{"id":1946,"date":"2011-01-10T17:43:57","date_gmt":"2011-01-10T16:43:57","guid":{"rendered":"http:\/\/www.avvocatisenzafrontiere.it\/?p=1946"},"modified":"2011-01-10T17:43:57","modified_gmt":"2011-01-10T16:43:57","slug":"antonino-saetta-magistrato-scomodo-nemico-dichiarato-dei-centri-di-potere-occulto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.avvocatisenzafrontiere.it\/?p=1946","title":{"rendered":"ANTONINO SAETTA MAGISTRATO SCOMODO NEMICO DICHIARATO DEI CENTRI DI POTERE OCCULTO"},"content":{"rendered":"<p><strong>Antonino Saetta<\/strong>, Presidente della Prima Sezione della Corte d&#8217;Assise d&#8217;Appello di Palermo,\u00a0barbaramente trucidato dalle massomafie, insieme\u00a0al figlio <strong>Stefano<\/strong> la sera del <strong>25 settembre 1988<\/strong>, con caratteristiche da autentica guerriglia urbana.<\/p>\n<p><strong>Gli investigatori conteranno sull&#8217;asfalto un centinaio di bossoli di armi di grosso calibro e da guerra<\/strong>.<br \/>\n<strong><\/strong><\/p>\n<p><strong>Un duplice omicidio eccellente con tre finalit\u00e0: uccidere il pi\u00f9 accreditato magistrato giudicante candidato a presiedere il processo d&#8217;appello alla cupola mafiosa; vendicarsi dell&#8217;integerrima condotta tenuta dal giudice in precedenti processi e gettare un avvertimento ai colleghi superstiti. Obiettivi, almeno per qualche tempo, in gran parte raggiunti.<br \/>\n<\/strong><br \/>\nPer rimediare ad un vuoto di conoscenza di queste due belle figure e dell&#8217;alto Valore morale, etico e professionale dimostrato dal Presidente Saetta, conscio dei pericoli cui andava incontro e cui era stato esposto, pubblichiamo un&#8217;analisi scritta dell&#8217;avvocato <strong>Roberto Saetta<\/strong>,\u00a0 figlio superstite assieme alla sorella <strong>Gabriella<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Antonino Saetta magistrato scomodo nemico dichiarato dei centri di potere<\/strong><br \/>\ndi <strong>Roberto Saetta<\/strong><br \/>\nSaetta Antonino. Magistrato canicattinese ucciso dalla mafia il 25 settembre del 1988. Uomo equilibrato ed integerrimo pag\u00f2 con la vita il rifiuto a piegarsi alle pressioni criminali che volevano ribaltare in appello un verdetto contro la mafia di Palermo. E&#8217; stato assassinato insieme al figlio Stefano. La sua morte \u00e8 stata per\u00f2 dimenticata, ed ogni anniversario diventa occasione per cogliere con mano l&#8217;indifferenza che ha ricoperto questa tragica fine di un servitore dello Stato.<br \/>\nEcco una breve biografia di Antonino Saetta.<\/p>\n<p>Mi si \u00e8 chiesto di fornire alcune brevi notizie sulla vita, e sull&#8217;uccisione del magistrato <strong>Antonino Saetta<\/strong>, e del figlio <strong>Stefano<\/strong>, morto con lui.<\/p>\n<p>E&#8217; un compito che, seppure mi riporti alla mente fatti dolorosi, svolgo volentieri, nella convinzione che sia opportuno cercare di tener vivo il ricordo di certi eventi e di certi uomini che sono caduti per difendere interessi e valori della societ\u00e0 civile tutta.<\/p>\n<p>A maggior ragione l&#8217;informazione appare opportuna con riferimento ad una vittima di mafia, quale Antonino Saetta, che \u00e8 certamente meno conosciuta e meno rievocata di altre consimili, pur essendo non meno rilevante e significativa. Antonino Saetta nacque a Canicatt\u00ec il 25.10.22, terzo di cinque figli, da Stefano, maestro elementare, e da Maddalena Lo Brutto, casalinga. Conseguita la maturit\u00e0 classica presso il liceo ginnasio statale di Caltanissetta, si iscrisse nel 1940 alla facolt\u00e0 di Giurisprudenza presso l&#8217;Universit\u00e0 di Palermo.<\/p>\n<p>Chiamato nel frattempo alle armi, partecip\u00f2 al corso per allievi ufficiali di complemento dell&#8217;esercito, che fu per\u00f2 interrotto per la sopraggiunta cessazione delle ostilit\u00e0. Dopo aver conseguita la laurea in Giurisprudenza nel 1944, col massimo dei voti e la lode, vinse il concorso per Uditore Giudiziario. Entr\u00f2 in Magistratura nel 1948, all&#8217;et\u00e0 di ventisei anni.