{"id":1053,"date":"2010-09-06T16:03:15","date_gmt":"2010-09-06T15:03:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.avvocatisenzafrontiere.it\/?p=1053"},"modified":"2010-09-06T16:03:15","modified_gmt":"2010-09-06T15:03:15","slug":"malasanita-videoinchiesta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.avvocatisenzafrontiere.it\/?p=1053","title":{"rendered":"MALASANITA&#039; VIDEOINCHIESTA"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e <strong>sono entrato negli ospedali<\/strong>. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell\u2019inesistente associazione <strong>Orchidea bianca onlus<\/strong>. Ho assunto le vesti di un volontario, laureato in medicina in procinto di fare la specializzazione. <strong>\u00c8 bastato per spalancarmi le porte di reparti, pronto soccorso, sale operatorie<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Trattato come un medico<\/strong> da pazienti, inservienti,  infermieri, colleghi. Questi ultimi mi hanno accolto nei loro camerini,  mi hanno assegnato l\u2019armadietto e gli indumenti da lavoro. Sono entrato a  contatto diretto con i malati, ho fatto il giro di visite del mattino e  ho preso parte (ma non ho preso i ferri in mano, tranquilli) a  interventi chirurgici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Gli ospedali al centro di questa inchiesta sono quattro<\/strong>: a <strong>Catanzaro, Napoli, Isernia e Venafro<\/strong>, in provincia di Isernia. Nel corso dell\u2019indagine (tutta documentata da una <strong>telecamera nascosta<\/strong>)  ho visto barboni che mangiano e dormono a pochi metri dai malati,  zingare che passano fra i letti a chiedere l\u2019elemosina, cinesi che  entrano nei reparti per vendere ai bambini giocattoli privi di ogni  standard di sicurezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poi medici e infermieri che fumano, alcuni perfino dentro i blocchi operatori. Ho seriamente rischiato di <strong>togliere dei punti di sutura dalla testa di una donna<\/strong>. Soprattutto, ho visto da vicino come il personale sanitario si comporta a volte nei nostri ospedali. Come vengono <strong>ignorate le pi\u00f9 basilari regole di comportamento e di igiene<\/strong>,  la cui inosservanza provoca ogni anno circa 500 mila infezioni e pi\u00f9 di  5 mila morti. Pazienti che erano andati a curarsi per altre cause.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Catanzaro<\/strong><br \/>\nSono le 7 di marted\u00ec 29 settembre, Ospedale Pugliese di Catanzaro. Per  un\u2019ora faccio su e gi\u00f9 con gli ascensori. Le norme prescrivono che la  biancheria pulita segua un percorso diverso da quella sporca. <strong>I rifiuti ospedalieri<\/strong>,  organici, non devono transitare negli stessi ascensori utilizzati da  medici, pazienti o per il cibo. A Catanzaro non funziona cos\u00ec. Passa  tutto per lo stesso montacarichi. Ci sono dentro quando si apre la  porta. Un operaio: \u201cDott\u00f2, sta scendendo?\u201d. Rispondo di s\u00ec e lui spinge  all\u2019interno il carrello con un bel po\u2019 di bidoni gialli messi uno sopra  l\u2019altro fino al soffitto. Ci stringiamo nel poco spazio disponibile. Li  abbiamo addosso. Nell\u2019etichetta esterna c\u2019\u00e8 scritto: \u201c<strong>Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo<\/strong>\u201c.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dentro possono esserci garze imbevute di sangue, siringhe, residui di  interventi chirurgici, anche materiale radioattivo utilizzato nella  medicina nucleare. La porta dell\u2019ascensore si apre, pochi minuti dopo  sono sempre l\u00ec con il carrello del cibo.<br \/>\nAlle 8 e mezzo eccomi in pediatria. <strong>Entro nella saletta dei medici<\/strong>.  