con una Maserati biturbo munita di radiotelefono che sarebbe appartenuto a un pregiudicato cosentino col quale Bergamini si accompagnava spesso. E’ notorio ancora che alcuni calciatori del Cosenza si erano fatti vedere in giro con persone che hanno a che fare con la giustizia. Ma tutto questo può servire per dare una spiegazione al tragico gesto? Forse no.
Ma c’è dell’altro. Per l’allenatore del Cosenza dell’epoca, Gigi Simoni, Donato Bergamini nell’ultimo periodo appariva triste e cupo, più del solito. Era un ragazzo spigliato, onesto ma anche introverso, ricordava padre Fedele Bisceglie, cappuccino, capo degli ultras cosentini e assistente spirituale della squadra del Cosenza, allora militante in serie B.
Ci sarebbero stati ancora altri segnali che qualcosa di recente era accaduto a turbare drammaticamente l’equilibrio psicofisico del giovane calciatore. Potrebbe essere stato un episodio avvenuto, a quanto pare, il giovedì precedente in un ristorante dell’hinterland: Bergamini sarebbe stato prelevato da tre brutti ceffi e portato via. Dove e perché? Potrebbe essere stato quello che ha convinto il giovane calciatore che per lui era meglio cambiare aria.
Sabato pomeriggio Bergamini lascia improvvisamente il ritiro della squadra. Vado a prendere le sigarette, ha detto agli amici, tra cui Michele Padovano, il compagno di squadra con cui divideva un appartamento a Roges di Rende, alla periferia di Cosenza. Poco più di un’ora dopo alla società è arrivata la notizia della tragedia. Il calciatore, infatti, aveva lasciato la città con la fidanzata, Isabella Internò, ventenne studentessa di Rende.
La ragazza è l’unica testimone e afferma, pur tra parecchie contraddizzioni, che Donato si è lanciato volontariamente sotto le ruote del pesante autotreno. La testimonianza combacia con quella di Raffaele Pisano, 38 anni, di Rosarno, che si trovava alla guida del pesante mezzo che si è trovato il giovane davanti con apparente chiaro intento suicida. Bergamini, secondo quanto afferma la ragazza, dapprima voleva solo mettere molti e molti chilometri di distanza tra lui e Cosenza. Non c’erano dubbi che avesse paura.
Aveva pregato la ragazza di accompagnarlo fino a Taranto per imbarcarsi per la Grecia (da notare che da Taranto, però, non partono navi per la Grecia), le aveva chiesto di seguirlo. La ragazza non voleva andare con lui, non voleva neppure arrivare fino a Taranto per riportarsi a Cosenza la Maserati. Devi capire, mi diceva mentre eravamo in macchina, racconta Isabella, se mi vuoi bene devi fare quello che ti dico, altrimenti te ne accorgerai. Poi si è fermato in una piazzola, è sceso dall’auto, si è buttato sotto l’autotreno.
Per ultimo c’è una telefonata giunta in casa Bergamini, a Boccaleone d’Argenta, cinque giorni prima di quella tragica sera di Roseto Capo Spulico. Bergamini aveva raggiunto Ferrara dopo il pareggio a Monza del Cosenza. La solita sosta del lunedì prima della ripresa degli allenamenti. Ricevette una telefonata, si alzò dal tavolo da pranzo e ritornò visibilmente scosso.
Chi era all’altra parte del telefono? Chi parlò con Bergamini quel giorno?
Troppe domande per un caso mai definitivamente chiuso che ci auguriamo venga presto presto riaperto dalla magistratura per fare luce sulle cause della morte di Donato. “Storie di calcio” http://www.storiedicalcio.altervista.org/donato_bergamini.html

