STORIA DI MOBBING ALLA GUARDIA DI FINANZA.

SEDE DI CATANIA: STORIA DI MOBBING ALLA GUARDIA DI FINANZA.

Apriamo le pagine web dedicate alla Regione Sicilia, con il caso del Maresciallo Antonio Laurino della Guardia di Finanza di Catania, suo malgrado sottoposto dalle alte gerarchie militari ad una vera e propria odissea giudiziaria che si trascina da svariati anni, con un numero impressionante di procedimenti civili, penali e amministrativi, tra loro connessi, per avere cercato di fare valere i propri diritti civili ed il rispetto della persona umana, che non possono venire negati, neppure, ai militari di carriera.

Qui di seguito pubblichiamo la denuncia del Maresciallo Laurino che, dopo il corso Sottufficiali presso la G.d.F. di Catania, dal 1997 si trova vittima di una vera e propria persecuzione per essersi opposto ad ingiuste sanzioni disciplinari mediante ripetuti ricorsi al T.A.R. della Regione Sicilia che, secondo il cattivo costume largamente diffuso nei Tribunali Amministrativi del Paese, volto ad insabbiare tutti i procedimenti ritenuti scomodi, per assecondare le varie mafie, legali e non, che occupano le sfere di comando delle istituzioni, non sono mai stati discussi, nonostante i ripetuti solleciti di fissazione (in gergo tecnico: istanze di prelievo) e le innumerevoli denunce penali nei confronti dei Magistrati inadempienti, su cui pure, allo stato, risulta che la Procura della Repubblica di Messina non avrebbe ancora adottato provvedimenti di sorta.

La tecnica diffusa nei tribunali italiani, incidentalmente messa in luce anche in vari procedimenti penali dei magistrati antimafia e anticorruzione che indagavano sulle Tangentopoli giudiziarie ed i collegamenti tra mafia, politica e magistratura, è quella di procrastinare “sine die” le decisioni di tutti quei procedimenti che potrebbero in qualche modo intaccare gli interessi del Regime occulto e dei poteri forti che controllano il territorio e le stesse istituzioni giudiziarie.

Quanto accade al Maresciallo Antonio Laurino è ciò che quotidianamente accade nei Tribunali amministrativi, civili, penali e nelle Procure, non solo della Sicilia, ma di tutto il Paese, che può capitare a chiunque si trovi a contrapporsi a gruppi di pressione politico-affaristici od organismi istituzionali in posizione dominante, organizzati come vere e proprie mafie, in grado di fare venire meno qualsiasi principio di legalità e rispetto delle più elementari procedure di legge, poste a base del nostro Ordinamento giuridico.

I sistemi usati sono sempre gli stessi: isolare i mobbizzati dal loro ambiente, sottoporli a continui trasferimenti a catena, demolirli moralmente e psicologicamente, affossare le indagini, accanirsi giudizialmente contro di essi, sino a sottoporre le vittime a plurimi procedimenti penali per reati inesistenti, inventati di sana pianta da magistrati zelanti e di parte, quali calunnia, diffamazione, oltraggio, vilipendio, etc. Magistrati pronti a prestarsi in ogni sede inquirente e giudicante a porre in essere ogni tipo di ritorsione, rinvio a giudizio e condanna, onde indurre al totale silenzio i soggetti passivi di tali subdole deviazioni del nostro sistema giudiziario, usato come mezzo per opprimere i cittadini, anziché per tutelare i soggetti più deboli.

Il caso è seguito da alcuni bravi legali siciliani e negli ultimi mesi dalla nostra corrispondente per la Sicilia, che ha vagliato il materiale fattoci pervenire dal Maresciallo Laurino, consentendoci di predisporre la presente presentazione, cosa che continueremo a fare per tutti coloro che vorranno segnalarci i loro casi, dando la loro adesione al Movimento per la Giustizia Robin Hood, che si propone di diffondere un’etica universale dei diritti umani e tutelare le persone indifese dai torti e soprusi del potere.
Al momento non riusciamo ancora a seguire legalmente i tanti casi che ci vengono segnalati da ogni parte d’Italia, essendo la rete di Avvocati senza Frontiere ancora in fase di espansione, ma quanto sicuramente possiamo fare è di dare voce ai più deboli, pubblicando sul sito le loro storie, in modo da spezzare il silenzio di regime su vicende di cui nessuno saprebbe nulla, in modo che i giudici ricordino che la Legge è uguale per tutti e deve venire rispettata per primi da loro stessi.