"Aiuto, perdo la casa per tre milioni di lire"

Mozzo. Non pagò gli interessi del mutuo ritenuti ingiusti per tre milioni di vecchie lire. Ora dopo 19 anni di causa, oltre a venire ingiustamente condannato a pagare ben 45 mila euro, rischia di vedersi anche sfrattare dalla propria abitazione. La solita “giustizia” alla rovescia.

Francesco Di Lorenzo protesta davanti al Tribunale. Rischia di vedersi sfrattato dalla casa di sua proprietà in via Manzoni a Mozzo, in cui vive con la moglie e i due figli, per colpa di tre milioni di vecchie lire. Nemmeno 1.500 euro, che adesso, col senno di poi e dopo anni di estenuanti lentezze processuali, sembrano una bazzecola, ma che allora, 1988, costituivano una questione di principio. La vicenda giudiziaria che ha investito Francesco Di Lorenzo, 71 anni da compiere, ex dipendente dell’Agenzia delle Entrate, è la classica palla di neve che ruzzolando a valle s’è ingigantita ed è diventata valanga. Il suo calvario comincia nel 1986 con la decisione di comprare un appartamento in una palazzina in via di costruzione a Mozzo. La guerra sugli interessi. Anticipo di 14 milioni di lire, contratto che prevede la permuta della sua vecchia abitazione (quella dove vive tuttora), ma tempi di consegna che s’allungano. Pare che la società immobiliare sia in difficoltà economica, tanto che si fa anticipare dalla banca i soldi del mutuo. «Il fatto è – precisa il signor Di Lorenzo -, che il mutuo doveva partire solo al momento di consegnare l’appartamento». L’istituto di credito esige gli interessi passivi, che l’immobiliare pensa bene di addebitare ai futuri inquilini. Sono tre milioni di lire a testa, contro il cui esborso il signor Francesco s’impunta. Inizia in questo modo, tutto sommato banale, il domino di disavventure giudiziarie che gli rovinerà l’esistenza. La società reclama i soldi con tanto di fattura, il dipendente delle Entrate risponde con una lettera di diffida in cui contesta i tre milioni di interessi non dovuti, il ritardo nella consegna e alcuni lavori non eseguiti. È l’incipit della guerra legale, perché da lì in poi entrano in scena gli avvocati. Il primo legale di Di Lorenzo fa riferimento alla missiva dell’assistito, soprattutto al post scriptum sulle inadempienze contestate alla ditta che il dipendente statale aveva aggiunto a penna e che, vedremo in seguito, durante il processo sparirà misteriosamente. i contenziosi con l’immobiliare. Le cause partono nel 1988: una di possesso che lo statale finirà per perdere in tempi relativamente rapidi (l’appartamento resterà di proprietà dell’immobiliare), l’altra di merito in cui ci si contende acconti, lavori effettuati, spese, interessi (fra cui i famosi tre milioni di lire). I rapporti tra le parti si deteriorano fin da subito. Non sono nemmeno passati sei mesi dall’inizio del contenzioso di possesso che la società cambia la serratura dell’abitazione. «Noi avevamo già iniziato il trasloco – ricorda Di Lorenzo -, dentro c’erano alcuni oggetti di valore affettivo, nonché suppellettili ed elettrodomestici nuovi di zecca, tutta roba che non fu più ritrovata». Qualche tempo dopo il dipendente statale ricambierà il blitz, procurandosi la chiave e andando a vivere in quell’appartamento per qualche mese. «Io e mia moglie non sopportavamo che tutti i lavori che avevamo deciso e pagato di tasca nostra andassero a beneficio di un altro (l’abitazione stava per essere affittata, ndr) – racconta il signor Francesco -. Rimanemmo lì con l’incertezza e il disagio di chi è privato della certezza di vivere in casa propria, fino a quando non scattò il sequestro conservativo». il legale gli fa causa È lì che Di Lorenzo comincia a infilarsi nell’imbuto della sua odissea giudiziaria. E dire che, alla prima udienza della causa di possesso, il pretore aveva invitato le parti a raggiungere un accordo. «Io ero quasi propenso a versare i tre milioni di lire – confida oggi il signor Francesco -, ma il mio avvocato (il secondo, dopo che il primo aveva lasciato l’incarico per subentrati impegni, ndr) continuava a insistere: c’è un contratto che va rispettato. Mi sono fidato di lui, ho pensato: è uno rinomato, saprà certo quel che fa. Col tempo ho cominciato a sospettare che lui agisse contro i miei interessi e che fosse d’accordo con il collega di controparte per tirarla