Archivio Categoria: Sicilia

SOTTOPOSTO A T.S.O. ILLEGALE DA OLTRE 45 GIORNI. LA VITA DI ANDREA BUFFA E’ IN PERICOLO

Nessuno gli ha risposto ma se gli succede qualcosa ne risponderanno tutti!
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Al Sig. Sindaco del Comune di  PETROSINO Dott. Gaspare Giacalone

 e p. c.   Giudice Tutelare del TRIBUNALE  DI MARSALA

Primario Giorgio Cangelosi del SPDC     dell’ospedale S. Antonio Abate di Trapani / Erice

Telefono Viola Sicilia sez. Palermo e Trapani

Oggetto: Richiesta di revoca di Trattamento Sanitario Obbligatorio, L. 23/12/1978 n. 833 art. 33 comma 7.

Il sottoscritto Buffa Andrea Salvatore, nato a Palermo il 02/03/1973 e residente in Petrosino via Parrini Chiano n. 87 – 91020 TP, Codice Fiscale: BFFNRS73C02G273I, in atto ricoverato, in regime di Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.), presso il reparto psichiatrico dell’Ospedale S. Antonio Abate di Trapani, Azienda USL n. 9.

visto

l’art. 33 della Legge 23/12/1978, n. 833

chiede

la revoca immediata del provvedimento di del (TSO) Trattamento Sanitario Obbligatorio disposto/prolungato nei suoi confronti

in quanto

Ricoverato in data 30 Gennaio 2015 dalle ore 17:00 (circa),

DICHIARA DI ACCETTARE LE CURE e di volerle conseguire al di fuori di codesta struttura ospedaliera.

Certi di un Vostro riscontro positivo, porgo distinti e cordiali saluti.

Trapani, li 21/02/2015

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HO FATTO LA SPEDIZIONE con raccomandata e ricevuta di ritorno:

N. Raccomandata 15002452381-5

Destinatario: Giudice Tutelare Tribunale di Marsala – Piazza Paolo Borsellino, 1 – 91025 – Marsala TP

Ricevuta di Ritorno con Mittente: TELEFONO VIOLA SICILIA SEZ. PALERMO,

Via Francesco Padovani, 19 – 90145 PALERMO

IN DATA 24/02/2015 ore 10:33

N. Raccomandata 15002452377-9

Destinatario: SINDACO – CASA COMUNALE UFF. PROTOCOLLO

Via/Piazza Casa Comunale – COMUNE PETROSINO

91020 PETROSINO (TP)

Ricevuta di Ritorno con Mittente: TELEFONO VIOLA SICILIA SEZ. PALERMO,

Via Francesco Padovani, 19 – 90145 PALERMO

IN DATA 24/02/2015 ore 10:32

Cordiali saluti,

Andrea Salvatore Buffa

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TSO inappropriato Andrea Salvatore Buffa

Salve gentili Signori, il mio nome è Andrea Salvatore Buffa,  nato a Palermo il 02/03/1973. CODICE FISCALE: BFFNRS73C02G273I Da venerdì 30 gennaio io sono sotto TSO all’ospedale S. Antonio Abate di Trapani, 0923 809263 è il numero del reparto dove mi trovo e 3275905051 è il mio cellulare.

La mia email:  buffa.andrea.salvatore@gmail.com

Con questa email mi trovate su skype:  buffa.andrea.s@gmail.com

La diagnosi è stata inizialmente erronea “disturbo bipolare”. Ma il CSM2 di Palermo contrariamente a tale diagnosi del trapanese nell’anno scorso in Febbraio essendomi fatto spostare dal CSM di Marsala al CSM2 di Palermo dove, abitavo, dichiararono che ero semplicemente Depresso dicendomi di lasciare i farmaci.

Sono fuori cure farmacologiche da allora e sto molto bene, ho recuperato la memoria e la voglia di vivere, cosa che allora non avrei mai creduto. Purtroppo il lungo periodo annuale di uso improprio dei psicofarmaci mi ha causato la Fibromialgia che mi impedisce ora di assumere qualsiasi farmaco e persino sono ormai impedito di usare saponi e detergenti industriali. Persino il solo respirare odori di prodotti per la pulizia mi causa seri problemi quasi immediati. Ho anche avuto pruriti incredibili in tutto il corpo e diarree continuative per più di 5 mesi.

In serata del 02/02/15 con un medico del reparto di turno e un amico abbiamo un po’ parlato di questo inaspettato nuovo TSO.

