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MASSOMAFIA: "MI DICEVANO DI LASCIAR PERDERE". IN ONORE DI GIUSEPPE D'URSO

L’EROE SCONOSCIUTO CHE PER PRIMO RIVELO’ INASCOLTATO CHE «STATO E MASSOMAFIE» SONO UNA «COSA SOLA».

di Pietro Palau Giovannetti (sociologo)

Il termine sincretico «massomafie», quasi mai utilizzato dai media,  è stato coniato negli anni ’80 dal Prof. Giuseppe D’Urso, docente universitario e presidente per la Sicilia dell’Istituto Nazionale di Urbanistica che, per primo, grazie alle sue ricerche, svolte in ambito istituzionale, svelò il connubio fra mafie, massonerie e sistema giudiziario, quale collante del controllo politico-economico-mafioso del territorio, denunciando inascoltatamente i cavalieri catanesi, i magistrati corrotti al loro servizio, gli appalti e le connivenze politiche-affaristiche, indicandoci che le mafie, ieri come oggi, non sono una patologia tipica delle Regioni del Sud Italia, ma un vero e proprio «braccio armato» di un regime corrotto, un «male endemico» diffuso e istituzionalizzato, protetto e organizzato su basi ben precise, espressione di una parte consistente della classe dirigente locale e nazionale.  Quella che, negli ultimi decenni, sino alle più recenti vicende sulla P3,  è emerso essere, in maniera sempre più nitida, collegata a doppio filo, a consorterie occulte, dalla Massoneria (deviata) all’Opus Dei, dal Bilderberg ai Cavalieri di Malta, etc…

A partire dagli anni ’60, studiando gli investimenti di capitali in grandi operazioni immobiliari, soprattutto acquisti di terreni e costruzioni di opere pubbliche, il Prof. D’Urso denunciò instancabilmente, sino alla morte, anche nel corso di assemblee sindacali a livello nazionale, dibattiti e interviste, l’esistenza di poteri occulti in grado di condizionare la magistratura e la vita democratica.

Fu lui, scrive Riccardo Orioles, a postulare per primo, e a descrivere con precisione, il legame organico fra mafie e massonerie, ad analizzarne le strutture, a denunciarne la strategia. Tutti gli altri, vennero dopo. E quando, faticosamente, il concetto di “massomafia” – il termine da lui coniato nei primi anni Ottanta – divenne senso comune, allora e solo allora la lotta ai poteri mafiosi poté cominciare davvero. Andreotti, Licio Gelli, i cavalieri catanesi ebbero nel suo cervello il nemico piu’ pericoloso. ["La raison tonne en son cratère", Riccardo Orioles, in “Allonsanfan”, libro elettronico].

Il Prof. D’Urso, fondatore della storica Associazione “I Siciliani“, è infatti ricordato come il principale punto di riferimento del movimento antimafia di Catania e di Palermo, poiché non si era limitato ad individuare la crucialità del rapporto tra massoneria e mafia, ma l’aveva tradotta in puntuali atti di denuncia all’Autorità giudiziaria, a cui per lunghi anni inascoltato aveva trasmesso l’enorme materiale probatorio silenziosamente raccolto sulle prove delle irregolarità amministrative, i misfatti edilizi, gli appalti pubblici pilotati e gli insabbiamenti da parte della magistratura catanese collusa con mafia, politica e massoneria.

«Per ogni abuso» – scrive di lui Claudio Fava – «il professor D’Urso aveva compilato un dossier completo di cifre, nomi, indicazioni di legge, estratti del Piano regolatore, copie di delibere comunali. Quegli esposti, con incrollabile perseveranza, forse perfino con un filo di dolente ironia, erano stati puntualmente spediti all’autorità giudiziaria. Che per molti anni aveva continuato ad inghiottirli in silenzio. L’ultimo fascicolo Giuseppe D’Urso aveva preferito invece farlo trovare sui banchi del Csm. Dentro, in bell’ordine, i promemoria del professore su tutte le inchieste insabbiate dalla Procura di Catania: le protezioni accordate, le illegalità compiute, le indagini depistate. Ma soprattutto c’era il testo del telegramma che D’Urso aveva spedito “per conoscenza” a ministri e presidenti di mezza Repubblica. La vertenza Catania di fatto era nata su quelle poche righe di denuncia civile, sull’intransigente ribellione di un “cittadino qualsiasi.”…». [“La mafia comanda a Catania”, C. Fava, Laterza, Roma-Bari 1991].

