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A.L.E.R. MILANO UN’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO MASSOMAFIOSO INTERNAZIONALE. 16 ARRESTI E PERQUISIZIONI

DA MILANO A TRIPOLI LE MANI DEI PARTITI DI REGIME SULLE CASE POPOLARI LUMBARD. PERQUISITA LA SEDE DI VIALE ROMAGNA E ARRESTATA LA DIRETTRICE DEGLI APPALTI ALER, MONICA GOI.

Ne avevamo denunciato la gestione fraudolenta, sin dagli anni ’90, con le prime class action all’italiana, “ante litteram”, a tutela dei diritti abitativi degli assegnatari degli alloggi popolari, mettendo in luce un vero e proprio sistema criminale di complicità all’interno delle istituzioni regionali e della magistratura di regime, protesa a difendere ad oltranza gli interessi affaristici di Aler e i suoi padrini politici. Inascoltati, abbiamo denunciato con nomi e cognomi politici e magistrati collusi, che negli ultimi 30 anni hanno depauperato uno dei più grandi patrimoni immobiliari pubblici, gettando, ogni anno, in mezzo alla strada, migliaia di anziani e di famiglie bisognose, attraverso pretese gonfiate di canoni e spese e leggi regionali truffa ad «castam».

Ora si ha notizia del fallimento di Asset, società controllata al 100% da A.L.E.R. SpA, che ha perso milioni di euro all’anno, attraverso operazioni illegali all’estero, contrarie alle finalità istituzionali di assicurare alloggi popolari alle famiglie meno abbienti di Milano e Lombardia, mascherate da investimenti in Libia per ristrutturare i palazzi storici dell’ex dittatore Gheddafi (tra cui il Palazzo di Giustizia di Tripoli, l’ex Ente Tabacchi, etc.), come se Aler fosse una solida multinazionale dell’edilizia, e non già un Ente preposto alla sola tutela e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico regionale. Operazioni perciò costituenti una vera e propria distrazione di denaro pubblico e costituzione di fondi neri all’estero nelle mani sporche  delle ”famiglie” politiche che gestiscono il business immobiliare pubblico (Vedasi grafico).

I cittadini per bene si domandano indignati - non ancora a quanto pare i magistrati della Procura milanese: “Ma come l’Aler invece di ristrutturare le case popolari dei milanesi, che lascia cadere a pezzi da decenni, va a sperperare il denaro dei contribuenti nei palazzi di Gheddafi…? Ma non è finita da tempo la guerra in Libia e la Milano da bere…? Ma quale investimento del menga! Altro che Aler, sono solo dei  «lader», che rubano impunemente alla povera gente con l’avvallo compiacente dei giudici …“.     

Parimenti è stata preannunciata nei giorni scorsi dal Sindaco Pisapia e dal Presidente di Regione Lombardia Maroni, la costituzione di una nuova società mista, a partecipazione pubblica, denominata “newco”, che nel giro di due mesi dovrebbe sostituirsi alla gestione fallimentare di Aler S.p.A., già commissariata dal 2013, sulle cui attività fraudolente si cerca in tal modo di gettare un velo pietoso per coprirne le responsabilità penali, civili e amministrative, ovvero i conti in rosso e le consulenze d’oro, in favore degli amici degli amici.

Un buco da oltre 345 milioni di euro, creato da una gestione scellerata e criminale dei circa 68mila alloggi popolari (40mila di Aler e 28mila di proprietà di Palazzo Marino), su cui la magistratura aveva sinora omesso qualsiasi indagine, seppure siano emerse altre voragini e rapporti collusivi tra pubblico e privato, anche nelle precedenti gestioni, già sconsideratamente affidate dal Comune di Milano, dal 2003 al 2009, alla a dir poco chiaccherata “Romeo Gestioni S.p.A.” (di sospetta vicinanza alla camorra che secondo la Corte dei Conti aveva già procurato danni all’erario per oltre 87 milioni di euro derivanti da una gestione “inefficiente e inefficace” del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, nel periodo dal 1997 al 2007), nonché alla Edilnord Gestioni Spa, e GEFI S.p.A., attraverso cui, come affermava con soddisfazione, all’epoca, il Vice Sindaco, Riccardo De Corato [ammettendo che Milano era uno dei pochi casi in Italia di gestione dell’edilizia residenziale pubblica da parte di privati], che la nuova gestione avrebbe “elevato la qualità e gli standard del patrimonio immobiliare pubblico, rientrando nella volontà del Comune di finalizzare investimenti per nuove case e interventi di risanamento”. Interventi, invero, poi, deviati sulla Libia, facendo sparire oltre 80 milioni di euro, tramite Asset, un enorme buco nero ora ricaduto sulle spalle di Aler. Due società apparentemente distinte, ma un’unica mostruosa creatura a due teste, come Ortro, nell’antica mitologia greca (figlio del gigantesco demone Tifone e della serpentiforme Echidna), società entrambe infatti amministrate dagli stessi ex presidenti Luciano Niero e Loris Zaffra e gestite dall’ex storico e potentissimo direttore generale di Aler, Avv. Domenico Ippolito.   

Ironia della sorte, l’annuncio di Maroni e Pisapia è arrivato a ridosso della perquisizione nella sede di Viale Romagna e dell’arresto di Monica Goi, responsabile degli appalti pubblici di Aler S.p.A., nonché lo stesso giorno del rinvio a giudizio dell’ex assessore regionale alla casa, Domenico Zambetti, già arrestato nel 2012, con le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio (per cui è stato rinviato a giudizio anche Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano). I furbetti Maroni e Pisapia hanno, anche, preannunciato, per addolcire la pillola, una riduzione dei canoni di locazione, dando atto della necessità di contenere le morosità, ma senza toccare le tabelle degli stipendi dei dirigenti, a partire dai 190mila euro del direttore generale, Avv. Domenico Ippolito, responsabile della truffa libica, e degli altri 16 manager, tra architetti e semplici geometri, che si portano a casa dai 90 mila ai 130mila euro lordi l’anno.

Per queste ragioni vediamo con sospetto le nuove compagini societarie e avvicendamenti nella gestione del patrimonio pubblico residenziale lombardo, annunciate e costruite di soppiatto da Maroni e Pisapia, che vedono, tra l’altro, alla guida dell’Aler di Monza, Francesco Magnano,  geometra del pluripregiudicato e arcinoto faccendiere del mattone Silvio Berlusconi.