Risultato non si sa chi abbia effettuato la richiesta a questo TSO e parrebbe che questo è difficilissimo saperlo.

Inoltre mi hanno detto che come TSO dovrebbero trattenermi una settimana ma che comunque visto che non faccio le loro cure tra l’altro erroneamente per bipolarismo non si saprà quando potrò uscire.

Mi servirebbero da subito i vari referti medici di cui certificazione e copia di cartella clinica, in particolare quello di Palermo dove attestarono che non soffrivo assolutamente di Bipolarismo.

Numeri di telefono del CSM2 di Palermo 091.7033409 e il diretto del

Dr. Cascio 091.703-3354

E il mio codice di riferimento al CSM2 è il “20753”

Aggiungo che in data 03/02/15 mi si minaccia di non poter richiedere la mia personale documentazione inerente al primo TSO dell’ospedale di Trapani, la persona in questione è il Dr. Maugeri che continua ad asserire tra l’altro che devo prendere dei stabilizzanti per bipolarismo.

In data 5/02 comunque ho preso la decisione di assumere i micidiali farmaci perché non ho ulteriori scelte a quanto ho capito.

Ho iniziato ad assumere la “Quetapina” all’inizio una pillola da 300mg che dopo circa 40 minuti mi causò un semi svenimento e vedevo tutto di colore blu.

Mi hanno fatto proseguire con 1/4 di pillola per 3 giorni e devo dire che sono riuscito quasi a tollerarla in quanto i dolori della fibromialgia li attenuo con curcuma e zenzero.

Siamo passati al 4° giorno a mezza pillola e al risveglio non potevo reggermi sulle gambe per i forti dolori tra cosce le giunture alle ginocchia e polpacci, così mi portarono in sedia a rotelle da un reumatologo dell’ospedale che stupidamente ha asserito che ho bisogno del farmaco.

Al secondo giorno di mezza pillola i dolori si sono diffusi anche alle giunzioni delle caviglie e continuano a sostenere che dobbiamo raggiungere la dose di una intera.

Credo da questa sera 12/02 ma soffro terribilmente oltre ai dolori di una stanchezza cronica che mi porta a stare paralizzato per la maggior parte dell’intera giornata. Faccio enorme difficoltà a concentrarmi per scrivere e molto spesso ho vomitato accusando mal di testa dalla notte al tardo pomeriggio.

Per giorni non riesco a deambulare ho chiesto molte volte una sedia a rotelle ma non l’ho ottenuta se non altro che per un oretta per portarmi all’aria aperta per via dello stare come stordito e paralizzato ogni qualvolta lavano con i prodotti la camera e il bagno. Hanno preferito vedermi strisciare lungo il corridoio per giorni giusto per spostarmi per non sentire molto gli odori.

Malgrado sanno che sarei vegano e che comunque mi facciano tutte le mattine scegliere quanto possibile vicino alla mia dieta ottengo sempre la stessa alimentazione con carne tranne 2 volte del pesce in quasi 20 giorni di reclusione.

Chiedo perfino frutta fresca ma è rara almeno nella mia consegna e di tanto in tanto riesco a farmela cambiare chiedendola ad altri ricoverati.

Noto sempre un gran divertimento da parte di gran parte del personale nel denigrare e maltrattare o non soccorrere i ricoverati. Un uomo pensionato arrivato il 15/02 chiede sempre acqua da bere ma non viene mai assolta questa primaria necessità rispondendo che essendo affetto da Alzheimer non capisce la sua reale necessità di assumere acqua. Di certo più volte accorro io in silenzio e di nascosto.

Ho appreso in data 14/02/15 che non si tratta di Quetapina ma di “Seroquel”, la pillola ha la stampa in incisione con dicitura “XR 300” mg

La fibromialgia è terribile e posti di chiusura e stress mi stanno uccidendo, infatti tale male accusa tra le molteplici allergie ai farmaci, alimenti e additivi alimentari. La stessa puzza dei detergenti mi paralizza dopo mezzora e in ospedale ne abbondano 2 volte al giorno.

Accettando le cure malefiche ed inappropriate sono uscito dal TSO ma i miei non designando un indirizzo da comunicare al giudice tutelare rimango recluso, anzi in data 11/02 mi hanno fatto consegnare cibo per un mese.