Che non sia stato un suicidio sono in molti a crederlo 

Si comprese subito, e adesso la procura di Castrovillari potrebbe riaprire l’inchiesta che il Tribunale chiuse frettolosamente 17 anni fa sentenziando: fu morte cercata. Donato Bergamini, biondo centrocampista del Cosenza, ferrarese di Boccaleone estroso in campo e fuori, non aveva una frattura sul corpo. Una. Nonostante 64 metri di trascinamento sotto un camion. Sì, la versione ufficiale racconta che Bergamini il 18 novembre 1989 si è gettato sotto un autocarro. In queste settimane, grazie al testardo lavoro di alcuni giornalisti calabresi, sono diventate pubbliche le prime testimonianze dei vecchi compagni di club. Prima si è deciso a parlare l’ala destra Sergio Galeazzi, poi un calciatore riconoscibile come Michele Padovano. Hanno raccontato le ultime ore di Donato Bergamini, le telefonate ricevute in camera d’albergo, le due persone che lo fecero alzare dalla poltrona del Cinema Garden di Cosenza. “Se mi arriveranno nuovi atti e nuove testimonianze riaprirò l’inchiesta”, dice ora il pm Franco Giacomantonio, procura di Castrovillari, competente per territorio.
Attorno al ricordo si sta coagulando un nucleo di parenti, avvocati, giornalisti, ex compagni, ora anche politici. E spinge per una nuova verità. Il suicidio di Donato Bergamini – il calciatore che la sera del 18 novembre 1989, secondo il verbale dei carabinieri di Cosenza, si lanciò tra le ruote di un camion sulla statale 106 all’altezza di Roseto Capo Spulico – non regge più.
Domizio Bergamini, padre di Donato, lo ha detto apertamente al “Il Quotidiano della Calabria”: “Mio figlio non si è suicidato, me lo hanno ucciso. Queste cose succedono solo in Calabria o quando ci sono di mezzo calabresi. L’hanno ucciso, bastava guardare il corpo dopo il decesso”. Sulla morte del calciatore biondo, che fu titolare nel Cosenza di Di Marzio, che contribuì alla risalita della squadra in serie B dopo 24 anni e fu richiesto invano dal Parma, ha scritto un libro Carlo Petrini, l’ex calciatore convertito al giornalismo investigativo: “Il calciatore suicidato”, il titolo. In quelle pagine ci sono tutte le contraddizioni dell’inchiesta, ma Petrini si allunga verso scenari criminali che portano troppo lontano. Il padre di Donato, invece, crede a una storia di passioni ferite e chiede un aiuto alla fidanzata del calciatore, unica testimone oculare ufficiale della morte di Bergamini insieme al camionista. “Una volta mi telefonò e mi disse che Donato le aveva promesso in eredità una Maserati. Le ho risposto che di macchine gliene avrei regalate due se mi avesse detto com’era morto mio figlio”. Gianni Di Marzio, che lo conosceva bene, oggi racconta: “Sembrano strane tutte queste storie della fuga in Grecia, del traghetto, di questo ragazzo che si è buttato sotto l’autocarro”. Altre novità le ha portate l’ex compagno Sergio Galeazzi, affidandole a un’intervista al settimanale “Cosenza Sport”. Ha raccontato come quelli del Cosenza calcio, in quei tardi anni ’80, avessero l’abitudine di trascorrere il sabato pomeriggio delle partite da disputare in casa al Cinema Garden, in centro. “Eravamo in galleria, Donato stava da solo, due file più avanti. Quando si è spenta la luce ed è iniziata la pubblicità ho visto Donato alzarsi. Ero seduto vicino all’ingresso, proprio all’inizio della fila di poltroncine, e ho fatto in tempo a seguirlo con lo sguardo. L’ho fatto istintivamente, come quando ti accorgi che sta accadendo qualcosa. Ho visto con sufficiente chiarezza che lo attendevano due persone. Ho visto solo le loro sagome, non so dire se fossero due uomini, un uomo e una donna. Non so se sono andati via insieme, ma di certo Donato non è più rientrato. Sono stato l’unico calciatore del Cosenza a non essere interrogato da magistrati e carabinieri. Con il passare del tempo ho capito che non c’era alcun interesse a riaprire il caso”.
Nel ventennale della sua morte, lo scorso18 novembre appunto, “Chi l’ha visto?” è sceso con le telecamere in Calabria e ha mostrato tutto quello che del caso Bergamini non tornava. Le scarpe riconsegnate alla famiglia erano perfettamente pulite, nonostante il presunto trascinamento del cadavere sotto il camion. L’orologio era intatto. La sorella Donata ha parlato, poi, di un’importante testimonianza sparita dal fascicolo. Ha segnalato come il telefono della famiglia Bergamini non sia mai stato messo sotto controllo. E ha ricordato le telefonate di minaccia ricevute, i vestiti spariti in ospedale e – addirittura – la morte di due impiegati del Cosenza calcio che avevano promesso alla famiglia nuovi particolari. “Il quadro lesivo”, ha dichiarato il medico che eseguì l’autopsia, “non era quello da trascinamento”.
La troupe di “Chi l’ha visto?” in quei giorni ha ricevuto l’ennesimo rifiuto a parlare da parte dell’ex fidanzata di Donato, sia direttamente dalla donna che dal marito, un poliziotto della Digos che nell’autunno dell’89 partecipò ai funerali del calciatore. Oggi il miglior amico di Bergamini, Michele Padovano – lui sarebbe diventato centravanti della Juventus, del Genoa, del Crystal Palace – , ha voluto rivelare come i vestiti che il calciatore aveva indosso al momento della morte non siano mai stati repertati dai carabinieri. “Dopo la celebrazione dei funerali li ho visti sul pullman, dentro una busta. I miei compagni se li passavano, ognuno voleva possedere qualcosa di Donato”.
Padovano ha un altro ricordo, preciso, sul 18 novembre 1989. Prima del cinema. Era con l’amico nella stanza d’albergo, il Motel Agip di Cosenza. “Dopo pranzo, riposavamo. La sveglia era fissata per le quattro del pomeriggio, lo spettacolo iniziava alle quattro e mezza. Intorno alle tre Donato ricevette una telefonata in camera. Non ci feci caso, ma lui cambiò espressione. Sembrava volesse parlarmene, non disse niente: diventò assente. Di solito andavamo al cinema con un’auto, quel giorno mi disse che avrebbe preso la sua. Voleva stare da solo. Accese il motore ed è stata l’ultima volta che l’ho visto”.
Sulla morte di Donato Bergamini è già partita un’interrogazione parlamentare, firmata, tra gli altri, dal ferrarese Dario Franceschini. Il prossimo 27 dicembre a Cosenza si svolgerà una manifestazione per chiedere la riapertura del caso.
Corrado Zunino (17 dicembre 2009)

