UNA VITA DA CANCELLIERE DI TRIBUNALE PER FINIRE SFRATTATO DAI GIUDICI

UNA VITA DA CANCELLIERE DI TRIBUNALE PER FINIRE SFRATTATO DAI GIUDICI

“L’uomo, sofferente di diabete, negli anni ’90 aveva chiesto un prestito di 60 milioni e gli usurai gli hanno portato via tutto. Ora è su una strada” (Manuela D’Alessandro, Libero, p. 33, 29/6/04).

Così titola l’unico quotidiano italiano che ha parlato del caso, seppure la storia di Francesco Santomanco sia un caso eclatante e paradigmatico di malagiustizia, trattandosi di una persona anziana e malata, vittima dell’usura, che è stata buttata fuori con la forza pubblica dalla sua abitazione, legato brutalmente con le cinghie alla barella, perché non voleva uscire dalla casa in cui aveva vissuto tutta la vita.

Ciò nel poco nobile scopo di dare esecuzione all’illegittima vendita giudiziaria che aveva visto aggiudicare l’appartamento di sua proprietà, a quotazione del tutto vile, ad una società immobiliare che opera, con probabili illecite aderenze nel Tribunale di Milano, all’ombra del cosiddetto cartello della “compagnia della morte”.

Una parabola kafkiana, scrive Manuela D’Alessandro, di un uomo che ha speso una vita per la giustizia e che dalla giustizia “rischia ora di venire risucchiato in un buco nero”.

“Nella storia del cancelliere vi sono due mostri e un eroe. In ordine di comparizione: l’usura, la magistratura – quando sembra fare di tutto per dimenticare la sua funzione precipua di organo decidente – e (l’Associazione) di Avvocati senza Frontiere”.

“Sorprendentemente, nessuno dei sei giudici dei due tribunali coinvolti, quello milanese e quello bresciano, ha sospeso l’esecuzione dello sfratto coatto. Eppure sussistevano almeno due valide ragioni per farlo. Santomanco è stato riconosciuto dalla stessa magistratura vittima dell’usura… Inoltre soffre di diabete in forma avanzata… La riprova di ciò sono le modalità con cui è stato buttato fuori di casa: legato a doppia cinghia su una barella e con la maschera a ossigeno sul volto. Quello che sconcerta, aggiunge Palau, è come si sia giunti a questo epilogo drammatico.

Nell’ultimo anno io e i legali dell’Associazione abbiamo presentato venti ricorsi per bloccare l’esecuzione dello sfratto. I giudici, senza mai entrare nel merito dei fatti e negare le nostre ragioni, si sono rimpallati la questione da una scrivania all’altra per decidere di chi fosse la competenza.

Così gli usurai hanno potuto portare a termine lo spoglio dell’immobile dove viveva Santomanco”.

Difficilmente la stampa dà notizia di questi ordinari abusi nei confronti delle persone inermi, in quanto mettono in luce il male profondo della nostra società e delle Istituzioni, incapaci di tutelare i deboli, poiché protese a difendere gli interessi dei potenti.

Dell’allucinante odissea giudiziaria di Francesco Santomanco, Dirigente della Cancelleria della 3° sezione civile della Corte d’Appello di Milano, da oltre due anni non ne ha parlato più nessuno, nonostante sia la storia di un uomo onesto che ha denunciato i suoi aguzzini e gli stessi giudici che hanno permesso lo spoglio violento della sua abitazione.

Ciò grazie all’assoluta inerzia della magistratura bresciana e della Prefettura di Milano, a cui si è vanamente rivolto, ai sensi della Legge antiusura, denunciando la vasta “collusione ambientale”, che coinvolge, in generale, le Istituzioni, a seguito della quale si è visto brutalmente gettare in mezzo alla strada, seppure ultrasessantacinquenne, affetto da gravi patologie e privo di altra dimora.