Sono adesso credo 4 giorni che siamo passati a un pillola da 300 mg e la fibromialgia si è diffusa perfino alla pianta dei piedi. Il responsabile Primario Giorgio Cangelosi del SPDC eppure alla quasi alla fine della prima settimana aveva dichiarato che raggiunta la dose di mezza pillola da 300 mg mi avrebbe dimesso, ma ormai da una settimana è in vacanza e durante gli ultimi 5 giorni che era in servizio non ho avuto affatto modo di comunicare personalmente, facendomi riferire dagli inservienti e dagli infermieri: dopo, dopo.

Ad ogni modo nello scrivere ho moltissime difficoltà e la memoria dalla assunzione dei psicofarmaci viene ogni giorno meno. Accuso anche una stitichezza mai avuta in tutta la mia vita.

Vi ringrazio molto della Vostra gentile e preziosa cortesia.

Tutto il meglio in Dio,

cordialmente,

Andrea Salvatore Buffa

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Ritardavano processi boss sino in Cassazione, scoperto patto mafia-massoni

Palermo, scoperto patto mafia-massoni. Ritardavano i processi dei boss, 8 arresti, tra cui un gesuita.
Operazione Hiram.
Otto persone tra poliziotti, medici, imprenditori, boss e iscritti a logge massoniche sono stati arrestati dai carabinieri di Trapani e Agrigento in diverse città. L’accusa è di essersi accordati per ottenere di ritardare l’iter giudiziario di alcuni processi in cui erano imputati affiliati a cosche delle due città siciliane. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo.
Gli arrestati, tra i quali figurano un’agente della polizia di Stato, un ginecologo di Palermo, imprenditori di Agrigento e Trapani, un impiegato del ministero della Giustizia in servizio ad una cancelleria della Cassazione e un faccendiere originario di Orvieto, sono tutti accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari, peculato, accesso abusivo in sistemi informatici giudiziari e rivelazione di segreti d’ufficio. L’operazione, per la quale sono state anche svolte decine di perquisizioni, è stata denominata “Hiram”, vede impegnati anche i carabinieri, non solo di Agrigento e Trapani, ma anche quelli di Palermo, Roma e Terni.
Dall’inchiesta emerge che boss mafiosi, grazie all’aiuto di persone appartenenti a logge massoniche, avrebbero ottenuto di ritardare l’iter giudiziario di alcuni processi in cui erano imputati affiliati a cosche di Trapani e Agrigento. L’indagine ha preso il via da accertamenti svolti sulle famiglie mafiose di Mazara del Vallo e Castelvetrano, in provincia di Trapani. Oltre alle perquisizioni controlli vengono svolti anche su conti correnti bancari intestati agli indagati.
Avviso di garanzia a un sacerdote
I pm hanno inviato un avviso di garanzia anche a un sacerdote, gesuita, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il religioso vive a Roma. La sua abitazione è stata perquisita. Secondo l’accusa il prete, su indicazione di uno degli indagati, avrebbe predisposto lettere inviate a giudici, al fine di condizionare l’esito di procedimenti penali nei quali erano coinvolti esponenti vicini a Cosa nostra.
Il peso e l’autorevolezza del sacerdote che apponeva la sua firma alle lettere inviate ai magistrati, per l’accusa avrebbero influito sull’esito dei ricorsi giurisdizionali proposti a diverse autorità giudiziarie.
Perquisiti gli uffici della Cassazione
Nell’ambito della stessa operazione sono state effettuate anche perquisizioni in alcuni uffici della Cassazione. Secondo quanto si apprende da indiscrezioni, fra le persone arrestate vi sarebbe anche un impiegato del ministero della Giustizia in servizio proprio in una cancelleria della Cassazione.
Fonte: Tgcom 17/6/2008

Sentenza in 8 anni, tanto ci ha messo il plenum delle toghe ad espellere il proprio affiliato dal C.S.M.