La Scheda: Donato Bergamini (Boccaleone, 18 settembre 1962 – Roseto Capo Spulico, 18 novembre 1989)
Ha iniziato la sua carriera calcistica nella stagione 1982-83 indossando la maglia dell’Imola in Interregionale. L’anno successivo gioca nel Russi (sempre in Interregionale) dove vi resta per 2 stagioni.
Nel 1985 viene acquistato dal Cosenza che milita in Serie C1, club con il quale giocherà per 5 stagioni.
Al primo campionato in maglia rossoblù disputa 24 presenze senza alcuna rete. L’anno successivo gioca 28 partite realizzando 2 gol (contro Sorrento e Benevento). Nel 1987-1988 il Cosenza vince il campionato di Serie C1 e torna in B dopo 24 anni di assenza. Bergamini è titolare nella formazione di Gianni Di Marzio giocando 32 partite su 34. L’11 settembre del 1988 arriva l’esordio in Serie B (Cosenza-Genoa 0-0). In quella stagione, forse la più bella nella storia del Cosenza, realizza anche il suo primo ed unico gol nella partita Cosenza-Licata (2-0).
A causa di un infortunio riesce a giocare solo 16 partite. Malgrado ciò a fine stagione Bergamini ha diverse richieste sul mercato. Il Parma fa di tutto per ingaggiarlo, ma il Cosenza che vuole disputare un campionato di vertice, lo dichiara incedibile confermandolo per un’altra stagione, l’ultima della sua carriera.
Infatti, il 18 novembre 1989 viene trovato morto sulla statale 106 nei pressi di Roseto Capo Spulico in provincia di Cosenza.