Chiediamo quindi alle forze sane della Società civile e della magistratura, anche in sede contabile, di fare piena luce sulle attività illecite dell’Aler e sui bilanci degli ultimi 10 anni, attraverso cui ad avviso di vari osservatori ha costituito fondi neri all’estero per il finanziamento illecito dei partiti e operazioni di corruzione su scala internazionale.

Oltre sei milioni di euro. Per la precisione ben € 6.094.219,50, in meno di cinque anni, è quanto ha speso solo Aler Milano, in consulenze d’oro, spacciate per “attività tecniche, comunicazione, pareri legali, gestione del patrimonio del Comune e formazione”. Scorrendo l’elenco dal 2009 al 2013, pubblicato sul sito dell’azienda, i nomi dei beneficiati, legati a boss della politica, si ripetono, tra i tanti primeggiano quelli degli accoliti della “famiglia” del senatore Pdl Ignazio La Russa.

Le perquisizioni nella sede di Aler e i 16 recenti arresti di funzionari pubblici disposti nei giorni scorsi dalla Procura di Milano aprono un nuovo squarcio sul rapporto tra pubblico e privato in Lombardia e sui perversi intrecci di interessi nella “malagestio” della cosa pubblica, riconducibili agli apparati dei partiti e alle consorterie massonico-mafiose e parareligiose, tra cui spicca la Compagnia delle Opere (braccio economico di Comunione e liberazione), al vertice del cui sistema vi sarebbe l’intoccabile ex Presidente di Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Inchiesta che ha aperto le porte del carcere per ora ai gregari di importanti aziende pubbliche lombarde, tra cui Aler Milano, e di manager di aziende ospedaliere per i reati di “corruzione e atti contrari ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti”, in relazione ad appalti illeciti tra il 2006 e il 2012. In un passaggio finale dell’ordinanza del gip milanese Giuseppe Gennari, titolare della nuova inchiesta della Procura di Milano, si legge che più delle mazzette, è una “rete” di relazioni basata sulla “appartenenza politica” e sul ”sentire  comune”, a farsi “sistema” e a condizionare la  realtà imprenditoriale, facendo pagare il prezzo dell’inquinamento del mercato alla collettività. Dimenticando l’interesse pubblico al quale ogni singolo funzionario deve essere solo preposto, in favore dell’interesse privato del compagno di cordata. Comportamenti ben più  pericolosi – chiosa il Gip – della banale corruzione per denaro perché radicati su un comune sentire che non ha prezzo”.

La “corruzione per appartenenza”, siamo d’accordo con il Gip di Milano, è molto più pericolosa di ogni altra forma corruttiva, perché non lascia tracce ed ha impedito sino ad oggi anche alla magistratura, in quanto potere corporativo e autoreferenziale (in larga parte controllato dalla massomafia),  di mettere a nudo questo sistema criminoso di malaffare che denunciamo inascoltati da oltre 25 anni. Auspichiamo quindi che la Procura di Milano questa volta non si faccia fermare e proceda ad indagare a tutto campo nei confronti della gestione fraudolenta di Aler, anche in relazione alle operazioni estere in Libia, delle consociate Asset, Finasset S.r.l. e Finasi S.p.A., perseguendo tutti i responsabili a norma di legge per i reati di false comunicazioni sociali e falso in bilancio (artt. 2621 e 2622 c.c.), corruzione aggravata (artt. 318 ss c.p.), truffa e insolvenza fraudolenta (artt. 640 e 641 c.p.), bancarotta fraudolenta prefallimentare, patrimoniale e documentale (artt. 216 co. 1 nn. 1 e 2 e 223 L.F.), associazione per delinquere (art. 416 c.p.) e responsabilità amministrativa ex D.lgs n. 231/01, con riserva di costituirci parte civile quale Associazione anticorruzione e antimafia, nonché di agire con una class action a tutela degli assegnatari delle case popolari e della conservazione del patrimonio immobiliare pubblico della Regione Lombardia.

Lo Staff di Avvocati senza Frontiere

Postato 30 gennaio 2014

Belpietro e Libero rinviati a giudizio per diffamazione aggravata: dipinsero come “Pazzo che aggredì Berlusconi”, il presidente di Avvocati senza Frontiere e Movimento per la Giustizia Robin Hood

cccce836fa484694df9439c2924a662dCorreva l’anno 2011, giorno 10, del mese di maggio, nell’infausta era del ventennio dell’ex Cavaliere  dell’Apocalisse, quando sul quotidiano filoberlusconiano “Libero”, apparve un articolo a comando, a firma anonima “A. Sca.”, dall’eloquente titolo: “un pazzo aggredisce Berlusconi”, finalizzato con tutta evidenza a screditare la reputazione e l’immagine di Pietro Palau Giovannetti, Presidente di Avvocati senza Frontiere e della scomoda Associazione Movimento per la Giustizia Robin Hood, il quale, invero, Berlusconi non l’aveva neppure visto, e l’aggressione l’aveva solo subita.

La scandalosa aggressione, subita da Pietro Palau Giovannetti, ad opera di due agenti della Digos, come molti potranno ricordare, fece il giro dei web e dei telegiornali di tutto il mondo, che ripresero in diretta il brutale fermo illegale nei confronti del Presidente dell’Associazione no profit Avvocati senza Frontiere – Movimento per la Giustizia Robin Hood, mentre cercava pacificamente di fare presente alla claque dell’ex Presidente del Consiglio, che i veri abusi giudiziari sono quelli di cui nessuno parla, nei confronti degli anziani sfrattati dalle case popolari dell’Aler, dei fallimenti e delle aste giudiziarie pilotate dalla mafia giudiziaria, per favorire le banche e i partiti di regime che controllano il business della giustizia (tra i tanti video e articoli vedasi ad esempio: youtu.be/lMVy5VMhxRYyoutu.be/SomtfHFN6NQ www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=216 ).