8 anni per depositare sentenza contro alcuni boss mafiosi del clan Madonia
Il Csm: non potrà più fare il magistrato
Dopo ben 8 anni ha finalmente pagato con l’espulsione dalla magistratura Edi Pinatto il giudice che impiegò oltre un lustro e mezzo per scrivere le motivazioni di una sentenza, consentendo così, “guardacaso”, la scarcerazione dei boss mafiosi inquisiti per decorrenza dei termini. E’ questa la condanna inflitta dalla sezione disciplinare del Csm a Edi Pinatto, del tribunale di Gela, che redasse con tempi troppo lunghi il provvedimento di condanna di sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere.
Il provvedimento disciplinare è stato sollecitato dal sostituto procuratore generale della Cassazione Eduardo Scardaccione, davanti alla sezione disciplinare del Csm. “Con questi ritardi (uno, in particolare, riguarda il processo Grande Oriente e a causa del mancato deposito della sentenza alcuni boss mafiosi del clan Madonia vennero scarcerati) Pinatto “ha violato l’essenza della funzione giurisdizionale – ha sottolineato il pg – poiche’ si tratta di un ritardo gravissimo, reiterato, abnorme e ingiustificato.
E’ una perdita verticale e non più risarcibile della credibilità del singolo e dell’istituzione nel suo complesso, con un danno ai valori costituzionali, quali la correttezza, la diligenza, la laboriosità e l’equilibrio di un magistrato”. Per il pg, inoltre, quello di Pinatto è “un record mondiale” nel ritardo per il deposito di sentenze. Alla luce di ciò, dunque, secondo il pg, l’ex giudice di Gela deve essere rimosso dall’ordine giudiziario (“lo chiedo con la morte nel cuore – ha detto Scardaccione – ma con serena certezza”), ricordando anche le due precedenti sanzioni della perdita di anzianità inflitte al magistrato in altre occasioni.
Vero è, ha ricordato il pg, che le sentenze in questione sono state poi depositate, “ma solo perché era giunta l’istanza di sospensione avanzata dal Guardasigilli” rigettata dal Tribunale delle toghe nell’aprile scorso proprio in vista del processo nel merito.
Pinatto, da parte sua, ha cercato di giustificarsi sottolineando la mole di lavoro di fronte alla quale si era trovato dopo essere stato trasferito da Gela alla Procura di Milano: “Ho sostenuto un impegno finanziario di trentamila euro e tutte le ferie disponibili per smaltire l’arretrato – ha ricordato davanti alla sezione disciplinare – e la sentenza Grande Oriente è certamente complessa, poiché condensa risultati di indagini di quattro Direzioni distrettuali antimafia, mentre a Gela di solito ci si occupa di criminalità organizzata limitata al circondario”.
La complessità dell’argomento, però, secondo il pg di Cassazione, non giustifica un ritardo così clamoroso, di fronte al quale c’era stato anche un intervento del capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Questa sentenza – ha sottolineato il pg – è una sentenza furba, è un volume di 775 pagine in cui non vi sono valutazioni, ma molti copia e incolla, in cui si racconta tutto ciò che hanno fatto le forze investigative, si fa un elenco di pizzini ma senza una sola parola di analisi e nessuna valutazione è fatta sulla posizione degli imputati”.
Per il difensore di Pinatto, il consigliere di Cassazione Mario Fantacchiotti, “non siamo di fronte a un magistrato che invece di lavorare va in montagna, ma che svolge bene il suo lavoro e i ritardi sono dovuti a difficoltà oggettive e a una incapacità soggettiva di organizzazione”.

Stefano Biondo, dopo Francesco Mastrogiovanni, un’altra morte annunciata nei lager psichiatrici italiani