AMMAZZATECI TUTTI!

di Rosanna Scopelliti

Mi chiamo Rosanna, ho 23 anni e sono la figlia di un giudice di Cassazione calabrese ucciso poco prima di Falcone e Borsellino. Ma non è per parlare di me che vi scrivo.
E’ trascorso più di un anno dalle grandi manifestazioni di Locri scaturite dalla rabbia per l’omicidio del Vice Presidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno, ciliegina sulla torta dopo decine di delitti impuniti perpetrati nella Locride ed in tutta la Calabria.
Dopo un anno e mezzo in Calabria si continua a morire, a pagare la mazzetta, a sopravvivere soggiogati dalla ‘ndrangheta.
Dopo un anno e mezzo noi ragazzi siamo ancora qui a combattere per contrastare ogni forma di mafia, da quella di strada a quella dei Palazzi, e riprenderci la nostra terra.
Molto spesso ci si sente immuni al problema ‘ndrangheta, finché non ci troviamo a doverne affrontare la prepotenza. Ce ne accorgiamo al momento di aprire un’attività, quando ‘qualcuno’ bussa alla tua porta chiedendo un ‘contributo’ per lasciarti lavorare, poi il ‘contributo’ diventerà un quarto, metà, tre quarti del guadagno dell’attività e sarai costretto o a scendere a compromessi o a chiudere ed andare via.
Tutto normale, preventivato, anche se completamente assurdo. Tutto consumato in silenzio.
Come quando ammazzano qualcuno a te caro e sai chi è stato, ma quel nome è troppo pesante da dire, così come diventa troppo rischioso chiedere che sia fatta giustizia, perché certi nomi sono impronunciabili.
E allora si ingoiano bocconi amari e si continua la solita vita.
Oppure può succedere che un giorno un ragazzo si senta umiliare dai compagni perché non ha la maglia firmata e non l’avrà mai perché in famiglia si fanno i salti mortali per arrivare a fine mese e allora, per dare una mano, per sentirsi qualcuno e farsi rispettare eccolo rivolgersi al ‘capetto’ di turno, eccolo ipotecare la sua vita, vendere la sua dignità per diventare ‘qualcuno’.
Che importa se poi rischia di finire in carcere per spaccio o per aver ucciso un uomo?
Che importa se avrà buttato nel fango la sua coscienza?
Perché, sia chiaro, alla fine chi ci rimette è la povera gente, non ‘lorsignori’.
No, quelli guardano dall’alto delle loro ville al Nord, sicuri ed al calduccio! C’è chi paga per loro.
In Calabria è rimasta solo la spietata manovalanza, quella che si occupa di tenere sotto controllo il territorio e soggiogare, sostituendosi allo Stato, i calabresi.
E’ quella a cui ci si rivolge per comprare i propri diritti, quella che alimentiamo con l’ignoranza e la paura…
Ed è proprio questo il senso che noi ragazzi del Movimento “Ammazzateci tutti” abbiamo dato alla manifestazione da noi promossa del 17 febbraio scorso a Reggio Calabria.
Noi vogliamo mettere in pratica le parole del Giudice Borsellino: “Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.
Perché se continueremo a rivolgerci al ‘capobastone’ per ottenere i nostri diritti, se lasceremo che la ‘ndrangheta continui ad interferire nelle nostre vite con arroganza e prepotenza, se ci faremo ingannare dai suoi diabolici sorrisi, non riusciremo mai a liberarci dal suo giogo…
E’ la prima manifestazione auto-convocata che organizziamo a Reggio Calabria, la prima completamente auto-finanziata, anche se non nascondo che vorremmo fare appello a tutti i calabresi, commercianti, imprenditori, mamme e papà, perché ci aiutino anche economicamente nell’organizzazione della manifestazione, vorremmo infatti chiedere una sorta di ‘pizzo legalizzato‘, ovvero un contributo economico con tanto di certificato di acquisizione da parte loro di una ‘azione antimafia’ dal nostro virtuale pacchetto azionario.
Le mafie non sono un problema solo del Sud, ma sono il cancro dell’Italia intera e, finché si continuerà a fare il loro gioco ignorando e girandosi dall’altra parte, non potremo mai estirpare questa malattia. Per questo il nostro appello non vuole fermarsi solo ai calabresi, ma vuole essere un richiamo per TUTTI gli italiani onesti, perché c’è sempre, in ogni regione,
qualcosa che prende il nome di ‘mafiosità di comportamento’.
E’ il pensare di poter essere diversi rispetto agli altri, il pretendere di poter comprare e vendere dei diritti, il curarsi esclusivamente del proprio bene anche a scapito degli altri.
Un mio, seppur virtuale, abbraccio.
Rosanna Scopelliti
(figlia del giudice Antonino, ucciso da Cosa Nostra a Campo Calabro (RC) il 9 agosto 1991)