Oggi, nel giorno della decadenza dell’ex Premier,  le frasi ingiuriose e non veritiere contestate dalla Procura di Milano per cui il Gip, respingendo ogni infondata eccezione di incompetenza territoriale, ha disposto il rinvio a giudizio di Belpietro, quale direttore responsabile, e dell’articolista, identificato in Andrea Scaglia, sono le seguenti: “Tutti i pazzi portano a Silvio… Palau Giovannetti come ogni lunedì appostato davanti all’uscita laterale del Palazzo di giustizia milanese. L’esagitato di turno… si guadagna il quarto d’ora di celebrità”; “è agitatore – qualcuno preferisce provocatore -  in servizio permanente effettivo”; “è avvocato… Dichiara di aver subito oltre 750 procedimenti penali e richieste risarcitorie miliardarie. Parla di procedimenti farsa istruiti a suo carico dalle procure di mezza Italia, come anche di due singolari perizie psichiatriche”; E insomma ha accumulato anni di condanna tanto che adesso rischia davvero la cella”.

E’ stato in buona sostanza accolto l’intero impianto accusatorio di Avvocati senza Frontiere, secondo cui l’articolo dal titolo: “Al circo del Tribunale un pazzo aggredisce Berlusconi”, contiene notizie completamente false, tali da far apparire la vittima dell’unica vera aggressione realmente accaduta quel dì, in occasione del processo Mills, come “pazzo” e/o “provocatore in servizio permanente effettivo”, che addirittura “ogni lunedì” si sarebbe “appostato davanti all’uscita laterale del Palazzo di Giustizia del tribunale milanese”.

Pseudonotizie artatamente costruite dall’articolista – si legge nella querela disponibile on line – per denigrare ancor più gravemente l’immagine pubblica delle Associazioni espressamente citate nell’articolo e la persona del loro legale rappresentante, Dott. Pietro Palau Giovannetti, quali l’avere “aggredito” il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, riferendo, tra l’altro, fatti e circostanze del tutto estranei alla cronaca del giorno, che non hanno alcun collegamento con quanto realmente avvenuto all’uscita del Tribunale e con le dichiarazioni effettivamente rese da Pietro Palau Giovannetti, tuttora in rete, che sono di dominio pubblico.

Un’evidente operazione di discredito a livello mediatico, concertata ed attuata per smorzare il clamore suscitato dall’aggressione subita dagli Agenti della Digos, nei confronti della vera vittima, ovvero per «disincarnare» [utilizzando l’espressione utilizzata dai cugini de "Il Giornale", in altro calunnioso articolo], “la nuova icona del popolo filo-giudici “…

Nella denuncia-querela, tra l’altro, si legge che Pietro Palau Giovannetti, da oltre 25 anni, ha prestato la sua vita al fine di affermare la Giustizia, libera da ogni condizionamento, potere, collusione di natura politico-affaristica, risultando tali attività evidentemente scomode a chi opera per arrestare la crescita della legalità e la piena attuazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alle legge.

In quest’ottica, nella nota diffusa da Avvocati senza Frontiere, il diritto all’informazione è perciò strumentale all’affermazione della legalità, nonché alla soddisfazione dei bisogni di giustizia sociale e uguaglianza di fronte alla legge, nella specie rappresentati da una corretta e plurale informazione sulle attività di Associazioni, movimenti e organizzazioni non governative che si adoperano per il rispetto dei diritti umani, svolgendo una funzione critica rispetto agli schieramenti ideologici e all’informazione dei gruppi di potere dominanti, che malvedono chi è indipendente dai partiti.

La libertà di stampa non deve più venire utilizzata ad usum delphini per manipolare le coscienze, censurando le voci “fuori dal coro”, secondo quanto immaginato nel piano Rinascita della P2, che è oggi di fatto penetrato nel tessuto connettivo dell’informazione, allo scopo di condizionare il sistema politico italiano, assoggettando i cittadini a forme di governo sempre più autoritarie.

Thomas Jefferson, autore dell’emendamento alla Costituzione, allegata alla dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, che garantisce l’assoluta libertà di stampa e d’espressione del libero pensiero, nel 1785 ebbe a dichiarare: “Un governo dispotico deve sempre mantenere  una sorta di esercito permanente di giornalisti e scrittori che, senza alcun riguardo per la verità o quella che dovrebbe essere  la verità,  mettano sui giornali quello che potrebbe servire ai suoi ministri. Questo è sufficiente ad ingannare la massa popolare che non ha così più i mezzi per distinguere il falso dal vero”.

Nonostante il dovuto rinvio a giudizio, siamo favorevoli alla depenalizzazione di tutti i reati ideologici, compresa la calunnia, a patto che si adottino misure e sanzioni più severe, anche da parte degli Ordini professionali dei giornalisti, volte a garantire una informazione libera e corretta e una esemplare censura dei comportamenti contrari alla verità, ponendo al pubblico ludibrio quella stampa prezzolata che si presta ad organizzare campagne diffamatorie verso chiunque sia inviso a poteri dispotici e corrotti.

Per ulteriori info: http://it.wikipedia.org/wiki/Avvocati_senza_frontiere

Decreto_rinvio_giudizio

Costituzione_parte_civile_Palau Querela_Palau_Libero

PAVIA: CASA PIGNORATA PER SOLI 5.000 EURO. GIUDICI E PERITI ASSOCIATI A DELINQUERE?

Una villetta di pregio rischia di finire all’asta e una intera famiglia con persone anziane di venire gettata in mezzo alla strada per un modesto credito di una perizia del valore nominale di appena 5000 euro disposta dal tribunale nell’ambito di una causa per risarcimento danni.
A denunciarlo è Marta Merli – la stessa vittima che si è rivolta vanamente alla Procura della Repubblica e al C.S.M. – che more solito agisce solo contro i magistrati onesti costringendoli a dimettersi (De Magistris docet) e archivia ogni altro serio esposto nei confronti della parte marcia della magistratura di cui lo stesso CSM è espressione e immagine.
“Si va in tribunale per avere giustizia e si rischia di perdere la casa e sono proprio i giudici con la complicità di avvocati compiacenti e tecnici nominati da loro stessi.
Marta Merli è convinta che il giudice dell’esecuzione che ha rigettato il suo ricorso in opposizione sia d’accordo con il CTU e con chi ha interesse ad arrivare all’asta.
Il caso eclatante nell’attuale situazione di crisi ripropone l’urgente necessità di sollecitare l’introduzione di una legge per l’impignorabilità della prima casa e misure di sospensione dei procedimenti esecutivi nei confronti delle famiglie e delle aziende in stato di difficoltà.
Di seguito diamo voce alla sua drammatica storia pubblicata sulla Provincia Pavese.
MEZZANA RABATTONE (PV) Casa pignorata – e che ora rischia di finire all’asta – per un debito di 5mila euro. Un debito peraltro che Marta Merli, che in quella villetta di Mezzana Rabattone vive da anni con gli anziani genitori, contesta. Il debito, infatti, è il costo di una perizia disposta dal giudice del tribunale di Pavia per una causa che la stessa proprietaria della casa aveva promosso nei confronti del vicino, per alcuni lavori che avrebbero danneggiato la sua abitazione. Per dirimere la questione e capire se la richiesta di risarcimento è legittima, il giudice Fabio Lambertucci decide di disporre una perizia, che viene fatta da un geometra di Pavia.