«Per primo» – aggiunge Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace” di Viterbo – «il professor D’Urso aveva individuato la crucialità del rapporto tra massoneria e mafia. Rapporto, e decisività, successivamente emersi con grande evidenza: cfr. ad esempio la “tesi 8″ nel libro di Luciano Violante, «Non è la piovra. Dodici tesi sulle mafie italiane» [Einaudi, Torino 1994, pp. 169-181]; e varrà la pena di trascrivere qui almeno l’enunciazione di questa tesi: “Logge massoniche “deviate” costituiscono il tramite più frequente e più sicuro nei rapporti tra mafia e istituzioni. Per mezzo di queste logge, in particolare, la mafia cerca di “aggiustare” i processi che la riguardano. Esponenti delle logge massoniche, a loro volta, hanno chiesto in diverse occasioni la partecipazione di Cosa Nostra a vicende criminali ed eversive. Il terreno d’incontro tra la mafia e queste logge è costituito dai comuni interessi antidemocratici». [“Esempi per una cultura antimafia: Giuseppe D’Urso”, http://lists.peacelink.it/mafia/msg00042.html ].

Ci piacerebbe sapere, se dopo la scomparsa del professor D’Urso, avvenuta il 16 giugno 1996, nel generale e servile silenzio di media e istituzioni, i suoi scritti ed il suo archivio siano stati ordinati, pubblicati e messi a disposizione degli studiosi, delle istituzioni e delle associazioni antimafia, oppure se “more solito” le massomafie che, oltre alla magistratura e alla politica, controllano anche la cultura dominante e l’informazione, siano riuscite ad occultare tutto.

Di seguito riportiamo un’intervista esclusiva dell’epoca, rilasciata dal Prof. D’Urso al settimanale “I Siciliani”, nonché subito dopo, in calce, un suo interessante intervento, seppure molto schematico, in occasione dell’assemblea nazionale delle Confederazioni Sindacali Cgil, Cisl, Uil, che si tenne a Palermo il 15 e 16 ottobre 1982, dopo il delitto Dalla Chiesa, dal titolo: “Per la democrazia, il lavoro, lo sviluppo: lotta alla criminalità mafiosa e al terrorismo”.

Tutti gli atti dei lavori vennero in seguito pubblicati ma tra di essi non vi era però singolarmente traccia delle schede presentate dal Prof. D’Urso sulla necessità di approfondire l’analisi degli assetti e delle trasformazioni del territorio, quale strumento formidabile per comprendere, risalendo alle cause, interconnessioni occulte, intrecci speculativi e per conoscere i gestori segreti.

MASSOMAFIA. IL TEOREMA. MI DICEVANO DI LASCIAR PERDERE.