E’ morto così Stefano Biondo, con la faccia a terra, legato come un animale con un cavo elettrico, “per asfissia meccanica violenta – secondo i medici legali – indotta da compressione sulle vie aeree (naso e gola) o, anche, per compressione della gabbia toracica, ad opera di terze persone, nel tentativo di immobilizzarlo…” .
Stefano aveva appena 21 anni, il suo unico “torto” era quello di essere affetto da autismo e classificato come “disabile psichico”.
Rifiutato dalle comunità terapeutiche di Siracusa e Provincia viene ricoverato per quasi tre anni nel locale reparto di psichiatria, per morire barbaramente il 25 gennaio 2011 nella Casa Famiglia denominata con una certa ironia “Oasi della Speranza”, dove si trovava da appena 36 ore, a seguito di un provvedimento di urgenza del Tribunale di Siracusa (Giudice Milone) che intimava entro un mese al Sindaco e ai dirigenti sanitari locali di trovargli una adeguata sistemazione…
E’ la sorella, Rossana La Monica, a segnalarci il caso e a denunciare il tentativo della locale Procura di insabbiare tutto.
Ci scrive che, dopo avere appreso dai telegiornali quello che è accaduto a Franco Mastrogiovannni in un altro lager psichiatrico, ha rivissuto la dolorossima storia della morte del fratello minore avvenuta per la mano assassina di chi avrebbe dovuto curarlo.
Ci chiede di aiutarla a fare in modo di accertare la verità sulla morte del fratello.
La storia si ripete.
La contenzione come principale metodologia terapeutica, l’indaguatezza del personale infermieristico e delle strutture sanitarie, le condizioni di degrado morale in cui vengono tenuti i degenti ai quali viene tra l’altro imposto di rimanere vestiti tutto il giorno con il pigiama, senza che sussistano necessità di sorta, condizionandoli a ritenere di essere malati cronici.
Rossana affida il suo sfogo anche al web, chiedendo aiuto alla comunità virtuale per avviare una battaglia di verità che porti all’accertamento delle responsabilità penali non solo dell’infermiere che aveva l’affidamento del fratello ma anche dei vertici dell’Azienda Sanitaria Provinciale che hanno colposamente permesso e determinato con comportamenti omissivi e negligenti, contrari alle loro funzioni, un calvario di quasi tre anni, conclusosi nel più tragico dei modi.
L’autismo è una malattia che colpisce un numero sempre maggiore di famiglie soprattutto al sud.
Di questa forma di disabilità si conosce ancora troppo poco e le famiglie che vivono questo dramma conducono una vita difficile, spesso abbandonati al loro destino senza alcun sostegno da parte delle istituzioni sanitarie.
Lo scorso 31 ottobre Stefano Biondo avrebbe compiuto 23 anni.
In occasione del suo compleanno si è tenuta a Siracusa l’inaugurazione della sede di “Astrea”, un’associazione socio-culturale nata per volontà dei suoi familiari, con lo scopo di favorire programmi a tutela dei minori e dei disabili.
Il triste epilogo della breve vita di questo giovane con il cuore e l’anima da bambino non deve rimanere impunito. E’ compito delle Autorità di far luce sulle responsabilità della sua barbara uccisione da parte del personale infermieristico, affinchè casi del genere non si ripetano mai più, ponendo fine alla pratica della contenzione.
“La nostra iniziativa – dice Rossana La Monica – vuole sensibilizzare il territorio alla difesa dei più deboli. Stiamo intraprendendo numerose collaborazioni con altre associazioni. Ci proponiamo di organizzare servizi di assistenza a portatori di handicap, ai minori in difficoltà, alle donne sole e molestate, vogliamo essere un punto di riferimento per chi vive ai margini della società”.
Il nome scelto per il progetto non è casuale. “Astrea – continua Rossana – è una figura della mitologia greca che simboleggia la giustizia. La stessa che chiedo a gran voce per Stefano, morto in un luogo dove avrebbe invece dovuto essere curato e tutelato”.
Secondo il Dott. Francesco Coco, Consulente del P.M., il decesso di Stefano è stato provocato da “asfissia meccanica da soffocazione causata o dalla chiusura diretta di naso e bocca o dalla compressione di gabbia toracica”..
Conclusioni che confermano l’ipotesi accusatoria della sorella e di alcuni testimoni che il decesso di Stefano sia stato cagionato da atti dolosi posti in essere dall’infermiere che lo ha barbaramente “incaprettato” a terra, legandolo con del cavo elettrico, impedendogli di muoversi e respirare, fino all’asfissia fatale.
E’ vergognoso che ciò nonostante il P.M. abbia chiesto l’archiviazione.
Solo la ferma opposizione della famiglia di Stefano alla richiesta di archiviazione ha per ora impedito l’insabbiamento del caso, nell’ambito del quale l’infermiere ritenuto responsabile è indagato per omicidio colposo.
Sono figli di un dio minore, osserva amareggiato un genitore di un altro ragazzo autistico che non intende rassegnarsi.
La vicenda di Stefano ne è una triste testimonianza con i continui rimpalli alla ricerca di una sistemazione sempre negata.
“Ma adesso – commenta amaramente la sorella – un posto dove non darà fastidio glielo hanno trovato: una bara”.
Lì non darà più fastidio a nessuno nel frenetico mondo moderno, completamente disumanizzato e asservito agli interessi della politica e del mercato, dove la sanità è solo un business nelle mani delle mafie e delle multinazionali farmaceutiche.
I malati sono solo cavie, numeri, posti letto, o carne da macello, perdendo la loro dignità e dimensione di esseri umani.
Nessuno trova il tempo per soffermarsi a riflettere sulla condizione dei portatori di disturbi autistici e le cause da cui originano.
Gli scienziati non hanno finora individuato le origini della malattia, conclude la sorella di Stefano, ma molti esperti concordano sull’influenza dei fattori ambientali sullo sviluppo cerebrale dei bambini durante la gravidanza o nei primi mesi di vita.
La signora Rossana La Monica ha scritto anche al Ministero della Giustizia che ha trasmesso l’esposto alla competente autorità giudiziaria, ribadendo laconicamente di non avere “alcuna facoltà di interferire né sulle decisioni già rese dall’autorità giudiziaria, né sui procedimenti in corso dinanzi ad essa.”
Noi sappiamo che non è così e continueremo a seguire il caso e siamo pronti a costituirci parte civile.
Pietro Palau Giovannetti
(presidente Onlus Movimento per la Giustizia Robin Hood)

CASO CATANIA: COSA CI INSEGNA OGGI. PER UN GIORNALISMO FATTO DI VERITA'

“UN GIORNALISMO FATTO DI VERITÀ”

Caso Catania: cosa ci insegna oggi

“Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”.