La selvaggia esecuzione è, infatti, avvenuta con il beneplacito del Presidente del Tribunale di Milano, dr. Cardaci e di un gruppo di giudici civili (D’Orsi, Massenz, Canu, Massari, Ferrero, Zevola, D’Ambrosio, Fabiani), che hanno fanno quadrato per difendere una vendita illegittima e l’errore (o il dolo) del giudice che l’ha disposta, senza tenere conto dell’origine usuraria ed estorsiva dei crediti posti a base della stessa e dell’irrisorietà del prezzo di stima.

In buona sostanza, i giudici si sono deliberatamente “palleggiati” per ben un anno gli oltre 20 ricorsi in opposizione all’esecuzione di rilascio forzoso, omettendo di provvedere sulle reiterate istanze di sospensione dello sfratto, presentate dal difensore, così consentendo di portare ad estreme conseguenze il disegno criminoso dei gruppi usurari, tanto da provocare l’apertura di un procedimento penale avanti alla Procura di Brescia per “abuso continuato in atti d’ufficio, falso ideologico e favoreggiamento, finalizzati all’estorsione”.

Procedimento che vede, peraltro, anche, l’inerzia del P.M. di Brescia che non ha, neppure, provveduto a distanza di mesi, sull’istanza di sequestro penale e conservativo dell’immobile.

Inerzia che caratterizza anche la Procura Generale della Cassazione e i Ministeri dell’Interno e della Giustizia, a cui si è, invano, richiesto di intervenire per ristabilire la legalità e fare luce sullo oscuro ambiente delle vendite giudiziarie del Tribunale di Milano, notoriamente controllato dalla c.d. “compagnia della morte”, per cui furono arrestati un gruppo di avvocati e cancellieri, senza, peraltro, intaccare il livello più alto e le complicità dei magistrati (La Repubblica, “La Scommessa del Tribunale di Milano”, 11.11.2003).

LA STORIA.

L’incredibile storia di ordinaria ingiustizia, per chi conosce il reale funzionamento delle aste giudiziarie e il clima di oscure connivenze istituzionali in cui versa la giustizia italiana, nasce a seguito di un prestito di Lire 60.000.000 e successive pretese aventi palese natura usuraria ed estorsiva, da parte di società finanziarie e soggetti privati con influenti aderenze nel sottobosco affaristico-giudiziario, per cui il nostro malcapitato di turno è stato ingiustamente sottoposto al duplice pignoramento, sia della propria abitazione che di un secondo immobile di famiglia, entrambi molto appetibili, in quanto siti in zona centrale di Milano, che sono stati ovviamente stimati a valore infimo, onde potere pilotare l’acquisto su società immobiliari e soggetti vicini al torbido ambiente delle aste giudiziarie, come detto, notoriamente controllate dalla famigerata “compagnia della morte”.

La somma iniziale di Lire 60.000.000, seppure restituita con tassi sempre crescenti, è via via lievitata fino a quasi Lire 900.000.000, costringendo la vittima a firmare cambiali, ipoteche ed obbligazioni di ogni sorta, senza che esistesse alcuna ulteriore dazione di danaro o nuovo “prestito”, con la conseguente evidente natura usuraria ed estorsiva delle maggiori esorbitanti somme poi pretese in sede di pignoramento immobiliare, a seguito del quale è stata disposta la vendita dei due immobili, nonostante plurime opposizioni, istanze di riduzione del pignoramento e denunce.

Mentre il debito saliva così vertiginosamente alle stelle la famigerata “compagnia della morte”, grazie alle diffuse complicità tra giudici, notai e periti della 3^ sezione del Tribunale di Milano, riusciva a fare scendere, al di sotto di qualsiasi immaginabile valutazione di mercato, la stima dei due immobili, siti in pieno centro di Milano (euro 1500 al mq.!).

Con il risultato di riuscire a derubare “in forma legale” il malcapitato soggetto passivo, che, oltre all’usura, diviene vittima anche di un’estorsione paragiudiziaria, avallata dai magistrati. Ciò nonostante, ad avviso dei giudici denunciati che si sono dichiarati incompetenti a decidere, non esisterebbero motivi per sospendere l’illegittima procedura esecutiva.