da “I Siciliani settimanale”, 19 marzo 1986

Per anni ha denunciato, quasi inascoltato, l’esistenza di un intreccio di interessi illegali tra massoneria nera e mafia, coniando persino un termine inedito, massomafia. Oggi la scoperta della loggia di via Roma conferma le intuizioni del professore Giuseppe D’Urso, docente universitario catanese ed ex dirigente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica. Lo abbiamo intervistato.
- Professore, quando e da cosa nascono le sue intuizioni?
«Nascono da analisi territoriali che a partire dagli anni sessanta vado facendo, per ragioni di studio, in tutta la Sicilia sui capitali investiti in grandi operazioni immobiliari, soprattutto acquisti di terreni e costruzioni di opere pubbliche. La cosa che dapprima mi meravigliò e su cui poi cominciai a riflettere fu la serie di coperture offerte a queste operazioni da personaggi di rilievo della vita politica ed istituzionale siciliana. Ogni volta che cercavo di vedere chiaro in certe speculazioni, ricevevo da parte di questi personaggi – politici, magistrati, professionisti – certi consigli: stare calmo, non interessarmi troppo di certe cose, farmi gli affari miei, insomma. Così, alla fine, mi resi conto che dietro quelle operazioni si muoveva un fronte occulto che collegava tra loro personaggi apparentemente del tutto slegati l’uno dall’altro. A comprendere la natura di questi legami mi aiutò una ricerca dell’università di Catania che si basava sul rinvenimento di una serie di documenti di logge massoniche di quell’epoca ritrovate a Messina. Ne venivano fuori interessantissime considerazioni sui rapporti, esistenti prima del fascismo, tra logge massoniche e mafia. Quello che mi colpì fu il fatto che molti dei nomi citati in quella ricerca si ritrovavano – e si ritrovano ancora oggi – perfettamente inseriti ai posti chiave del potere in Sicilia».
- Una sorta di discendenza di padre in figlio, insomma…
«Proprio così. Approfondii queste coincidenze e mi convinsi dell’esistenza di una serie di interconnessioni tra i vari poteri, le istituzioni, l’imprenditoria, la stampa, la cultura e così via. E il collante era proprio la massoneria, alla quale aderiscono molti dei personaggi eccellenti della società siciliana».
- Quando si parla di massoneria la verità viene a galla molto, troppo lentamente. Perché?
«Esiste una volontà politica di mettere tutto a tacere. Io per esempio mi sono molto meravigliato del fatto che la Commissione sulla P2 non abbia pubblicato gli elenchi di tutti i massoni italiani. Alcuni commissari hanno barattato la loro adesione alla relazione Anselmi in cambio della segretezza di questi elenchi; e tra coloro che si sono opposti alla pubblicazione dei nomi ci sono alcuni politici siciliani di spicco, come il socialista Salvo Andò e il senatore democristiano Calarco».
- A Palermo una parte di verità è venuta a galla dopo la scoperta della loggia di via Roma. E a Catania?
«Anche a Catania esistono delle logge che attraversano trasversalmente i partiti di governo, le istituzioni, la stampa cittadina, l’imprenditoria. Un comitato d’affari, insomma, che da venti anni governa di fatto la città. Se proviamo ad immaginare uno scenario non troppo fantastico, possiamo assegnare il ruolo di gran maestro all’onorevole democristiano Nino Drago, probabilmente la vera testa pensante di questo comitato. Ogni tanto c’è un ricambio di uomini, ma i metodi restano sempre gli stessi. E questi vengono applicati, da altri uomini, in tutta la Sicilia».

http://www.claudiofava.it/old/siciliani/memoria/masso/mas02.htm

L’eredità perduta.

Quello che consta rimanere dell’enorme mole di scritti, esposti al C.S.M. e denunce corredate da voluminosi dossier,  pare siano solo una serie di schede in cui traccia un’analisi degli assetti e delle trasformazioni del territorio che costituiscono, a suo avviso, «uno strumento formidabile per comprendere, risalendo alle cause, interconnessioni occulte, intrecci speculativi, per conoscere i gestori segreti delle più grosse operazioni di rapina mafiosa nel territorio siciliano», di cui afferma aver fornito agli organi inquirenti e alle massime cariche dello Stato ogni più dettagliata informazione.

Le schede rappresentano, secondo le stesse indicazioni dell’Autore «tracce sistematiche di lavoro di ulteriore ricerca collettiva da svolgere». Ne riproduciano di seguito integralmente il contenuto, tratto da Avvenimenti del giugno 96 [in ”Antimafia” n. 2/1990].

“PER RIPRENDERE E CONTINUARE”

di Giuseppe D’Urso 

La sezione siciliana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica sottolinea la maturità dei contenuti e l’approfondimento delle tematiche di tutti gli interventi di questa coraggiosa e democratica assemblea.

Per noi, urbanisti democratici, l’analisi degli assetti e delle trasformazioni del territorio costituisce uno strumento formidabile per comprendere, risalendo alle cause, interconnessioni occulte, intrecci speculativi e per conoscere gestori segreti.

Abbiamo fornito e forniamo alla Magistratura elementi precisi e puntuali sulle più grosse operazioni di rapina mafiosa nel territorio siciliano.

Al Sindacato democratico, unitariamente riunito oggi a Palermo, vogliamo invece fornire delle riflessioni, sotto forma di schede sintetiche, per contribuire a fare chiarezza sulle questioni generali dibattute in questa assemblea e ciò alla luce dell’esperenza fatta nelle nostre specifiche ricerche.