Fonte: Movimento “E ADESSO AMMAZZATECI TUTTI”
Giovani uniti contro tutte le mafie
www.ammazzatecitutti.org  –  http://17febbraio.ammazzatecitutti.org

MAGISTRATI DI CATANZARO ASSOCIATI A DELINQUERE…

MAGISTRATI DI CATANZARO ASSOCIATI A DELINQUERE SECONDO LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI SALERNO. DAL PROCURATORE GENERALE PRO TEMPORE, AL PROCURATORE AGGIUNTO MURONE, FINO AL GENERALE DELLA GUARDIA DI FINANZA IANNELLI”.
ALLEGHIAMO IL TESTO INTEGRALE DEL PROVVEDIMENTO DELLA PROCURA DI SALERNO.
20 aprile 2010
Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste Poseidone e Why Not. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo Why Not. Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris).
Ma ora lo conferma anche l'”avviso di conclusione delle indagini” appena depositato dalla “nuova” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).
Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento.
La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi.
Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini). Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate.
E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta.
Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare?
Da: “il Fatto Quotidiano” del 20 aprile 2010
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2476421&yy=2010&mm=04&dd=20&title=e_ora_per_favore_chiedete_scus
Qualcuno lo deve pur dire (da http://toghelucane.blogspot.com/ )