Ce ne sono tre, pi\u00f9 due infermiere. Mi presento: sono il dottor  Trimarchi dell\u2019associazione Orchidea bianca onlus. Dico tutto  velocemente, come fosse la pi\u00f9 famosa organizzazione sanitaria italiana,  nella speranza di far scattare il tipico meccanismo per cui non chiedi  ulteriori informazioni per paura di passare per deficiente davanti agli  altri. \u00c8 andata. Spiego che mi sono appena laureato e che la nostra  struttura ci manda a fare degli stage in giro per gli ospedali. Vorrei  stare un giorno con loro per vedere come lavorano. Non c\u2019\u00e8 problema, <strong>nessuno chiede una lettera di incarico<\/strong>, un documento, una preventiva richiesta alla direzione generale. Nulla. <strong>Mi accettano sulla parola. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da questo momento parte quel processo che poi si ripeter\u00e0 in alcuni dei centri successivi: <strong>basta farsi vedere in giro con un infermiere o un medico perch\u00e9 tutti gli altri ti considerino uno di loro<\/strong>,  un nuovo arrivato. Ogni minuto che passa, ogni gesto \u00e8 un tassello che  va ad arricchire la tua tracciabilit\u00e0. Fino a non riuscire pi\u00f9 a  risalire al momento originario. Ovvero, come sei entrato l\u00ec. Chi ti ha  mandato. Chi ti ha aperto le porte per primo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono a tutti gli effetti il dottor Trimarchi. Il primo a darmene atto  \u00e8 l\u2019imbianchino che dipinge i muri del corridoio. Mi saluta con una  certa deferenza. La puzza della vernice si sente, eccome. <strong>Le infermiere mi accolgono nella loro saletta<\/strong>. Una mi prepara il caff\u00e8. Poi mi offre una sigaretta. Lei accende e apre la finestra. Mi infilo nella camera dei medici.<strong> Anche qui si fuma<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo mezz\u2019ora il battaglione muove alla volta delle camere dei  bambini per il consueto giro mattutino delle visite. Alla testa c\u2019\u00e8 il  medico pi\u00f9 esperto. Camice aperto, mani in tasca o a giocare con le  chiavi, passa da un letto all\u2019altro dispensando affettuosi buffetti e  barzellette. <strong>Le visite avvengono tutte senza guanti e senza un minimo di privacy<\/strong>, ogni comunicazione \u00e8 a partecipazione collettiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima mi sono informato sulle diagnosi dei malati: c\u2019\u00e8 chi ha  un\u2019infezione generalizzata, chi da morso di zecca, chi ha la  mononucleosi, l\u2019epatite. In una stanza ci sono tre letti: due  adolescenti e un bambino. Dopo aver toccato le ragazze il medico infila  la mano dentro la bocca del piccoletto. Ma non vede bene. Allora afferra  la tapparella, la tira su. Poi fa alzare il bambino, lo mette a favore  di luce e <strong>gli rificca la stessa mano in bocca<\/strong>. Un altro  bambino ha delle strane macchie sul corpo. Dietro un orecchio la pelle \u00e8  aperta. Il medico ci passa le mani, poi invita l\u2019assistente ad  avvicinarsi. Tocca pure lei. <strong>Senza guanti<\/strong>. L\u2019\u00e9quipe si consulta. Non si riesce a capire a cosa siano dovute. Le gambe sono piene. Uno butta l\u00ec l\u2019ipotesi <strong>tubercolosi<\/strong>, un altro epatite.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Durante una visita, il medico mi coinvolge: \u201cLei che ne pensa, dottor  Trimarchi?\u201d. Sono con le spalle al muro, non so cosa fare. Ripete la  domanda, vuole sapere se in presenza di quei valori la diagnosi \u00e8  corretta. <strong>Rispondo che non lo so, non \u00e8 quella la mia specializzazione<\/strong>.  \u201cE in che cosa siete specializzato voi, dottore?\u201d. Gi\u00e0, bella domanda.  In sociologia, in sociologia medica, ecco. Dico cos\u00ec e subito mi do del  deficiente. Ma che c\u2019entra la sociol\u2026? \u201cBene!\u201d esclama il medico. \u201cHo  giusto un caso di cui vi potete occupare allora\u201d.  