Questa è la nostra idea di giornalismo, non quella degli effetti facili e del clamore. Un giornalismo neutrale, non dipendente – neanche come favori leciti – da alcuno, ma apertamente schierato per gli interessi essenziali dei cittadini (fra cui una giustizia indiscussa, assolutamente al di là di ogni sospetto) e pronto, ogni volta che occorre, a prendere posizione.

Perché al lettore va data la “notizia”, ovviamente; ma questo ancora non basta: accanto alla notizia bisogna dare il contesto, senza di cui la notizia resta monca e incompleta e, in taluni casi, ambigua per difetto di completezza.

A questo ci siamo attenuti, nel “Caso Catania”, in questi anni e mesi. Insieme con pochi colleghi (Finocchiaro, Giustolisi, Travaglio e non molti altri) abbiamo cercato di fornire al lettore i dati essenziali della malattia della giustizia a Catania, dove – diversamente che a Palermo – la parola “Palazzo” ha sempre evocato complicatissime e non sempre innocenti manovre e non una semplice e secca applicazione della legge.

E’ una malattia che viene da lontano, e che non può essere curata dal suo interno.

Perciò sempre più numerosi cittadini e soggetti della società civile si sono via via accodati alla soluzione proposta, ormai da anni, dal vecchio e integerrimo magistrato Scidà: chiamare un giudice terzo, uno non intromesso; dare a un “uomo di fuori”la cura del bene essenziale, la giustizia, che i vari locali notabili tirano ognuno a sé, privandone i cittadini; e poi andare avanti.

Questa opinione, isolata dapprima e poi sempre più popolare, è stata da noi sostenuta apertamente e ora, in questi giorni, verrà approvata o respinta da chi ne ha il potere.

Il Csm, fra pochi giorni, nominerà finalmente, dopo ogni rinvio possibile, il nuovo magistrato a Catania; e qui comincerà una stagione nuova. O migliore dell’altra, essendovi finalmente un Palazzo efficiente; o sprofondata nel peggio, ribadendo la prassi della giustizia come potere dei potenti, o per atto o per omissione. In entrambi i casi, noi avremo fatto il nostro dovere.

* * *

Questa storia, che non è affatto locale, serve anche per illustrare, senza troppe parole, come intendiamo fare (rifare) i Siciliani. I Siciliani Giovani proseguirà, semplicemente, sulla stessa strada. Informazione e servizio pubblico, lotta ai poteri asociali e ricostruzione della società.

Non inventiamo niente, di nuovo c’è solo l’internet, col suo concetto di rete che va ben al di là delle tecnologie e che profondamente s’inserisce (forse più che in ogni altro caso in Italia) nella nostra storia.

Attenzione: siamo già in fase operativa, nel senso che da alcuni giorni è già aperto il palinsesto del numero uno, quello che uscirà il primo dicembre. Pertanto è necessaria un’accelerazione di tutto.

Finora è stato sostanzialmente il gruppo di progettazione (Salici, Gubitosa, Guglielmino e Nicosia) a fare il lavoro di fondazione, e l’ha fatto nei tempi previsti e bene. Ora bisogna completare il lavoro di base (siti, ezine, link, struttura aziendale, tipografia) e farlo mentre già si comincia a lavorare sui contenuti.

Nei prossimi giorni e settimane contatteremo quindi, nelle varie città, i colleghi, gli amici, le testate e i gruppi che sono interlocutori e co-protagonisti di questa impresa.

Ma vorremmo che già prima, spontaneamente, essi stessi cominciassero a fare proposte, a buttar giù idee, a mettere in cantiere servizi e iniziative. Senza bisogno di chiedere permesso a nessuno, e meno che mai a noi stessi, perché questa non è un’impresa nostra, ma di tutti.