per le lunghe e guadagnarci. Anche per questo motivo l’ho denunciato all’ordine degli avvocati, che però lo ha scagionato». Saranno i dissidi col suo legale a rappresentare la seconda tegola economico-giudiziaria. Perché, nel ’94 (a causa ancora in corso), quando il cliente decide di sollevarlo dall’incarico, l’avvocato presenta una parcella da 40 milioni di lire, due anni dello stipendio del signor Francesco. Così, quando manifesta l’intenzione di non pagare, Di Lorenzo si ritrova con un altro contenzioso sul gobbone, intentato dal suo ex difensore e risoltosi con una sconfitta: lo statale viene condannato a risarcire 25 mila euro, che si affretta a reperire tramite prestiti di amici e di una finanziaria, nel momento in cui intuisce che metà della sua casa rischia di andare all’asta. verdetto ribaltato in appello Sul fronte dell’altro contenzioso, però, arrivano buone notizie. È il 2002 e Di Lorenzo vince la causa di merito. Il tribunale civile gli riconosce un risarcimento di 50 mila euro. La controparte impugna il verdetto e nel luglio del 2007 (19 anni dopo l’avvio) la Corte d’appello decreta che è lui a dovere 45 mila euro all’immobiliare. Per il signor Francesco il verdetto è ingiusto perché i giudici non hanno tenuto conto di una cosa: il post scriptum sparito dalla sua lettera. L’ex dipendente delle Entrate assicura che, in primo grado, la controparte – per dimostrare che non era stato lui a ventilare per primo la richiesta di messa in mora, un dettaglio fondamentale per vincere il contenzioso – aveva prodotto la sua missiva dopo aver debitamente cancellato la coda. Per questo motivo ha presentato una denuncia di falso, un atto che, in virtù di una sentenza della Corte suprema, sarebbe determinante per l’esito del processo civile e che, invece, in appello – per il signor Francesco – sarebbe stato liquidato come puro rilievo penale, e dunque estraneo al contendere. Si potrebbe ricorrere in Cassazione, ma l’ormai pensionato Di Lorenzo non ha più un avvocato: il suo terzo legale gli ha dato il benservito dopo che, ritenendolo involontario responsabile di alcuni errori, l’ex dipendente statale aveva denunciato pure lui all’Ordine. Tenta così di contattare altri avvocati, ma gli viene risposto che per il terzo grado occorrono molti soldi. E lui non ne ha. incatenato davanti al tribunale Da allora ha provato a smuovere le acque con una denuncia in Procura e poi con alcune lettere alla presidenza della Repubblica, a quella del Consiglio e al Csm, che hanno sortito silenzi o risposte di cortesia. La casa dove vive, nel frattempo è stata pignorata. La controparte che reclama i 45 mila euro dovuti per legge ha chiesto l’esecuzione forzata e lunedì in via Manzoni busserà il consulente tecnico d’ufficio per un sopralluogo finalizzato «alle operazioni di perizia». Lui, il signor Francesco, pensionato con a carico due figli adulti senza lavoro, facendo violenza al suo pudore e alla sua dignità di funzionario di Stato, ieri ha portato la sua storia fuori dal tribunale, dove s’è incatenato esibendo il cartello «La giustizia ci ha tolto la vita». Il presidente del tribunale Ezio Siniscalchi è sceso per confortarlo, mentre il carabiniere di piantone, con una delicatezza impacciata per la commozione, non riusciva a far altro che manifestargli la sua solidarietà e a ringraziarlo per i toni educati della protesta. 19 anni per una sentenza Lui, intanto, raccontava dei torti che ritiene di aver subito e dello scandalo dei 19 anni che la giustizia civile ci ha impiegato per sfornare la decisione su un tipo di questione molto comune e apparentemente non complicatissima. E di quei tre milioni di lire che, mannaggia, se li avesse pagati subito… Ma in quel lontano ’88 – quando il Muro di Berlino era cemento e non solo storia e quando il Quartetto Cetra ancora teneva concerti – quella cifra per il signor Di Lorenzo era una questione di principio. Mai si sarebbe immaginato che quei soldi erano l’anticipo di un mare di guai. Ieri chiedeva soltanto come può salvare la sua casa. Legato a un cancello e in compagnia della sua disperazione: perché quella non gliela può p
ignorare nessuno.

da “Eco di Bergamo”, del 05-03-2009

http://www.mauronovelli.it/COG.EU/B%20Gius%205-3-09.htm#4254-26785332

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