Sono pronto. \u201cUna  bambina alla quale abbiamo scoperto il diabete. Ma la mamma, che \u00e8 qui  con lei, \u00e8 analfabeta\u201d. In una camera singola c\u2019\u00e8 un bambino con gravi  malformazioni. Sembra affetto da sindrome di Down. \u00c8 grasso, gonfio  dalla testa ai piedi, sproporzionato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre il medico si avvicina lui gli sfila lo stetoscopio dalla  giacca. Ci gioca con le mani. Se lo attacca alle orecchie, al petto.  Alla fine il dottore lo riprende e lo rimette in tasca. Ci sono altri  piccoli da visitare.<br \/>\nIntorno alle 11 esco e vado a prendere il caff\u00e8 al bar di fronte all\u2019ospedale.<strong> Con camice e zoccoli, cosa vietata<\/strong>.  Ma sono in buona compagnia. Torno dentro, sulle scale trovo una zingara  che chiede l\u2019elemosina. La tengo d\u2019occhio. Dopo un po\u2019 si infila in un  reparto, si fa largo tra i parenti in visita, arriva perfino ai letti  dei malati.<\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\"><script type=\"text\/javascript\">\/\/ < ![CDATA[\n\/\/ < ![CDATA[\ngoogle_ad_client = \"pub-6315110266385339\";\n\/* 468x60, created 2\/23\/10 *\/\ngoogle_ad_slot = \"2167491505\";\ngoogle_ad_width = 468;\ngoogle_ad_height = 60;\n\/\/ ]]><\/script> <script src=\"http:\/\/pagead2.googlesyndication.com\/pagead\/show_ads.js\" type=\"text\/javascript\">\n<\/script><script src=\"http:\/\/pagead2.googlesyndication.com\/pagead\/expansion_embed.js\"><\/script><script src=\"http:\/\/googleads.g.doubleclick.net\/pagead\/test_domain.js\"><\/script><script type=\"text\/javascript\">\/\/ < ![CDATA[\n\/\/ < ![CDATA[\ngoogle_protectAndRun(\"ads_core.google_render_ad\", google_handleError, google_render_ad);\n\/\/ ]]><\/script><ins><\/ins><ins id=\"google_ads_frame1_anchor\"><\/ins><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Provo a entrare nel blocco operatorio. Suono il campanello.  Un\u2019infermiera mi apre la porta. Saluto con piglio sicuro e vado dentro.  Dopo pochi metri c\u2019\u00e8 un\u2019altra porta a vetri opachi. Su un cartello c\u2019\u00e8  un avviso rivolto a tutto il personale: \u201cSi ricorda che \u00e8 assolutamente  vietato entrare nelle sale operatorie senza divise, calzari, cappellini e  mascherine adeguate\u201d. Gli indumenti sono l\u00ec a fianco. Li ignoro. La  porta si apre su un corridoio, sulla destra ci sono due sale operatorie.  Un infermiere mi viene incontro. <strong>Non ha calzari, cuffia, guanti: nulla<\/strong>.  Gli dico che sto cercando il dottor Vattelappesca, un dottore di cui ho  letto il nome su un cartello in giro. \u201cSta al piano di sotto\u201d. Ribatto:  mi ha detto di trovarci qui per prendere <strong>accordi per un intervento<\/strong>.  Tanto basta, semaforo verde. La scena si ripete identica nella camera  successiva. Sulla soglia una donna parla al cellulare. La chiamata  sembra di lavoro. La seguo dentro. Mette il telefono nella tasca  posteriore dei pantaloni, prende una garza e si rimette al lavoro.<strong> Non ha cambiato i guanti<\/strong>.  Le sue mani si posano sull\u2019uomo operato. Con lei c\u2019\u00e8 un\u2019altra donna:  naso fuori dalla mascherina. A un metro, una infermiera vestita come  fosse in reparto. Ha soltanto una cuffia sui capelli, che lascia  scoperti grandi ciuffi sul davanti. Non ha i calzari. Come me, che sto a  due metri dal lettino operatorio con le stesse scarpe che avevo poco  prima al bar di fronte all\u2019ospedale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All\u2019uscita del reparto un uomo mi chiede com\u2019\u00e8 andata l\u2019operazione, \u00e8  preoccupato. Rispondo che \u00e8 tutto ok e prego Dio che sia vero. Lo  rassicuro, la madre si \u00e8 risvegliata. Mi stringe le mani, mi ringrazia,  dice che per\u00f2 si tratta della moglie.<br \/>\nUn infermiere mi ha raccontato di <strong>un barbone che mangia e dorme dentro la struttura<\/strong>.  