Le schede rappresentano tracce sistematiche di lavoro di ulteriore ricerca collettiva da svolgere.

Esse sono le seguenti:

Scheda 1

Necessità di possedere una definizione complessiva, esaustiva e storicamente valida del fenomeno in generale etichettabile come: “alta criminalità organizzata”.

E’ necessaria l’unificazione sistematica di fenomeni sociali come:

a) criminalità economica organizzata

- mafia (Sicilia)

- ‘ndrangheta (Calabria)

- camorra (Campania)

- fibbia (Puglia)

- banditismo (Sardegna)

b) servizi segreti deviati

- dell’est (Patto di Varsavia)

- dell’ovest (Patto Atlantico)

- del Terzo Mondo (Paesi non allineati)

c) criminalità politica organizzata

- terrorismo rosso

- terrorismo nero

d) poteri occulti laici

- massoneria bianca ((Ovest-Est-Terzo Mondo)

- massoneria nera (nei Paesi dell’Ovest)

- massoneria rossa (nei Paesi dell’Est)

e) poteri occulti religiosi

- cattolici (internazionali)

               – Opus Dei

               – gesuiti laici

               – cavalieri di Malta

- altre religioni (terzo mondo)

Anche se si rischia di allargare troppo il campo dell’indagine, questo è uno sforzo che deve essere compiuto con l’aiuto degli intellettuali progressisti: il rischio inverso è quello di tenere l’obiettivo puntato sopra un elemento troppo limitato rispetto al quadro generale.

Bisogna individuare l’intera figura della “piovra” e non solamente uno dei suoi innumerevoli tentacoli (il quale anche se asportato, col tempo si riforma così come era).

Una definizione di “alta criminalità organizzata” può essere la seguente:

Gruppo sociale chiuso che, nell’ambito di un sistema economico, articolandosi in una complessità di sottogruppi, ha come fine l’accumulo e la gestione per i propri affiliati di ricchezze non lavorative: il “gruppo” si avvale di strumentazione per la violenza fisica e l’intimidazione morale, lega i suoi appartenenti con regole di subordinazione e di morte ed ha un processo di adeguamento continuo a quello del sistema economico a cui si riferisce“.

Scheda 2

Necessità di possedere una visione storica del problema, cercando di intravedere i nessi tra storia della Sicilia, storia del Meridione d’Italia e storia d’Italia dall’Unità alla fine della seconda guerra mondiale (conferenza di Yalta).

A questa scheda si allegano alcune fotocopie di testi ritenuti fondamentali per la comprensione di come alcuni fatti economico-sociali si sono tra loro intrecciati: tutto ciò per capire quali sono le interconnessioni del presente e quindi la limitazione delle analisi che focalizzano solo un aspetto della questione.

L’analisi storica deve mettere in luce quali sono stati i rapporti tra potere economico e potere istituzionale sia nelle campagne che nelle città, sia al centro (Roma) che in periferia (settentrionale e meridionale) facendo risaltare come il tutto si è evoluto fino ai nostri giorni (e ciò al di fuori di esasperati ideologismi).

Debbono individuarsi fatti, situazioni e nomi precisi in modo tale da comprendere in maniera puntuale i corsi e gli intecci degli avvenimenti economico-sociali.

Le tappe di questa analisi sono:

1) la situazione preunitaria

2) l’Unità, Cavour e Garibaldi

3) l’età giolittiana

4) la prima guerra mondiale ed il primo dopoguerra (arricchimenti di guerra e loro impieghi)

5) avvento del fascismo: lotta alla mafia ed alla massoneria: il concordato

6) secondo conflitto mondiale e sistema Yalta

7) il secondo dopoguerra, ricostituzione di “cosche” e di “logge” e loro scala internazionale.

Scheda 3

Necessità di possedere una chiara radiografia dello stato patrimoniale degli individui e dei gruppi che gestiscono oggi il sistema economico, il sistema istituzionale, il sistema dei mass-media, il sistema culturale. Solo una analisi puntuale in questo senso può porre in luce i sotterranei rapporti che, mettendo in cortocircuito il potere economico, il potere politico (legislativo, esecutivo, giudiziario), il potere dell’informazione ed il potere culturale, bloccano di fatto lo sviluppo economico e democratico del popolo italiano a vantaggio di determinati gruppi chiusi di sfruttamento economico e di conseguente reazione politica.