Come spesso accade, nell’Italietta degli ultimi 10-15 anni spessissimo, emergono fatti di tale gravità da documentare l’annichilimento dello Stato di Diritto.
Ci era stato dato di assistere, nei primi di dicembre dell’A.D. 2008, all’operato di alcuni magistrati deviati che si erano sottratti al sequestro probatorio in un procedimento penale che li vedeva indagati semplicemente sequestrando a loro volta. Cioè abusando dei poteri loro conferiti perché difendessero e applicassero la Legge, li avevano usati per difendere il loro privato interesse.
Qualsiasi altro cittadino, pubblico ufficiale, avvocato, parlamentare o vattelapesca, sottraendo cose e documenti sequestrati dall’Autorità Giudiziaria, se individuato, sarebbe stato arrestato. Loro no, per loro la Legge è più uguale, per loro la Legge coincide con un’opinione: la propria.
Sono in molti a condividere siffatto convincimento anticostituzionale, tutti coloro che avendone la responsabilità ed i poteri nulla hanno fatto per interrompere le condotte criminose di LOMBARDI Mariano, MURONE Salvatore, FAVI Dolcino, IANNELLI Enzo, GARBATI Alfredo, DE LORENZO Domenico, CURCIO Salvatore Maria (Magistrati).
Nemmeno quei magistrati di Salerno che oggi hanno stigmatizzato condotte criminose di tale gravità da postulare immediate esigenze cautelari. Quelle che la Legge impone quando vi è il rischio dell’inquinamento probatorio e della reiterazione del reato. Dicono, i dottori Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, Sost.ti Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Salerno, che i nominati “magistrati” si sono associati per delinquere e precisamente per addomesticare le indagini penali a carico di loro stessi e di sodali da cui ricevevano ora denari ora altre utilità. Dicono che lo hanno fatto arrampicandosi sugli specchi, eludendo scientemente il sistema normativo dettato a presidio della competenza per reati nei quali un Magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini ovvero di persona offesa o danneggiata, evocando a più riprese istituti processuali diversi ed incoerenti rispetto alla situazione venutasi a determinare e reiteratamente prospettata dall’A.G. funzionalmente competente.
Non dicono i salernitani che tutte le massime autorità dello Stato poste a presidio delle garanzie costituzionali hanno taciuto (a volte) oppure hanno parlato difendendo siffatti magistrati e favorendone l’operato criminoso e criminogeno (più spesso).
Non dicono, i salernitani, che ancora oggi, per il procedimento penale “Toghe Lucane” è stata intrapresa da subito un’opera di parcellizzazione dell’unitario contesto investigativo senza una piena cognizione degli atti del procedimento.
Non dicono che molti degli indagati citati sono attualmente all’opera dove erano allora, con i metodi di allora che sono quelli di oggi. Non dicono i dottori Rocco Alfano eccetera, che hanno archiviato l’indagine a carico di Vincenzo Capomolla, erede di De Magistris in Toghe Lucane, e complice di Curcio, Iannelli, Murone, Favi e chissà quanti altri.
Non dicono che l’hanno fatto mentendo su dati documentali presenti in atti e per i quali dovranno rispondere alla Procura di Napoli. Non dicono che i loro colleghi Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi Apicella hanno pagato un prezzo professionale altissimo ed oggi si scopre che i “cattivi magistrati” (ma anche cattivi Presidenti della Repubblica, cattivi membri del CSM, cattivi ministri della Giustizia, cattivi Ispettori Ministeriali, cattivi e infedeli avvocati) che li hanno condannati hanno errato, sapendo di sbagliare, volendo sbagliare.
Sono imminenti le elezioni dei membri togati del CSM. Saranno eletti dei magistrati votati da altri magistrati. Mettiamo che un Procuratore titolare di indagini a carico di colleghi si voglia candidare. Peseranno di più i voti degli indagati o quelli dei coraggiosi che hanno subito pur di rispettare la Costituzione? Siamo ad una svolta delicatissima nella storia repubblicana, occorre un grande senso dello Stato ed una enorme stima della propria dignità personale per venirne fuori. Doti di cui riconosciamo alcuni “portatori sani” e che, auspichiamo, risveglino in tanti il fascino umano della libertà, della verità, della bellezza e della giustizia.
Qualcuno lo deve pur dire, visto che i più guardano lontano quanto la punta delle proprie scarpe, rimandando sempre al raggiungimento del “gradino successivo” il momento di smettere con i compromessi e le neghittosità.

mercoledì 21 aprile 2010

Calabria

Prima di accingerVi a leggere i vari casi, pensate che si tratta di storie vere, per cui molti uomini sono morti e tante famiglie sono state distrutte dal dolore, senza ricevere alcuna tutela, da parte delle varie Autorità a cui fiduciosamente si erano rivolte. Pensate che non si tratta di casi isolati e non crediate che ciò che è capitato agli altri non possa, prima o poi, capitare, anche, a Voi od, a qualche stretto congiunto. Sarebbe il più grave errore che potreste commettere, dal quale genera l’indifferenza verso i mali della giustizia e su cui si fonda il dominio del male e della menzogna sulla Verità.