Lo trovo seduto davanti al reparto di medicina nucleare, tra  l\u2019ascensore e la corsia, dove passano i malati. \u00c8 grosso, dorme piegato  su se stesso. Ha due sacchetti pieni di cianfrusaglie. Le gambe sono  gonfie, le caviglie non si distinguono. Puzza. Ha i capelli lunghi e la  barba. Accanto a lui c\u2019\u00e8 un piatto di plastica con i resti del pranzo  che ha appena consumato. Lo chiamano \u201cCarminuzzo\u201d, diminuitivo di  Carmelo, ha il mio stesso nome.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Continuo il giro. Fra gente che mi chiede informazioni. Non so che  rispondere, mi scuso, dico che \u00e8 il mio primo giorno. Mi becco auguri e  pure qualche bacio. Incrocio una ragazza cinese. Ha uno zaino sulle  spalle e <strong>una sorta di bancarella ambulante<\/strong> davanti con  bracciali, orologi e giocattoli. La seguo. Un\u2019infermiera le chiede un  cinturino, contrattano. Entra ed esce dalle stanze, anche in pediatria,  dove vende i suoi giochi di plastica privi degli standard di sicurezza  previsti dall\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Napoli<\/strong><br \/>\nGioved\u00ec primo ottobre il dottor Valerio Trimarchi si presenta al  Pellegrini di Napoli, nel centro storico. Non ho fortuna. L\u2019ospedale \u00e8  piccolo, si conoscono tutti, dal primario all\u2019ultimo dei volontari.  Riesco comunque a fare un giro all\u2019interno. Non sono ancora le 8 del  mattino. Diversi ricoverati dormono sulle barelle nei corridoi. Le  condizioni igieniche sembrano scarse. <strong>Sul davanzale di una finestra ci sono decine di mozziconi di sigarette<\/strong>. Stessa situazione al pronto soccorso.<br \/>\nL\u2019ingresso dell\u2019ospedale d\u00e0 su una strada molto trafficata. Poco pi\u00f9 su  c\u2019\u00e8 l\u2019arrivo della metropolitana. \u00c8 una fiumana di persone che si  trascina tra auto e moto. In mezzo vedo infermieri e medici in divisa,  uno addirittura con la tuta operatoria. Vanno al bar o nei negozietti  della via.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Isernia<\/strong><br \/>\nPer entrare all\u2019ospedale di Isernia, in Molise, mi infilo in un  vorticoso giro di conoscenze tipico di una certa Italia dove l\u2019amicizia e  il clientelismo la fanno da padrone. Si trova sempre qualcuno che ti  consiglia a un altro, che a sua volta non si prende nemmeno la briga di  capire chi sei. <strong>Gli basta soltanto sapere che sta facendo un favore.<\/strong> Si va avanti cos\u00ec, in una sorta di catena di Sant\u2019Antonio della quale non si riesce pi\u00f9 a venire a capo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto Valerio Trimarchi venerd\u00ec 2 ottobre di buon mattino arriva in  divisa d\u2019ordinanza all\u2019ospedale Veneziale. Dico che mi sono appena  laureato e che mi accingo a scegliere la specializzazione. In medicina  generale i pazienti sono tutti anziani. I medici si fermano ai piedi del  letto, guardano la cartella, si confrontano, prescrivono esami. Le mani  ce le mettono gli infermieri. <strong>Si passa da un pannolone all\u2019altro fino alle flebo: senza guanti<\/strong>. Solo un\u2019infermiera \u00e8 ligia al dovere. Gli altri quasi la rimproverano per l\u2019inutile perdita di tempo. Alla fine vado al bar.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una dottoressa in camice bianco \u00e8 appoggiata a un\u2019auto parcheggiata.  Aspetta qualcuno. Un medico in tuta verde attraversa la strada. Torno  nel blocco operatorio. Mi conoscono tutti, mi muovo in totale libert\u00e0. <strong>Vedo medici e infermieri senza copriscarpe<\/strong>,  mascherine. Senza guanti. Un paio di chirurghi fumano. A pochi metri  dalle sale dove si operano i malati, i posacenere sono pieni di  mozziconi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intorno alle 2 del pomeriggio mi accingo a lasciare l\u2019ospedale.  