La perizia non è però favorevole alla donna. Secondo il geometra, infatti, la crepa sul muro, che la proprietaria lamenta e che chiede le venga ripagata, sarebbe precedente ai lavori fatti dal vicino. Un parere che costa 5.122 euro. Dall’onorario risultano 508 ore di lavoro, fatte in un periodo totale di 254 giorni, e rimborsi spese per fotografie, telefonate, spese d’ufficio e anche il costo di noleggio di una piattaforma per visionare meglio i luoghi. Il geometra, inoltre, spiega che il lavoro si è rivelato «molto complesso», e questo fa lievitare il costo.

Quindi? «E quindi alla fine la perizia, che è stato il giudice a disporre, è stata addebitata a me – spiega la donna –, e non come sarebbe stato più logico a entrambe le parti, visto che ancora non c’è stata una sentenza. Cioè, il giudice non ha ancora deciso se ho torto oppure ragione, in quella causa». La procedura, va detto, lo prevede. Ma a spingere la donna alla denuncia sono soprattutto i passaggi che seguono la richiesta di pagamento della perizia.

«In accordo con il mio avvocato mi sono opposta al decreto di liquidazione, ma un altro giudice ha respinto la richiesta», prosegue la donna. Che tenta, a questo punto, un’altra strada. «Ho uno stipendio mensile di poche centinaia di euro – dice –. E quindi ho proposto il pagamento rateale del debito. Quello che chiedevo era di poter versare la cifra poco per volta. Ma anche questa richiesta è stata rifiutata». Insomma, senza quasi rendersene conto, la donna e i suoi genitori si ritrovano con una casa pignorata e con il rischio concreto che venga messa all’asta in tempi brevi.

«Ho provato ad oppormi anche a questo atto e ho presentato una richiesta di condanna per lite temeraria, visti i danni subiti da questa vicenda – dice Marta Merli – ma anche questo ricorso è stato rigettato. Peraltro il contenuto della perizia è stato contestato da un’altra consulenza, chiesta a un altro perito, che mette in dubbio le conclusioni a cui arriva il geometra. Ora mi chiedo: è possibile rischiare la casa per una perizia dubbia e un procedimento penale ancora pendente?». Il giudice dovrà provare a sbrogliare la matassa. Intanto è stato presentato, dalla donna, anche un esposto al collegio dei geometri di Pavia, che dovrà valutare eventuali irregolarità.
@mariafiore3

http://laprovinciapavese.gelocal.it/cronaca/2013/06/15/news/casa-pignorata-per-5mila-euro-1.7266189

Banche e Usura nel Pavese, imprenditore denuncia il proprio commercialista che chiede tassi fuorilegge

Banche e Usura nel Pavese, imprenditore denuncia il proprio commercialista che chiede tassi fuorilegge
16 luglio 2013
Il titolare di una ditta di autotrasporti soffocato dalle banche e dalla crisi denuncia. La procura chiede il processo: «Interessi anche del mille per cento».
CURA CARPIGNANO (PV). Gli accertamenti della Finanza avevano ipotizzato, per alcuni prestiti, tassi di interessi superiori anche al mille per cento. L’accusa da provare nel dibattimento è quella di usura, riporta un pezzo di Maria Fiore, sulla Provincia Pavese, ma per la quale la procura di Pavia ha chiesto il processo per Michele Quarto, 63 anni, commercialista di Cura Carpignano. L’udienza preliminare davanti al gip Erminio Rizzi è ancora in corso e potrebbe anche chiudersi con l’assoluzione dell’indagato, che ha presentato istanza di giudizio abbreviato. Il giudice ha aggiornato l’udienza all’8 ottobre, per sentire la parte offesa che si è costituita parte civile ed è rappresentata dall’avvocato di Voghera Lidia Agoni. Non si è invece costituito un avvocato di Torre d’Isola, che risulta allo stesso modo presunta parte offesa in questa vicenda.
In base alla ricostruzione dell’accusa, l’imprenditrice di Pavia si sarebbe rivolta al commercialista in un momento di difficoltà economica per la sua azienda. I capi di imputazione ricostruiscono, dal punto di vista della procura, i prestiti e i passaggi più salienti degli accordi tra l’imprenditrice e il commercialista tra il 2005 e il 2008.
In base alle accuse, il primo prestito è di 10mila euro. Dopo due settimane la donna avrebbe restituito 12mila euro. In questo caso, secondo l’accusa, sarebbe stato applicato un tasso di interesse annuo del 486,66 per cento a fronte di un tasso antiusura del 19,5 per cento annuo.
Qualche giorno dopo, la richiesta di prestito è di 50mila euro. A fronte di questa cifra, il commercialista si sarebbe fatto promettere la restituzione di 56mila euro, in quattro mesi, attraverso l’emissione di sette assegni post datati, dell’importo di 8mila euro ciascuno. Una cifra che la donna non sarebbe stata più in grado di restituire. E che avrebbe dato luogo a un ulteriore incremento del debito, fino a 108mila euro. Ma due contestazioni riguardano anche prestiti a tassi fuorilegge che sarebbero stati concessi a un avvocato di Torre d’Isola. In questo caso si parla, negli atti dell’accusa, di un prestito di 35mila euro e di una restituzione, nel giro di un anno, di 49mila euro, con l’applicazione di un tasso annuo del 41,82 per cento, secondo la procura. A gennaio del 2008 all’avvocato sarebbe stato concesso un prestito di 88mila euro, diventati nel giro di due anni 125mila euro. Contestazioni che la difesa conta di riuscire a smontare nel corso del processo. «Accuse infondate e contraddittorie – si limita a dire l’avvocato difensore –. Alla luce della documentazione prodotta siamo certi di riuscire a dimostrare l’estraneità del professionista ai fatti contestati».
@mariafiore3

http://laprovinciapavese.gelocal.it/cronaca/2013/07/16/news/usura-accuse-a-commercialista-prestiti-con-tassi-fuorilegge-1.7433060

Lettera aperta ai giudici della Corte d'Appello di Brescia sul dolo e le falsità…

Lettera aperta a 2 giudici della Corte d’Appello di Brescia.

