#PietroPalauLibero

Sentenza in 8 anni, tanto ci ha messo il plenum delle toghe ad espellere il proprio affiliato dal C.S.M.

8 anni per depositare sentenza contro alcuni boss mafiosi del clan Madonia
Il Csm: non potrà più fare il magistrato
Dopo ben 8 anni ha finalmente pagato con l’espulsione dalla magistratura Edi Pinatto il giudice che impiegò oltre un lustro e mezzo per scrivere le motivazioni di una sentenza, consentendo così, “guardacaso”, la scarcerazione dei boss mafiosi inquisiti per decorrenza dei termini. E’ questa la condanna inflitta dalla sezione disciplinare del Csm a Edi Pinatto, del tribunale di Gela, che redasse con tempi troppo lunghi il provvedimento di condanna di sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere.
Il provvedimento disciplinare è stato sollecitato dal sostituto procuratore generale della Cassazione Eduardo Scardaccione, davanti alla sezione disciplinare del Csm. “Con questi ritardi (uno, in particolare, riguarda il processo Grande Oriente e a causa del mancato deposito della sentenza alcuni boss mafiosi del clan Madonia vennero scarcerati) Pinatto “ha violato l’essenza della funzione giurisdizionale – ha sottolineato il pg – poiche’ si tratta di un ritardo gravissimo, reiterato, abnorme e ingiustificato.
E’ una perdita verticale e non più risarcibile della credibilità del singolo e dell’istituzione nel suo complesso, con un danno ai valori costituzionali, quali la correttezza, la diligenza, la laboriosità e l’equilibrio di un magistrato”. Per il pg, inoltre, quello di Pinatto è “un record mondiale” nel ritardo per il deposito di sentenze. Alla luce di ciò, dunque, secondo il pg, l’ex giudice di Gela deve essere rimosso dall’ordine giudiziario (“lo chiedo con la morte nel cuore – ha detto Scardaccione – ma con serena certezza”), ricordando anche le due precedenti sanzioni della perdita di anzianità inflitte al magistrato in altre occasioni.
Vero è, ha ricordato il pg, che le sentenze in questione sono state poi depositate, “ma solo perché era giunta l’istanza di sospensione avanzata dal Guardasigilli” rigettata dal Tribunale delle toghe nell’aprile scorso proprio in vista del processo nel merito.
Pinatto, da parte sua, ha cercato di giustificarsi sottolineando la mole di lavoro di fronte alla quale si era trovato dopo essere stato trasferito da Gela alla Procura di Milano: “Ho sostenuto un impegno finanziario di trentamila euro e tutte le ferie disponibili per smaltire l’arretrato – ha ricordato davanti alla sezione disciplinare – e la sentenza Grande Oriente è certamente complessa, poiché condensa risultati di indagini di quattro Direzioni distrettuali antimafia, mentre a Gela di solito ci si occupa di criminalità organizzata limitata al circondario”.
La complessità dell’argomento, però, secondo il pg di Cassazione, non giustifica un ritardo così clamoroso, di fronte al quale c’era stato anche un intervento del capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Questa sentenza – ha sottolineato il pg – è una sentenza furba, è un volume di 775 pagine in cui non vi sono valutazioni, ma molti copia e incolla, in cui si racconta tutto ciò che hanno fatto le forze investigative, si fa un elenco di pizzini ma senza una sola parola di analisi e nessuna valutazione è fatta sulla posizione degli imputati”.
Per il difensore di Pinatto, il consigliere di Cassazione Mario Fantacchiotti, “non siamo di fronte a un magistrato che invece di lavorare va in montagna, ma che svolge bene il suo lavoro e i ritardi sono dovuti a difficoltà oggettive e a una incapacità soggettiva di organizzazione”.

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