Per capacitarsi dell’abnormità di tale negazione di tutela basta ricordare che il Giudice dr.ssa Massenz ha iniquamente negato la riduzione del pignoramento e una nuova stima, nonostante trattasi di due immobili, entrambi di alto pregio e valore commerciale, per cui la vendita di uno solo al reale valore di mercato sarebbe stata sufficiente a coprire l’intera pretesa creditoria.

Infatti, il perito, geom. Lapomarda, denunciato per falsa perizia, ha valutato appena Euro 1500 al mq. i due immobili, quando dai bollettini della CCIAA e da stime più oggettive e non mendaci, da noi prodotte, risultano valori in zona di almeno 6000 Euro per mq. Una discrepanza talmente vistosa che non poteva esimere i giudici da maggiori approfondimenti e dalla richiesta rinnovazione della stima, posto che, a 1500 Euro al mq., ormai, non si trovano case da comprare, neppure nelle estreme periferie urbane.

In tale contesto, il sig. Santomanco ha proposto, come detto, una serie di opposizioni ex art. 615 e 617 c.p.c. con impugnazione di falso della CTU di stima e del decreto di trasferimento degli immobili, chiedendo l’intervento del P.M. di Brescia, territorialmente competente ex art. 11 c.p.p., in relazione ai reati ipotizzati di falsa perizia, usura, frode processuale, abuso continuato in atti d’ufficio e falso ideologico, finalizzati all’estorsione, anche a carico dei giudicanti che risultassero responsabili di concorso e/o favoreggiamento.

Onde meglio spiegare i gravi abusi ed omissioni in cui sono incorsi il Presidente del Tribunale dr. Cardaci e i vari giudici, via via incaricati, va detto che gli stessi, pur senza mai negare le gravi ragioni del sig. Santomanco ad ottenere la sospensione dello sfratto, ai sensi degli artt. 615 e 617 c.p.c., hanno fatto il “giuoco delle tre tavole” (questa vince e questa perde), palleggiandosi per un anno, tra Giudice dell’opposizione all’esecuzione (615) e Giudice dell’opposizione agli atti esecutivi (617), i vari ricorsi proposti, al fine precipuo di paralizzare qualsiasi opposizione e ragione, onde consentire alle controparti di portare a termine lo spoglio violento degli immobili.

In proposito, si noti bene che tale distinzione di diritto, dal punto di vista pratico è solo apparente, in quanto si tratta di funzioni racchiuse nello stesso ufficio giudiziario e spesso nella persona del medesimo giudice che, nella specie, togliendosi il cappello, come nei giuochi di prestigio, si qualificava, a seconda della bisogna, o nell’una o nell’altra veste.

Infatti, dapprima, il Presidente del Tribunale di Milano, dr. Cardaci e la dr.ssa Gabriella D’Orsi, Presidente della 3° sezione esecuzioni immobiliare (già indagata a Brescia per avere favorito l’acquisto all’asta, a prezzo irrisorio, di un appartamento in favore della figlia), assegnavano al Giudice della “opposizione agli atti esecutivi” (617) le svariate “opposizioni all’esecuzione”, proposte ai sensi dell’art. 615 c.p.c., i quali senza entrare nel merito e negare la fondatezza delle ragioni addotte, dichiaravano competente a decidere il giudice dell’opposizione all’esecuzione (615), pur senza, tuttavia, mai rimettere gli atti a tale giudice funzionalmente competente.

Infine, dopo avere denunciato tali espedienti, falsità ideologiche e gravi omissioni alla Procura di Brescia, nonchè il ritardo con cui era stata disposta l’assegnazione dei ricorsi ex art. 615 c.p.c., il giudice teoricamente funzionalmente competente, dr.ssa D’Ambrosio, concludeva nel caso del primo immobile di Via Menotti (aggiudicato da una società immobiliare) che “ormai lo sfratto aveva avuto luogo”, mentre nel caso dell’immobile di Via Bellotti che la competenza a decidere sull’invocata sospensione del rilascio coattivo sarebbe stata (sic!) del “giudice dell’opposizione agli atti esecutivi”…! Proprio come nel giuoco delle tre tavole.