Dott. Donato Pianta e Dott. Piergiorgio Dessì.

Riceviamo e pubblichiamo questa coraggiosa e vibrante lettera firmata di denuncia che attesta il grande malessere nei confronti della magistratura bresciana protesa a favorire gli interessi di pochi in danno dei cittadini.

La vostra folle e assurda sentenza n.834 del 4.7.2007, nonché chiaramente di parte, volta a ribaltare il risultato del I° grado di Bergamo a mio favore dopo circa 20 anni di sofferenza a causa di numerosi illeciti commessi da una controparte disonesta Bergamo 2 Srl con un avvocato altrettanto machiavellico e disonesto, falsificatore di documenti, il quale avendo ottenuto libertà di delinquere all’interno della causa dal mio avvocato, deceduto, commettendo crimini e falsi fin dal primo giorno dell’inizio del procedimento presso il tribunale di Bergamo. Giunti a un risultato per me positivo dopo 18 lunghi anni fatti anche di terrore per il fatto di essersi coalizzati tutti contro di me che avrei dovuto rimetterci le penne e anche tutto il resto. Non fu così poiché il GOA al quale era stata affidata la causa, ravvisando comportamenti atti a commettere falsi, avendo richiesto alla predetta società documenti che non furono mai presentati poiché avrebbero compromesso l’esito della truffa portata avanti fino ad allora, fu così che l’esito della causa mi fu favorevole, ripeto, dopo 18 anni di sofferenza. Purtroppo, dopo aver fatto goffi tentativi di ottenere un accordo senza pagare ciò che aveva deciso il predetto GOA , la predetta Bergamo 2 ricorse in appello dove il suo avvocato aveva certamente trovato degli agganci. Infatti dopo 3 anni arriva la vostra ingiusta sentenza che mette definitivamente al suolo la mia famiglia già martirizzata per anni da questi impostori. Avessi avuto il denaro sufficiente per ingaggiare un avvocato per la Cassazione, visto che l’ultimo vigliacco avvocato che mi aveva già dato il ben servito, forse a quest’ora la faccenda sarebbe risolta. Purtroppo l’azione spregiudicata del mio lestofante ex avvocato deceduto tramite i suoi eredi fu portata a compimento con la vendita di una parte della nostra casa di origine ed io per salvare mia moglie dalla pazzia dovetti cedere e pagare quanto da lui estorto. Ora la mia vecchia casa, acquistata ai tempi con sacrifici e rinunce è nuovamente sotto esecuzione forzata del tribunale grazie all’ennesima frode che subisco, e stavolta per mano vostra, poiché dalla vostra sentenza si evince chiaramente che sono state commesse delle falsità anche da parte vostra. Per noi è stato il colpo di grazia. Ma quello che è grave è che non vi siete curati di verificare le tante falsità della controparte; i tanti documenti che le mancavano per poter pretendere che io sottoscrivessi un rogito. Non vi siete curati del fatto che alla data fatidica del 12.3.1988 che voi avallate come fatto determinante in merito alle ragioni della Bergamo 2, che per la verità, non era presente presso il notaio per la compra/vendita in quella famosa data del 12.3.1088 e quindi non era neanche presente il 2 .6.1988( come aveva appurato e motivato il GOA in primo grado) mentre c’era in atti la dichiarazione del notaio scelto dal sottoscritto che attestava la mia presenza e l’assenza della Bergamo 2. E non vi siete curati del fatto che la Bergamo 2 non è stata presente presso il notaio sia la prima che la seconda volta perché era priva di abitabilità ottenuta soltanto nel mese di luglio del 1988. Dovete purtroppo rendervi conto che il vostro comportamento se non è delittuoso, doloso è quanto meno irresponsabile che andrebbe drasticamente punito se l’Italia fosse un paese normale dove la legge va applicata e non è una puttana che si vende al maggiore offerente. Siete giudici di un rango già di un certo livello, pertanto ci si chiede come abbiate fatto ad arrivarci. Ho 75 anni ma la crudeltà di questa vicenda me ne fa contare molti di più con tutto quello che mi ha causato: un cancro alla testa, la sordità, la cecità ma quello che più conta il bene e la pace familiare che non riavremo più. Non mi sarei mai aspettato che una persona quale è lei signor giudice Pianta, passata attraverso un’esperienza gravissima avesse in animo una tale voglia di punire duramente chi aveva già subito gravi sofferenze a causa di avvocati che non sarebbero degni di mettere piede in un’aula di giustizia. Io non mi suiciderò. Non l’ho fatto finora e mai lo farò perché ho rispetto per la vita, non ho la cultura della morte ma, bensì, quella della vita. Non potete farmi più male di quanto non ne abbiate già fatto e non potete pretendere che non vi maledica per il resto dei miei giorni. La lettera sarà inviata per conoscenza alla Corte d’Appello di Brescia, al Capo dello Stato e al Ministero della Giustizia.

In fede e con obiettivo e motivato rancore mi dico

Francesco Di Lorenzo

http://www.facebook.com/notes/francesco-di-lorenzo/lettera-aperta-ai-giudici-della-corte-dappello-di-brescia-sul-dolo-e-le-falsita-/587207794642553

VALTELLINOPOLI E PROCESSO GANDELLI

IL CASO. NELL’APPALTOPOLI VALTELLINESE CADONO LE ACCUSE CONTRO GIANFRANCO GANDELLI.