<\/p>\n<p>La sua prima sede di servizio fu Acqui Tenne (Al), in Piemonte. Nel 1952, spos\u00f2 Luigia Pantano, farmacista, anch&#8217;essa di Canicatt\u00ec. Ad Acqui Tenne nacquero i figli Stefano e Gabriella.<\/p>\n<p>Si trasfer\u00ec poi, nel 1955, a Caltanissetta, ove, alcuni anni dopo, nacque il terzo figlio, Roberto (chi scrive). Fu quindi a Palermo, nel 1960, ed ivi svolse poi la maggior parte della carriera, occupandosi prevalentemente di processi civili, salvo talune parentesi. Nel periodo 1969-71 fu Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca. Negli anni 1976-78, fu Consigliere presso la Corte d&#8217;Assise d&#8217;Appello di Genova, ove si occup\u00f2 anche di taluni processi penali di risonanza nazionale (Brigate Rosse; naufragio doloso Seagull). Nel periodo 1985-86, ricopr\u00ec le funzioni di Presidente della Corte d&#8217;Assise d&#8217;Appello di Caltanissetta. E qui si occup\u00f2, per la prima volta nella sua carriera, di un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui mor\u00ec il giudice Rocco Chinnici, ed i cui imputati erano, tra gli altri, i &#8220;Greco&#8221; di Ciaculli, vertici indiscussi della mafia di allora, e pur tuttavia incensurati. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di primo grado.<\/p>\n<p>Antonino Saetta torn\u00f2 poi definitivamente a Palermo, quale Presidente della prima sezione della Corte d&#8217;Assise d&#8217;Appello.<br \/>\nE qui si occup\u00f2 di altri importanti processi di mafia, ed in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Giuseppe Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia. Il processo, che in primo grado si era concluso con una sorprendente, e molto discussa, assoluzione, decret\u00f2, invece, in appello, la condanna degli imputati alla massima pena, nonostante i tentativi di condizionamento effettuati sulla giuria popolare, e, forse, sui medesimi giudici togati.<br \/>\nPochi mesi dopo la conclusione del processo, e pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza, il Presidente Antonino Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 Settembre 1988, sulla strada Agrigento &#8211; Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicatt\u00ec, al battesimo di un nipotino. L&#8217;inchiesta, pur essendo sin da subito chiara agli inquirenti la matrice mafiosa dell&#8217;omicidio, era stata, in un primo tempo, archiviata a carico di ignoti. In quegli anni, non era ancora stata introdotta la legislazione sul pentitismo; e la quasi totalit\u00e0 degli omicidi di mafia, anche di alte personalit\u00e0 dello Stato, rimanevano prive di colpevoli e persino di imputati. Sette anni dopo, nel 1995, grazie a nuovi elementi investigativi nel frattempo forniti da alcuni collaboranti, e grazie anche al caparbio impegno e alla capacit\u00e0 di due giovani pubblici ministeri presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta, che voglio ricordare, il dr. Antonino Di Matteo, ed il dr. Gilberto Ganassi, si pot\u00e9 riaprire l&#8217;inchiesta.<\/p>\n<p>I responsabili della duplice uccisione vennero individuati in Tot\u00f2 Riina, Francesco Madonia, e Pietro Ribisi. I primi due, capi indiscussi della mafia palermitana, e della cosiddetta cupola, come mandanti; il terzo, Ribisi, esponente di una sanguinaria famiglia mafiosa di Palma Montechiaro, quale esecutore, insieme con altri criminali, nel frattempo uccisi. I tre imputati sono stati processati e condannati all&#8217;ergastolo, dalla Corte d&#8217;Assise di Caltanissetta. Il verdetto, confermato anche nei successivi gradi di giudizio, \u00e8 ormai passato in giudicato. Antonino Saetta rappresentava un obiettivo di primaria importanza per la mafia, un obiettivo da eliminare necessariamente. Per raggiungere il quale, ebbero a convergere le forze di due articolazioni territoriali della mafia: quella palermitana, e quella agrigentina. I processi di mafia presieduti da Antonino Saetta avevano riguardato prevalentemente se non esclusivamente la mafia di Palermo, che risulta mandante dell&#8217;assassinio.