Tutti coloro che lottano per una società più civile, da oggi o da trent’anni, a Palermo o a Milano, giovani d’età o di testa, hanno il diritto di starci dentro. Con l’obbligo di starci dentro degnamente, ché non è un gioco.

E’ un momento magnifico, per mettersi in cammino. La notte sta terminando, amici che non conosciamo ci aspettano; lo zaino è quasi pronto. Nel buio che a poco a poco s’illumina, la strada ancora una volta ci chiama.

Riccardo Orioles

Ucuntu n.120, 25 ottobre 2011 – www.ucuntu.org

CATANIA & LIBERTA' DI INFORMAZIONE: COME AI TEMPI DEL FASCISMO

Dalla città ”senza mafia“, dove la magistratura ha storicamente insabbiato i maggiori scandali edilizi e intrecci politico-affaristico-mafiosi, denunciati sin dagli anni ’70 dal Prof. Giuseppe D’Urso, eminente urbanista e studioso, gli eredi di quella casta di toghe intoccabili che furono oggetto del cosiddetto ”caso Catania”,  portato anche sui banchi del C.S.M. dall’allora Presidente Pertini, ci propinano oggi una giurisprudenza che tanto ricorda i tempi del fascismo, prima della soppressione della libertà di stampa e di manifestazione del pensiero. (N.d.R.)

 

50 mila blog chiusi per stampa clandestina?

 

di Enzo Di Frenna

All’inizio di maggio una sentenza della prima sezione penale della Corte di Appello di Catania ha equiparato un blog ai giornali di carta stampata.

Dunque commette il reato di stampa clandestina chiunque abbia un diario in Internet e non lo registra come testata giornalistica presso il tribunale competente, come prevede la legge sulla stampa n 47 del 1948.

La vicenda
è paradossale e accade in Italia. Lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta
aveva un blog: si chiamava Accadeinsicilia e si occupava del delicato
tema della corruzione politica e mafiosa. In seguito a una denuncia del
procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, quel blog è stato sequestrato e chiuso
nel 2004 e Ruta ha subito una condanna in primo grado nel 2008. Ora la Corte di
Appello di Catania, nel 2011, ritiene che quel blog andava considerato come un
giornale qualsiasi – ad esempio La Repubblica, Il Corriere della Sera o
Il Giornale
– è dunque doveva essere registrato presso il “registro della
stampa” indicando il nome del direttore responsabile e l’editore. La notizia
farà discutere a lungo la blogosfera italiana: cosa succederà ora?

Massimo Mantellini se la prende con Giuseppe Giulietti
e Vannino Chiti
per aver presentato in Parlamento la Legge 62 sull’editoria, che è stata poi
approvata, con la quale si definisce la natura di prodotto editoriale
nell’epoca di Internet. Ma il vero problema, a mio avviso, è la completa o scarsa
conoscenza di cosa sia la Rete
da parte di grandi pezzi dello
Stato, incluso la magistratura. Migliaia di burocrati gestiscono quintali di
carta e non sanno quasi nulla di cosa accade in Internet e nei social network.
Questa sentenza, quindi, è un regalo alla politica cialtrona che tenterà ora di
far chiudere i blog scomodi. Proveranno a imbavagliarci.

In Italia ci sono oltre 50 mila blog. Soltanto BlogBabel ne monitorizza 31 mila. Nel mondo esistono almeno 30 milioni di blog e forse sono anche di più. I blog nascono come diari liberi on line, può aprirne uno chiunque. Una casalinga. Uno studente. Un professore universitario. Un operaio.
Un filosofo. Chiunque. Ma adesso in Italia non è più possibile e possiamo dire che inizia il Medioevo Digitale. Nel mondo arabo i blog e i social network hanno acceso il vento della democrazia, il presidente americano Barack Obama plaude il valore di Internet e la libertà d’informazione, Wikileaks apre gli archivi
segreti delle diplomazie, e noi, in Italia, in un polveroso palazzo di giustizia, celebriamo la morte dei blog.

Ma la vogliamo fare una rivoluzione?

Vogliamo scendere in piazza come gli Indignados spagnoli e inventarci qualcosa che faccia notizia in tutto il mondo?
Vogliamo innalzare una grande scritta davanti alla Corte Costituzionale con lo slogan “Io bloggo libero, non sono clandestino!”. Eggià: perché gli avvocati di Ruta faranno appello in Cassazione e a quei giudici bisognerà far sapere che in Italia ci sono 50 mila persone libere che hanno un blog e confidano nell’articolo 21 della Costituzione, che permette la
libertà di espressione con qualunque mezzo.