I lavoratori italiani debbono farsi carico politico di analisi che, focalizzando comuni, province, regioni, organizzazione statale, mettano a nudo, attraverso l’indagine finanziario-catastale, le posizioni di tutti gli attuali detentori di potere.

Debbono farsi altresì carico dell’introduzione di una strumentazione democratica che consenta per il futuro il controllo continuo su tutti i detentori di potere previsti dalla nostra carta costituzionale.

Riproporre oggi tali materiali e schede che conservano piena attualità e necessità di approfondimento ci appare oltre che un valido strumento di analisi metodologica del fenomeno massomafioso anche un modo per rendere omaggio a uno dei più coraggiosi siciliani  che ha combattuto come pochissimi altri per il bene comune e fare emergere la Verità e la Giustizia (n.d.r.).

L’insabbiamento del «Caso Catania»

Alla fine del 1982, dietro denuncia del Presidente della sezione siciliana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, Prof. Giuseppe D’Urso, scoppiava il “Caso Catania”.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.) aveva finalmente avviato una inchiesta sui denunciati ritardi, omissioni, falsità in atti pubblici e insabbiamenti di alcune scottanti inchieste della Guardia di Finanza e di altre Procure, segnalati dal noto urbanista e docente siciliano.

Mentre a Palazzo dei Marescialli la Commissione referente del C.S.M. interrogava il procuratore capo aggiunto Giulio Cesare Di Natale e il sostituto procuratore Aldo Grassi, i principali indiziati del cd. “Affaire Catania”, a Catania il sostituto Procuratore D’Agata spediva 56 comunicazioni giudiziarie per altrettanti imprenditori e presunti faccendieri siciliani coinvolti in un colossale giro di fatture false e di frodi fiscali.

il rapporto della Guardia di Finanza era stato lasciato in un cassetto, negli uffici della Procura, per molti mesi; e improvvisamente, mentre a Roma si sceglieva il capo della Procura catanese, questo fascicolo delle Fiamme Gialle tornava a galla e partivano 56 comunicazioni giudiziarie.” [Claudio Fava, “La Procura di Catania può saltare in aria”, I Siciliani, Febbraio 1983] (6).

Il 15 dicembre 1981, il Prof. D’Urso risulta avere infatti inviato un voluminoso carteggio sulle presunte irregolarità nell’appalto che il Comune di Catania concesse all’impresa del cavaliere del lavoro Francesco Finocchiaro per la costruzione dell’edificio che ancora oggi ospita gli Uffici giudiziari catanesi. Per finanziare i lavori e affidarne la realizzazione, l’Amministrazione Comunale aveva utilizzato – sosteneva nel suo esposto il prof. D’Urso – una legge creata per scopi totalmente diversi. Una legge, invero, chiarissima – osserva Claudio Fava – «che era difficile pensare ad un errore in fase di interpretazione».

Quell’esposto non aveva ricevuto alcuna risposta né dalla Procura di Catania, né dal C.S.M.

Poi, ad ottobre, dieci mesi dopo, con un breve telegramma di poche righe, indirizzato anche al Presidente, Sandro Pertini, il Prof. D’Urso denuncia il silenzio in cui erano caduti i precedenti esposti inviati al CSM, contenenti voluminosi dossier e vere e proprie circostanziate denunzie, con cifre, testimonianze, documenti, fotocopie di delibere comunali viziate, estratti del piano regolatore, citazioni di articoli di legge completamente disattesi. Tra i dossier scottanti c’era anche quello della Guardia di Finanza di Agrigento e l’impresa di costruzioni Rendo.

Dopo la barbara uccisione del Generale Dalla Chiesa e della moglie, l’opinione pubblica e la società civile premevano per conoscere tutte le verità e la situazione della Procura catanese, osserva Claudio Fava, «non poteva rimanere nel sospetto: bisognava acclararne la trasparente linearità dei comportamenti di legge, oppure le colpe. Quali esse fossero».