<\/p>\n<p>L&#8217;esecuzione materiale dello stesso viene per\u00f2 affidata alla mafia dell&#8217;agrigentino, con la consegna di occuparsene in quel territorio. Ci\u00f2, in parte, \u00e8 stato determinato da ragioni di maggior sicurezza operativa: nessun rischio presentava infatti un agguato a quel magistrato, nel momento in cui, in compagnia soltanto del figlio, ritornava a Palermo, da Canicatt\u00ec, in tarda serata, su una normale vettura, e senza scorta, in un tratto di strada poco trafficata e circondata dalla campagna. Si conseguiva, inoltre, il vantaggio ulteriore di confondere le acque agli inquirenti.<\/p>\n<p>Ma il motivo principale di quella scelta era un altro: risulta, dagli atti processuali, che la mafia dell&#8217;agrigentino, il cui capo indiscusso era, allora, il canicattinese Peppe Di Caro, poi ucciso, abbia volentieri accettato di occuparsi dell&#8217;esecuzione materiale di quell&#8217;assassinio, per acquisire maggior prestigio all&#8217;interno dell&#8217;organizzazione e, soprattutto, per stringere pi\u00f9 forti rapporti di alleanza con le cosche dominanti del palermitano.<\/p>\n<p>La collaborazione tra la mafia palermitana e quella agrigentina serviva anche a dare un segnale di compattezza, e di risolutezza, tanto pi\u00f9 necessario per il significato dirompente di quell&#8217;evento: per la prima volta si uccideva un magistrato &#8220;giudicante&#8221;, un organo che, per definizione, non \u00e8 antagonista rispetto al reo, come lo \u00e8 invece un magistrato inquirente, ma si colloca in una posizione super partes, di terziet\u00e0 e di garanzia, tra l&#8217;accusa e la difesa, e pronunzia il suo verdetto, in nome del Popolo Italiano, sulla base degli elementi processuali forniti dall&#8217;una e dall&#8217;altra.<br \/>\nCon l&#8217;uccisione di Antonino Saetta si compiva un tragico salto di qualit\u00e0: chiunque amministrava giustizia, ledendo interessi mafiosi adesso avrebbe potuto sentirsi in pericolo di vita.<\/p>\n<p>L&#8217;effetto intimidatorio che ne scatur\u00ec negli anni successivi &#8211; effetto assolutamente voluto &#8211; fu esteso e ben evidente, come espressamente \u00e8 stato scritto nella relazione finale della commissione parlamentare antimafia, presieduta dal sen. Violante, e si concretizz\u00f2 in una lunga sequela di ingiustificabili assoluzioni. La gravita di quell&#8217;omicidio fu per la verit\u00e0, sin dall&#8217;inizio, chiara agli operatori giuridici e alle autorit\u00e0 istituzionali: ai funerali di Antonino e Stefano Saetta, a Canicatt\u00ec, volle partecipare, accanto al Capo dello Stato, a Ministri, a Segretari di partito, anche l&#8217;intero Consiglio Superiore della Magistratura, fatto questo che mai si era verificato prima, in casi analoghi, n\u00e9 mai si verific\u00f2 dopo, neppure dopo le stragi del 1992.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 la mafia decise di uccidere un magistrato cos\u00ec poco noto alle cronache come Antonino Saetta?<br \/>\nInnanzitutto, per quello che egli aveva gi\u00e0 fatto. Negli ultimi anni di vita, come s&#8217;\u00e8 detto, si era occupato, quale Presidente di sezione di Corte d&#8217;Assise d&#8217;Appello, di due fondamentali processi di mafia: quello relativo all&#8217;uccisione del giudice Chinnici, contro i Greco di Ciaculli, e il processo relativo all&#8217;omicidio del capitano dei carabinieri Basile, contro i boss emergenti Puccio, Bonanno e Madonia. Entrambi questi processi, condotti con mano ferma, si conclusero con la condanna all&#8217;ergastolo degli imputati, e, particolare che va ricordato, con l&#8217;aumento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di 1\u00b0 grado; invertendo cos\u00ec una comune ma ingiustificata prassi giudiziaria che ci aveva abituati a vedere le sentenze di appello quasi sempre pi\u00f9 miti e indulgenti di quelle di primo grado.