Tribunale di Sondrio. Domani 19 ottobre 2012 avanti al Tribunale valtellinese, in composizione collegiale, si terrà la conclusiva e probabilmente decisiva udienza nel processo che vede imputato Gandelli Gianfranco, del tutto estraneo ai fatti, come già emerso nel corso del dibattimento, con tale Callina Davide, accusato principale di tre incendi dolosi e un presunto tentativo di estorsione.
Del tutto differente è la posizione dei due imputati, anche a livello simbolico, nella diversità dei difensori.
Ill Callina difeso dallo studio Ghedini-Longo, notoriamente principali difensori dell’ex premier Silvio Berlusconi.
Il Gandelli assistito dai legali di Avvocati senza Frontiere, in persona dell’Avv. Antonino Rossi.
I fatti: Callina e Gandelli, entrambi piccoli imprenditori della Valtellina, sono accusati di aver appiccato in tre circostanze incendi ad escavatori di due ditte di escavazioni della Valtellina rispettivamente la TMG e VALENA COSTRUZIONI e di aver richiesto il “pizzo” per € 100.000 nei confronti del titolare della TMG, Guglielmo Trivella.
Il processo è stato molto seguito nella piccola realtà valtellinese, sia per le anomalie che hanno contraddistinto le indagini sia per la circostanza che tale inchiesta ha determinato una vera e proprio terremoto a livello politico istituzionale nella città e nella provincia di Sondrio.
Infatti a seguito delle intercettazioni telefoniche con le quali erano state intercettati anche i cellulari delle persone offese, è emerso un incredibile ed impressionante sistema di corruzione nel settore degli appalti pubblici che ha coinvolto i vertici locali di Lega Nord e Pdl, partiti oramai da un ventennio egemoni degli equilibri affaristico-mafiosi in Valtellina.
Le gare d’appalto venivano, secondo la prospettazione accusatoria, pilotate con accordi fra le imprese TMG e VALENA COSTRUZIONI il cui titolare è il cognato del segretario della Lega Nord di Sondrio, con la partecipazione di imprese “di comodo” con sede fuori dalla provincia di Sondrio che partecipavano alle gare d’appalto solo per garantire una finzione di regolarità, quando al contrario gli appalti erano già stati assegnati previa lauti compensi ai vari politici, tecnici ed amministratori comunali….
Si sottolinea che contemporaneamente al processo Callina-Gandelli si sta svolgendo il dibattimento relativa alla c.d. “Appaltopoli in Valtellina”.
Venendo alla posizione di Gandelli Gianfranco, per cui AVVOCATI SENZA FRONTIERE ha prestato la propria assistenza legale, stante la posizione di vittima sacrificale e ubna chiamata di correità per coprire ben altre responsabilità, questi nel marzo 2008 veniva sottoposto ad un’ingiusta detenzione di ben 70 giorni sulla base a seguito di una alquanto strana “confessione” da parte del coimputato Callina Davide avvenuta presso i locali della Questura di Sondrio, alle due di notte, senza la presenza né dell’avvocato difensore, né del pubblico ministero, “confessione” contenente anche accuse di correità nei delitti di incendio doloso e tentativo di estorsione.
Non solo. Sempre nel corso delle indagini l’arresto di Gandelli veniva giustificato anche sulla base del contenuto di una telefonata intercettata fra Gandelli e il suo precedente difensore, Avvocato Giovanni Agostini del Foro di Sondrio. Telefonata pacificamente inutilizzabile in quanto lesiva del diritto di difesa.
Nel corso del dibattimento è emersa in maniera chiara e limpida l’estraneità ai fatti di Gandelli, le cui accuse si sono sfarinate progressivamente: i verbali di chiamata in correità sono stati dichiarati inutilizzabili in quanto contrari ai principi del giusto processo, l’analisi dei tabulati telefonici che secondo la tesi accusatoria avrebbe dovuto dimostrare la presenza dell’imputato sui cantieri oggetto degli incendi hanno portato a risultati opposti alle tesi accusatorie: non vi è alcuna prova che Gandelli fosse lì in quei giorni e in quegli orari.
Si aspetta domani la decisione del Tribunale di Sondrio, anche se nessuna sentenza potrà risarcire Gandelli di 70 giorni di ingiusta detenzione, di sofferenza morale e di condanna anticipata da parte della comunità valtellinese.
p. AVVOCATI SENZA FRONTIERE
la Segreteria

ALER: LE MANI DELLA 'NDRANGHETA SULLE CASE POPOLARI

IL CASO. Gestione Aler e ‘ndrangheta. Pisapia: “Sono preoccupato”.
La figlia del boss Costantino è stata assunta dopo l’intervento dell’ex assessore Zambetti
e ha anche avuto una casa in affitto. L’ente sta collaborando all’indagine della Procura
di ILARIA CARRA
Il Comune vuole vederci chiaro sull’Aler e sulla gestione dell’edilizia popolare a rischio di infiltrazioni mafiose. È lo stesso Pisapia a esprimere preoccupazione: «Dove c’è la presenza della mafia è normale che il sindaco si preoccupi e se ne occupi», ha detto. E ancora: «Sono preoccupato nell’insieme per la gestione di Aler: si erano avuti dei segnali e abbiamo fatto i nostri interventi». Anche perché l’ente regionale gestisce non solo il suo patrimonio, ma pure quello delle case popolari comunali. E in ballo c’è il rinnovo della convenzione che scade a fine anno: il Consiglio comunale dovrà decidere se proseguire o meno su questa strada o affidarsi ad altri.
Quei quattromila voti comprati dalla ‘ndrangheta.
Dalla consulenza di 100mila euro concessa nel 2010 a Michele Ugliola, indagato per corruzione e grande accusatore dell’ex presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni, all’assunzione e all’appartamento dato in affitto a Teresa Costantino, figlia di Eugenio, che secondo la procura è il boss della ‘ndrangheta da cui sarebbero arrivati
i voti per le regionali all’assessore Domenico Zambetti. Le ombre gettate sull’Aler dalle inchieste che stanno scuotendo il Pirellone non lasciano tranquillo Palazzo Marino, e infatti il sindaco ha avuto un colloquio con il consigliere che rappresenta il Comune nel cda dell’ente, Luca Beltrami Gadola (uno dei saggi antimafia del sindaco, tra l’altro).
L’assessore al Demanio, Lucia Castellano, ha già inviato una richiesta ufficiale all’Aler l’ennesima, dice per avere l’elenco di tutti gli alloggi sfitti, e quindi a rischio racket, e per conoscere i dettagli dell’assunzione della figlia di Costantino: «Già la vecchia convenzione in scadenza prevede che si metta in comune il patrimonio comunale con quello di Aler – dice Castellano – Il Comune deve lavorare sull’offerta complessiva di 70mila alloggi a Milano. Ma Aler non ha mai collaborato. Nel momento in cui ci sono queste indagini su situazioni penalmente rilevanti, voglio fare chiarezza sulla politica immobiliare dell’ente». E il rinnovo della convenzione con cui Palazzo Marino ha affidato all’ente la gestione delle sue 40mila case popolari? «Deciderà il Consiglio – risponde – Finora noi abbiamo lavorato per il rinnovo, si valuterà sulla base degli accertamenti in corso».
Anche il Pd chiede chiarezza. «C’è scarsa trasparenza su una miriade di liste di assegnazione minori», denuncia il capogruppo del Pd a Palazzo Marino, Carmela Rozza. Che sottolinea i troppi «casi al di fuori del controllo dell’amministrazione: il personale, le assegnazioni temporanee o fuori graduatoria, i cambi di alloggio. Una serie di assegnazioni fatte con liste gestite tutte da Aler su cui il Comune non ha nessun riscontro». Aler ha promesso al Comune una pronta risposta alle richieste di documentazione e in una nota fa sapere di «essere attivamente impegnata a fornire agli inquirenti tutte le informazioni e la documentazione utili all’indagine».
(17 ottobre 2012)