Ed è così, che dopo l’interlocutoria designazione di Costa a procuratore Capo, seppure fosse ormai prossimo al pensionamento, il C.S.M. affida l’incarico di coordinare l’inchiesta della prima Commissione Referente al prof. Alfredo Galasso, docente universitario palermitano, membro “laico” del Consiglio Superiore della Magistratura. Tutte le denunzie pervenute al Consiglio sulla Procura di Catania vengono riunite nel procedimento N. 501/81 e proprio prendendo lo spunto da questi “capi d’accusa” la Commissione chiede formalmente ai vertici giudiziari catanesi (Presidente del Tribunale, Ufficio Istruzione e Procuratore Generale) dettagliate informazioni sullo stato delle più scottanti inchieste da anni giacenti presso la Procura catanese. Anzitutto il rapporto della Guardia di Finanza di Agrigento che aveva provocato le 56 comunicazioni giudiziarie di novembre. L’inchiesta della G.d.F. era nata nel 1979 dalle indagini su un imprenditore di Licata, Giuseppe Cremona, che due anni prima era stato arrestato con l’accusa di ricettazione di veicoli pesanti. Il Cremona, accertarono i finanzieri, successivamente aveva preso in subappalto alcuni lavori per la costruzione di una diga nella provincia di Enna. La ditta che aveva fornito il subappalto era l’Ira, una delle molte imprese del gruppo Graci. La Guardia di Finanza scoprì una grossa partita di fatture false rilasciate dal Cremona alla ditta di Graci per lavori in realtà mai eseguiti. Servendosi di queste fatture fasulle l’Ira avrebbe evitato (questa l’accusa della Finanza) di versare allo Stato un congruo numero di miliardi dovuti sull’Iva. Un’evasione fiscale in grande stile che incuriosì gli inquirenti; nel giro di pochi mesi le Fiamme Gialle di tutta la Sicilia accertarono che allo stesso sistema erano ricorsi molti altri imprenditori dell’isola: l’Iva frodata alle casse dello Stato ammontava, secondo i calcoli della G.d.F., ad oltre quattrocento miliardi di vecchie lire. Gli imprenditori – secondo l’accusa – si sarebbero serviti di alcuni comprimari compiacenti che rilasciavano fatture – per importi elevatissimi – relative a lavori mai eseguiti. Il rapporto della Finanza approdò alla Procura di Catania, dopo aver fatto scalo negli uffici giudiziari di Siracusa, parecchi mesi prima. Si ipotizzavano reati precisi: non solo l’evasione fiscale nei confronti di Iva, Irpeg e Ilor ma anche reati di ben diversa caratura penale quali la truffa e l’associazione per delinquere a scopi mafiosi, prevista dalla legge La Torre. E nel rapporto della Finanza c’era tutto il «Gotha» dell’imprenditoria siciliana, dai cavalieri del lavoro Gaetano Graci e Mario Rendo, all’altro cavaliere catanese Carmelo Costanzo (all’epoca latitante), ed ancora il costruttore Rosario Parasiliti, il banchiere Salvatore Iaconitano (direttore dell’agenzia catanese della Banca Agricola di Ragusa). In coda alla lista anche alcuni nomi di noti personaggi assurti alle cronache giudiziarie come il mafioso agrigentino Filippo Di Stefano (già assegnato ad un soggiorno obbligato) e il trapanese Giovanni Traina, titolare di un’impresa di calcestruzzi nel cui cantiere anni prima furono trucidate tre persone.

Nei vari esposti trasmessi al C.S.M., il Prof. D’Urso denunciava come il rapporto della Finanza fosse rimasto lettera morta negli uffici della Procura di Catania. Anzi, sempre secondo i termini degli esposti, accadde che il dossier, ove si indicavano reati precisi sulla scorta di elementi probatori altrettanto inequivocabili, venne infilato nel cosiddetto fascicolo degli «Atti relativi». Il che, per un procedimento penale, equivale alla morte civile.  

«Un insabbiamento in piena regola» denunciano gli esposti del Prof. D’Urso inviati al C.S.M.