<\/p>\n<p>Il processo Basile fu l&#8217;ultimo processo presieduto da mio padre: il dispositivo venne letto poche settimane prima della sua uccisione. E&#8217; probabile che un movente di ritorsione vi fosse, per il modo rigoroso e inflessibile con il quale il processo fu presieduto, sottraendolo a pesanti condizionamenti criminali.<br \/>\nMa certamente non vi fu solo ritorsione. Antonino Saetta fu ucciso anche, o soprattutto, per quel che avrebbe potuto fare quale probabile presidente, come correva voce, del maxiprocesso d&#8217;appello contro la mafia. La quale non poteva gradire per quell&#8217;incarico un giudice che si era dimostrato non influenzabile in alcun modo e non suscettibile di intimidazione. Il movente dell&#8217;assassinio \u00e8 stato quindi triplice: &#8220;punire&#8221; un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni mafiose esercitate; &#8220;ammansire&#8221;, con un&#8217; uccisione eclatante, gli altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; &#8220;prevenire&#8221; la probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del maxiprocesso d&#8217;Appello alla mafia<br \/>\n.<br \/>\nAntonino Saetta era un magistrato schivo e riservato, per indole e per scelta di vita. Un giudice che, come tanti, ma non come tutti, aveva fatto carriera lontano dai centri di potere, palesi od occulti.<br \/>\nUn giudice che, come il conterraneo Rosario Livatino, evitava la frequentazione dei politici, non per banali pregiudizi nei loro confronti, ma per far s\u00ec che non si determinassero indebite interferenze, magari inconsce, sul suo operato. Un giudice che per\u00f2, dopo la sua tragica fine, \u00e8 stato spesso dimenticato. Al punto che la sua figura, e persino il suo nome, sono ormai sconosciuti a tanti, soprattutto ai pi\u00f9 giovani. All&#8217;oblio hanno concorso vari fattori: anzitutto, la sua poca notoriet\u00e0 da vivo, determinata in parte dalle funzioni che svolgeva, che erano funzioni &#8220;giudicanti&#8221;, solitamente poco illuminate dai riflettori delle telecamere.<br \/>\nIn secondo luogo, la sua naturale riservatezza, che dovrebbe essere tuttavia una virt\u00f9 o un dovere per ogni magistrato. Probabilmente ha contribuito anche il luogo scelto per l&#8217;omicidio, un luogo lontano da Palermo, citt\u00e0 ove era la sua residenza e ove svolgeva la sua attivit\u00e0. Ancora pi\u00f9 sconosciuta \u00e8 la figura del figlio Stefano, morto con lui, all&#8217;et\u00e0 di 35 anni. Talmente sconosciuta che, in quel mediocre film intitolato &#8220;Il Giudice Ragazzino&#8221;, film che non \u00e8 piaciuto neanche ai genitori di Rosario Livatino, Stefano viene incomprensibilmente rappresentato come un disabile allo stato vegetativo sulla sedia a rotelle, quando invece era un giovane fisicamente sano, e addirittura sportivo: era un ottimo nuotatore, faceva spesso lunghe camminate, e talvolta giocava pure a calcio.<br \/>\nAveva avuto dei disturbi psichici, dai quali per\u00f2 era sostanzialmente guarito gi\u00e0 diversi anni prima della morte.<br \/>\nLa conoscenza della vicenda di Antonino e Stefano Saetta \u00e8 indispensabile per chiunque voglia realmente comprendere cosa sia stata la lotta alla mafia negli ultimi venti anni, e quale sia stato il livello dello scontro. Ritengo che, prima o poi, a differenza di quel che sinora \u00e8 avvenuto, gli operatori culturali, gli studiosi, il mondo accademico, si soffermeranno pi\u00f9 ampiamente su questa vicenda, che ha caratteristiche di gravit\u00e0 unica: unica perch\u00e9, per la prima e sinora unica volta, \u00e8 stato ucciso un magistrato giudicante; e unica perch\u00e9, per la prima e unica volta, insieme con il magistrato da uccidere, \u00e8 stato ucciso anche suo figlio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Antonino Saetta, Presidente della Prima Sezione della Corte d&#8217;Assise d&#8217;Appello di Palermo,\u00a0barbaramente trucidato dalle massomafie, insieme\u00a0al figlio Stefano la sera del 25 settembre 1988, con caratteristiche da autentica guerriglia urbana. 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