http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/10/17/news/gestione_aler_e_ndrangheta_pisapia_sono_preoccupato-44674482/

Nota di redazione:
Finalmente forse qualcosa si muove. Denunciamo inascoltatamente da oltre 10 anni il controllo politico-mafioso sulla gestione del patrimonio edilizio pubblico di Aler Milano S.p.A., una vera e propria associazione a delinquere protetta da una gran parte della magistartura milanese, sino alla Suprema Corte di Cassazione.

TELEFONO VIOLA DENUNCIA ABUSI PSICHIATRICI E MALTRATTAMENTI A NIGUARDA

Reparto psichiatrico Ospedale Niguarda, decessi e maltrattamenti: Telefono viola denuncia metodi di contenzione alla Procura di Milano

13 dicembre 2010

Se le vicende accadute al reparto psichiatrico dell’ospedale Niguarda dovessero essere verificate, si potrebbe delineare una perfetta trama per un film “horror”.

Infatti, stando a quanto riportano le agenzie stampa, questa mattina l’associazione Telefono Viola avrebbe presentato alla Procura di Milano un esposto su morti sospetti e maltrattamenti, derivati dai metodi di contenzione applicati nel regolamento del reparto psichiatrico dell’ospedale milanese.

Tre nuovi casi di morti “per abusi nei confronti di pazienti con patologie psichiatriche”, hanno fatto scattare lo sdegno dell’associazione che si occupa della tutela di abuso o cattivo uso della pratica psichiatrica.

Nell’esposto presentato questa mattina da Telefono viola sono, infatti, ipotizzati reati di omicidio e lesioni in relazione ad episodi che sarebbero avvenuti nei reparti psichiatrici dell’ospedale Niguarda.

I tre nuovi casi che si sono verificati nella struttura ospedaliera si aggiungerebbero a due morti “per torture da contenzione” denunciate recentemente attraverso una conferenza stampa dalla stessa associazione.

La denuncia controfirmata anche da cui alcuni familiari dei pazienti oltre che dal presidente dell’associazione Giorgio Pompa, assistiti dall’avvocato Mirko Mazzali, illustra 5 casi di morti e 5 casi di abusi e violenze; viene inoltre messa sotto accusa la pratica detta dello “spallaccio”, ovvero il metodo di contenzione fisica che consiste nel legare i malati di mente al letto.

RIEPILOGO DEI CASI ESPOSTI -

Tre nuovi casi: Filippo S. e Maria Graziella B., morti nei reparti Grossoni rispettivamente il 17 marzo 2009 e il 13 gennaio 2010. Stando a quanto rifersice Giorgio Pompa, i due dopo essere stati ”intontiti dai neurolettici, sono stati abbandonati a loro stessi durante il pranzo, a morire in completa solitudine, in modo orribile, soffocati dal cibo che stavano mangiando”.

Viene ricordato anche il decesso di un altro paziente, Antonio R. che morì “improvvisamente” il 17 settembre 2007.

Tutti casi dei quali, afferma Pompa, “mancano la documentazione e i referti medici”.

Ricordando invece la conferenza stampa che si tenne al Palazzo di Giustizia di Milano, lo scorso 23 novembre, riemergono anche altre 2 morti sospette: quella di Tullio C. “legato al suo letto alle 11 di mattina e, dopo 14 ore, alle 2 di notte trovato morto”, nell’ottobre scorso e quella di Francesco D., obeso e accanito fumatore, “morto al Grossoni il 26 settembre 2008, dopo essere stato legato al letto per impedirgli di fumare”.

4 episodi di violenze legate alla contenzione fisica dei pazienti: nel giugno del 2005, “un marocchino Mohamed M. subì lo spallaccio, e si ritrovò con le braccia paralizzate”, mentre una donna Rita F., nel marzo del 2006 “venne legata e subì piaghe da decubito e infezioni”, un’altra paziente invece “all’inizio del 2010 è rimasta legata per 18 giorni e 6 ore” e Andrea S. “per 14 giorni” .

L’esposto segnala anche la vicenda di Maria Teresa D., che nel maggio del 2009 “venne legata per due ore, solo perchè aveva litigato a parole con un infermiere per un motivo banale”.

Nel documento presentato alla Procura di Milano e firmato anche dal marito di Rita F. si evidenzia che quest’ultima “dopo la contenzione, vive su una sedia a rotelle”.

(da Direttanews.it)

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http://www.news-forumsalutementale.it/reparto-psichiatrico-ospedale-niguarda-decessi-e-maltrattamenti-telefono-viola-denuncia-metodi-di-contenzione-alla-procura-di-milano/

In manette avvocato milanese e giudice di Reggio Calabria, Presidente di Corte d'Assise ed esponente della corrente di sinistra di Magistratura Democratica

Dieci gli arresti della DDA di Milano per favoreggiamento dei clan della ‘ndrangheta.

Una decina di provvedimenti cautelari, tra cui spicca l’arresto del giudice del Tribunale di Reggio Calabria, Giuseppe Vincenzo Giglio, sono stati eseguiti nell’ambito di una vasta operazione della Dda di Milano contro la ‘ndrangheta. Giglio è accusato di corruzione e di favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada.

In manette anche il consigliere regionale Pdl Francesco Morelli e l’avvocato milanese Vincenzo Minasi.