Sbaglio l\u2019uscita. Percorro un corridoio pieno di scatoloni, qualcosa a  met\u00e0 tra un magazzino e un ripostiglio. I muri sono scrostati, alcune  piastrelle divelte. Cammino per una decina di metri quando sulla destra  mi trovo una porta spalancata: dentro ci sono tre malati che dormono sui  lettini. Fanno la dialisi. <strong>Le condizioni igieniche sono scadenti<\/strong>. A met\u00e0 corridoio, senza alcuna porta divisoria, c\u2019\u00e8 un bagno con due sanitari dove si scaricano pale e pappagalli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel pomeriggio accompagno un medico all\u2019ospedale di Campobasso, nel  reparto di anatomia patologica, dove da Isernia mandano ad analizzare i  tessuti asportati. Davanti a un cartello con scritto \u201cVietato fumare\u201d <strong>una dottoressa ci intrattiene con una sigaretta fra le mani<\/strong>.  La stessa mattina le sono arrivati dei \u201cpezzi\u201d che ancora non riesce a  capire perch\u00e9 siano stati asportati. Ci invita a prendere l\u2019abitudine di  segnalare la sospetta diagnosi. E accende una seconda sigaretta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Venafro<\/strong><br \/>\nIl giorno dopo, su segnalazione di un medico di Isernia, vado a trovare  un collega a Venafro, distante una trentina di chilometri. Ha l\u2019aspetto  provato, \u00e8 stanco. Ha voglia di parlare e di sfogarsi. <strong>Fare l\u2019ortopedico l\u00ec \u00e8 come essere in trincea<\/strong>,  ti arriva di tutto e lavori in condizioni estreme. Con gente che fuma  in sala operatoria. Ogni volta che impianta una protesi, dopo che ha  cucito prega Dio perch\u00e9 non subentrino complicazioni e infezioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello che intende lo vedo con i miei occhi luned\u00ec 5 ottobre. Faccio  un rapido giro per il reparto. Le camere sembrano supermercati. I  comodini faticano a contenere bottiglie, biscotti, patatine e  pasticcini. I medici mi danno subito del collega. Dico che sono troppo  buoni e che non merito ancora quel titolo perch\u00e9 devo fare la  specializzazione. Non importa, sono molto gentili. <strong>Mi invitano nella loro stanza, mi affidano un armadietto e una tuta per la sala operatoria<\/strong>. C\u2019\u00e8 da correre a fare gli interventi. Ci cambiamo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel blocco operatorio ci sono i canonici indumenti monouso. Poi,  stranamente, gli spogliatoi sono pi\u00f9 avanti nel percorso che porta alle  sale operatorie. Le regole vengono molto disattese. <strong>L\u2019infermiere che assiste il chirurgo non indossa guanti.<\/strong> Mentre l\u2019operazione \u00e8 in corso la porta si apre: \u00e8 un medico in camice  bianco e scarpe normali. Rimane sulla soglia a chiacchierare con i  colleghi.<br \/>\nTorno in reparto. Sul tavolo della saletta infermieri c\u2019\u00e8 dell\u2019uva. Il  medico mangia e con la stessa mano tocca la medicazione di una donna.  Una signora cammina con un mucchio di lenzuola tra le braccia. Ha  disfatto lei stessa il letto della figlia. Intanto il medico controlla  la mano fasciata di un uomo. Tre dita sono nere, in necrosi. Dai  polpastrelli escono fili di ferro. Lui ci infila le mani, che non ha mai  lavato dopo avere mangiato l\u2019uva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rimango solo, mi trovo davanti una signora: \u201cDott\u00f2, stamattina il  primario mi ha detto che prima di uscire mi devono togliere questi punti  dalla testa. Ma ora lui non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Che fa, me li toglie lei?\u201d. Esito.  <strong>Poi chiedo a un\u2019infermiera di indicarmi la medicheria perch\u00e9, specifico bene, devo togliere i punti a quella donna<\/strong>.  Entriamo. Faccio accomodare la signora, prendo un paio di strumenti, ci  gioco, la guardo e le dico che forse \u00e8 meglio aspettare il primario.  Con la salute della gente \u00e8 meglio non scherzare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e sono entrato negli ospedali. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell\u2019inesistente associazione Orchidea bianca onlus. 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