Peccato che a perdere questa volta siano i cittadini onesti e l’immagine stessa della giustizia che ormai tutti possiamo capire sia priva di credibilità e prospettive se non si cambia direzione (Fonti: atti procedimenti P.M. di Milano, dr. Spataro, R.G.N.R. 14114/03/21, nonché R.G.N.R. 1036/04 P.M. Brescia).

IL DRAMMATICO BRUTALE EPILOGO.

Dalla notte del 24 giugno 2004 l’anziano malato cancelliere ultrasessantacinquenne vittima dell’usura trovava rifugio e dimora al Dormitorio pubblico di Viale Ortles, con i vestiti lacerati e una prognosi di gg. 5 per le varie lesioni inflittegli, a seguito del brutale sfratto con la forza pubblica, che nessun giudice ha voluto sorprendentemente sospendere, anche per breve tempo, nonostante la pendenza di diversi procedimenti e le gravi ragioni addotte, che traggono origine da una preordinata azione estorsiva e dalla sottostima della sua abitazione, alienata a valori infimi.

In particolare, va denunciato che l’esecuzione ha avuto luogo con modalità violente, nonostante le sue gravi condizioni di salute, attestate dal medico della A.S.L. presente e dai sanitari che lo avevano giorni prima dimesso dall’ospedale Fatebenefratelli, ordinandogli un periodo di cure domiciliari e assoluto riposo per almeno tre mesi.

Da ultimo, occorre segnalare la sparizione e mancata registrazione della denuncia penale contro l’Ufficiale Giudiziario, gli agenti di P.S., i barellieri e lo stesso medico della A.S.L. che hanno dato causa, con i loro accondiscendenti e colpevoli comportamenti, allo spoglio violento dell’abitazione del sig. Francesco Santomanco, in cui lo stesso Presidente di “Avvocati senza Frontiere” ha riportato delle lesioni e subito un fermo illegale di 10 ore, pur essendosi semplicemente opposto verbalmente al tentativo (pure illegale) di sequestrare la macchina fotografica di un professionista free lance che lavorava per le Agenzie stampa, il quale aveva ripreso gli atti di violenza subiti dal Sig. Santomanco che, pur respirando faticosamente con la bombola di ossigeno, era stato afferrato per le braccia e le gambe, trascinato e legato a forza sulla barella, nonostante avesse rifiutato il ricovero coatto, denunciando che nessun cittadino può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario contro la sua volontà (art. 32 c. 2 Cost.).

Anche in questo caso un diritto che, seppure enunciato dalla Costituzione Italiana (libertà di cura), non è stato garantito, né dalla Polizia di Stato, né dalla A.S.L., né dai barellieri della Misericordia Città di Milano (i quali, pur essendosi dapprima rifiutati, poi si sono lasciati convincere dalle intimidazioni ricevute), né tantomeno dalla Magistratura alla quale sono stati denunciati i gravi fatti.

In buona sostanza, la Polizia di Stato ha preferito avventarsi su un anziano infermo e sul fotografo, impossessandosi del rullino e mettendo le manette all’esponente di una Onlus, che reclamava il rispetto della legalità; le Autorità Sanitarie e gli stessi volontari della Ambulanza “Misericordia Città di Milano” hanno preferito, invece, lavarsene le mani, accondiscendendo a ciò che dapprima loro stessi avevano reputato illegittimo (il medico firmando il ricovero rifiutato dal paziente e i barellieri trascinandolo e legandolo a forza sulla barella); mentre i Magistrati aditi delle Procure di Milano e Brescia hanno preferito, i primi fare sparire la denuncia-querela 22.9.04 (tuttora priva di registrazione), e i secondi omettere di svolgere qualsiasi indagine nei confronti dei colleghi di Milano, affossando ogni procedimento (Denuncia-Querela del 22.9.04 Francesco Santomanco e Pietro Palau Giovannetti, Procura Repubblica presso il Tribunale di Milano – non registrata) .