Il consigiere della Regione Calabria finito in carcere, che era stato eletto nella lista “Pdl-Berlusconi per Scopelliti”, rappresenterebbe l’anello di collegamento tra i clan e gli ambienti politici nazionali. Nel Consiglio regionale Morelli è presidente della  Commissione consiliare, Bilancio e programmazione economica.

Il giudice finito agli arresti è il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria. Tra le altre accuse per lui, c’è anche quella della rivelazione del segreto d’ufficio con l’aggravante di aver agevolato le attività della ‘ndrangheta.

Le accuse al giudice
Giglio, 51 anni, nella sua veste di presidente della sezione “Misure di prevenzione” del Tribunale di Reggio Calabria viene accusato dalla Dda milanese di aver “agevolato” la ‘ndrangheta. Per il magistrato, finito in carcere in base all’ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari, il prezzo della corruzione nei suoi confronti sarebbe stato quello di favorire, tra le altre cose, la carriera della moglie. La moglie del magistrato è infatti stata dirigente provinciale ed è poi diventata commissario straordinario della Asl di Vibo Valentia.

Il gip di Palmi corrotto con viaggi ed escort
Risulta indagato nella stessa inchiesta per corruzione in atti giudiziari il gip di Palmi, Giancarlo Giusti, che sarebbe stato corrotto  con alcuni viaggi nel Nord Italia e con alcune escort da Giulio Giuseppe Lampada, finito invece in carcere per associazione mafiosa e altri reati. Sarebbe stato proprio Lampada a pagare una ventina di viaggi al giudice nel Nord Italia, il quale poi avrebbe intrattenuto anche rapporti con alcune escort, in un hotel milanese in zona San Siro.       Sempre stando a quanto si e’ saputo, il consigliere regionale calabrese del Pdl Giuseppe Morelli, finito in carcere, avrebbe anche lui acquisito notizie riservate rivolgendosi al magistrato Giglio, il quale gli avrebbe mandato anche un fax per tranquillizzarlo sul fatto che non ci fossero indagini penali a suo carico.

Gli altri arresti dell’operazione
In arresto nella vasta operazione è finito anche il maresciallo capo della Guardia di Finanza, Luigi Mongelli, con l’accusa di corruzione, e in corso sono le perquisizioni che riguardano Giancarlo Giusti, giudice in servizio all Tribunale di Palmi, che risulta indagato in atti giudiziari. Sono poi finiti in carcere Raffaele Ferminio per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, e un medico di Reggio Calabria, Vincenzo Giglio, per concorso esterno in associazione mafiosa.  Dalle indagini è emerso che Giglio, cugino del magistrato di Reggio Calabria, avrebbe appoggiato la campagna elettorale di Leonardo Valle, anche lui arrestato per associazione mafiosa, che si era candidato in un Comune dell’hinterland milanese, senza poi essere eletto. In carcere è finito poi, per corruzione e intestazione fittizia di beni, Francesco Lampada, già detenuto per associazione mafiosa, concorso in usura e intestazione fittizia di beni.

Arrestato anche Giulio Giuseppe Lampada, per associazione mafiosa, corruzione, concorso in rivelazione di segreti d’ufficio, intestazione fittizia di beni, mentre all’avvocato Minasi vengono contestate le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di segreti d’ufficio, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla finalità di favorire l’associazione mafiosa. L’avvocato avrebbe in particolare raccolto una serie di notizie riservate su alcune indagini che riguardavano il clan Valle.

L’ordinanza in carcere riguarda poi  Leonardo Valle per associazione mafiosa, corruzione e intestazione fittizia di beni. Ai domiciliari  Maria Valle, moglie di Francesco Lampada, arrestata per corruzione. I provvedimenti di arresto sono stati firmati  dal gip Giuseppe Gennari.

La polizia nella sede del Consiglio regionale
Agenti della polizia di Stato sono arrivati a Palazzo Campanella, nella sede del Consiglio regionale della Calabria, dove hanno perquisito gli uffici del consigliere Morelli, arrestato la scorsa notte su richiesta della Dda di Milano.

L’inchiesta è stata condotta dal procuratore aggiunto milanese Ilda Boccassini e dei sostituti procuratori Paolo Storari e Alessandra Dolci. La Dda di Milano e il gip milanese Gennari hanno individuato la competenza territoriale della magistratura milanese per queste indagini perché il reato al centro dell’inchiesta è quello di associazione mafiosa che riguarda il clan Valle, reato che attira anche gli altri reati “satellite”.

Di Pietro sapeva ma sostenne Penati. La procura di Milano come sempre coprì…

Di Pietro sapeva tutto di Penati ma lo fece votare nelle elezioni successive e la Procura di Milano come sempre coprì…
Di Pietro sapeva e non fece nulla. Di Pietro sapeva e tuttavia sostenne Penati alle elezioni in più occasioni.
L’ex sindaco di Milano Albertini parlò del caso Serravalle e dello scandaloso giro di interessi che ci stava dietro con Di Pietro, D’Ambrosio e Borrelli che lessero le denunce senza fare nulla.
Di Pietro dopo aver guardato le carte disse ad Albertini: «Ai miei tempi, con una cosa così tra le mani, ci aprivi un’inchiesta, si incriminava qualcuno e forse si arrestava anche» e parla di indizi evidenti di mazzette e tangenti, per quanto «ingegnerizzate».
Insomma considerava Penati quasi un “ladro”.
E quindi si domanda “Il Fazioso” ovviamente non lo sostenne nelle successive elezioni vero?
E invece no, perchè Di Pietro con l’Italia dei Valori appoggiò Penati alle provinciali 2009 e alle regionali 2010.
Tutti sapevano, nessuno si mosse, la Procura di Milano come sempre dormiva o meglio copriva… E Di Pietro, come al solito, furbescamente, a parole attaccava l’incriminabile Penati fino a quando poi, scandalosamente, lo sostenne nelle successive elezioni. Una vera vergogna formato Milano – politica dei finti partiti di opposizione.
C’è chi si aspetta che sarà Di Pietro a prendere le redini del PDL quando Berlusconi abdicherà…
Un nuovo centro-destra dalle “mani pulite” … ?
E ciò che secondo fonti confidenziali si sarebbero mormorati il 23 giugno scorso sui banchi di Montecitorio.
L’avvicinamento di Di Pietro all’acerrimo nemico e i successivi cambiamenti nella strategia dello scaltro leader del partito della corruzione sembrerebbero andare in questa direzione.