La città “senza mafia”

Nonostante l’appalto della nuova sede, proprio per la Pretura di Catania, in via Crispi, fosse stato denunciato dal prof. D’Urso, Direttore del Dipartimento Urbanistica della locale Università e da un nutrito gruppo di architetti e giornalisti, nessuno si mosse per lungo tempo né presso il  Consiglio Comunale né in Procura né al C.S.M., che alla fine assunse dei provvedimenti minori, senza intaccare la struttura di potere della città siciliana che vantava il primato esclusivo di essere «senza mafia».

Nella storia della città e del movimento antimafia quella inerzia, secondo Giambattista Scidà, «segnò una svolta». Le forze dominanti e il costruttore della Pretura potevano dormire sonni tranquilli. Il Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, autore della fatidica intervista sulla mafia a Catania e sulle collusioni con gli im­prenditori catanesi (La Repubblica del 10/08/’82), venne ucciso il 3 settembre, cioè 24 giorni dopo. Durante la solenne inaugurazione del nuovo edificio, in ottobre, il costruttore poté esaltare, tra gli applausi, i meriti dell’imprenditoria catanese. Dall’interno di quel nuovo «tempio della giustizia» il disin­volto costruttore mafioso trionfava sul servitore dello Stato Italiano, che rinunciava a fare prevalere la  legalità e lo stato di diritto. A Dalla Chiesa successe, con poteri di Alto Commissario Antimafia, ex Questore di Catania, il quale aveva sempre mantenuto buoni rap­porti con la mafia imprenditoriale locale e i grandi costruttori isolani. [“Per capire il caso Catania”, Giambattista Scidà, http://www.ucuntu.org/Per-capire-il-caso-Catania.html].

Il giornale “I Siciliani” fu chiuso quello stesso anno. Giuseppe Fava venne ucciso il 05.01.1984. Il quotidiano La Repubblica accettò di chiudere il proprio ufficio di corrisponden­za e di non occuparsi della provincia et­nea nella cronaca regionale. In tale clima, l’inchiesta del C.S.M.  venne facilmente es­orcizzata, senza mettere in luce le prassi devianti della locale Procura, riducendo il “caso Catania” alle respon­sabilità di soli due soggetti. Dei complessi intrecci della realtà catanese, tuttora persistenti, come nel resto dell’isola, tutto restava in ombra.

«I Siciliani»

Nell’autunno 1984, il Prof. D’Urso fondò l’Associazione «I Siciliani», di cui fu il Presidente. L’Associazione si radicò rapidamente ed acquistò peso ed influenza in tutta Italia. Insieme al Coordinamento Antimafia di Palermo e al Centro Peppino Impastato, fu il primo esempio in assoluto di politica militante, nell’Italia degli anni Ottanta, fuori dai partiti. L’Associazione godette della collaborazione di studiosi e magistrati, come il prof. Franco Cazzola e il giudice Scidà, ma anche di religiosi e persone comuni, come il sacerdote Giuseppe Resca e l’operaio Giampaolo Riatti. Era la nuova classe dirigente, quella che avrebbe potuto davvero cambiare tuttom che – come conclude Orioles – «finche’ essa fu unita, non passarono i gattopardi».

Nel 1990, il professore fu fra i ventiquattro fondatori della Rete. Ne organizzò i primi passi dal letto in cui già era inchiodato, contribuendo come pochi altri alle sue prime vittorie.

BIBLIOGRAFIA

1. “Massomafia. Il teorema. Mi dicevano di lasciar perdere”, I Siciliani settimanale, 19.3.86;

2.  Claudio Fava, “La mafia comanda a Catania”, Laterza, Roma-Bari 1991;

3.  Luciano Violante, «Non è la piovra. Dodici tesi sulle mafie italiane», Einaudi, Torino 1994;

4.  P. Sini, “Esempi per una cultura antimafia”: http://lists.peacelink.it/mafia/msg00042.html;

5.  Claudio Fava, “La Procura di Catania può saltare in aria”, I Siciliani, Febbraio 1983;

6.  “Per capire il caso Catania”, http://www.ucuntu.org/Per-capire-il-caso-Catania.html;

7.  “la raison tonne en son cratère”, Riccardo Orioles, in “Allonsanfan”, libro elettronico;

8.  G. D’Urso: “Per riprendere e continuare”: http://lists.peacelink.it/mafia/msg00042.html

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