 

Che ne
dite? Ci proviamo?

“Il Fatto” on-line, 28 maggio 2011

 

 

CATANIA LA CITTA' SENZA MAFIA. ASSOLTO IL P.G. DOMENICO PLATANIA

 

Assoluzione del sostituto PG di Catania, Dott. Domenico Platania

pubblicata da Giovanni Pancari il giorno venerdì 31 dicembre 2010 alle ore 19.52
Tribunale di Messina. Assolto l’ex Procuratore della Repubblica di Modica, Platania, dall’abuso d’ufficio. Pubblicata alle ore 23:03:06 – Fonte: saro cannizzaro – 241 letture.Assolto dall’accusa di abuso d’ufficio l’ex Procuratore della Repubblica di Modica, Domenico Platania, oggi Sostituto Procuratore Generale a Catania, Il magistrato è stato processato dalla seconda sezione penale del Tribunale di Messina, a cui compete ogni vicenda quando di mezzo ci sono magistrati del Distretto di Catania, cui Modica fa parte. Il reato contestato era riferito al 2007 quando Platania era ancora a capo della magistratura inquirente di Piazzale Beniamino Scucces. L’assoluzione è stata piena: “il fatto non sussiste”, nonostante il pubblico ministero avesse invocato la condanna a sei mesi di reclusione, pena sospesa. Platania era stato rinviato a giudizio lo scorso 12 febbraio dal Giudice per le Udienze Preliminari, Massimiliano Micali. La questione penale era scaturita a seguito di un esposto presentato da alcuni soci della ‘Sampieri srl’, società che si occupa di strutture ricettive turistiche. Secondo l’accusa, il 31 maggio del 2007 Domenico Platania avrebbe preso in consegna dal Sostituto Procuratore, Maria Letizia Mocciaro, il fascicolo riguardante la società interessata per riconsegnaglielo otto mesi dopo, vale a dire il 29 febbraio del 2008. L’ex Procuratore della Repubblica di Modica, secondo il piemme “avrebbe impedito l’adozione di atti urgenti che furono chiesti dal suo Sostituto il 25 giugno 2008 e concessi dal giudice di pace il giorno dopo”.L’accusa ha ipotizzato, in buona sostanza, la possibilità che Platania avesse interessi verso la “Sampieri srl” per “alcuni soggiorni” di cui avrebbe usufruito insieme a componenti della sua famiglia presso una struttura ricettiva gestita dal sodalizio che gli avrebbe “riservato un trattamento di favore sul pagamento”. 
  
Giovanni Pancari commenta che il Dott. Domenico Platania è lo stesso magistrato che, come sostituto PG, ha avuto assegnato i suoi 4 esposti presentati al Procuratore Generale della Repubblica di Catania, Dott. G. Tinebra.
Il caso Pancari è pubblicato insieme a quello del Prof. D’Urso che denunciava le collusioni tra mafia, magistratura e potere politico sin dagli anni ’60 del novecento. Inascoltamente come accade ancora oggi perché i gangli vitali delle istituzioni e del C.S.M. sono nelle mani della «Massomafia».
 

CASO PANCARI. LETTERA APERTA AL DOTT. G. TINEBRA PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA DI CATANIA

LETTERA APERTA AL DOTT. G. TINEBRA PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA DI CATANIA

Ho inviato la sotto riportata missiva al Dott. Giovanni Tinebra - Procuratore Generale della   Repubblica c/o la Corte d’Appello di Catania – a mezzo RACC.A.R. n.136398972120 del 14/10/2010.
In allegato i quattro esposti presentati al Dott. G. Tinebra.
Sono disponibile a fornire altri documenti se richiesti.
Desidero dare adeguata risonanza e diffusione al mio caso di “continuata, denegata Giustizia”!
Distinti saluti.
Giovanni Pancari
Corso Sicilia, 71
95131 Catania
tel.: 095327245
 
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 S.E. Dott. Giovanni Tinebra – Procuratore Generale c/o Corte d’Appello di Catania e altri.                                                                             

Catania lì, 13-10-2010.

Egr. Dott. G. Tinebra,

la presente per esprimerLe la mia cocente delusione per come Lei ed il Suo ufficio ha trattato la mia vicenda per la seconda volta. La prima, come Lei ben sa, risale al 11/06/2007, e anch’essa non ebbe alcun seguito.

Ciò mi spinge ancor più a perseverare nella mia lotta. In un modo o nell’altro otterrò Giustizia !

I torti, le angherie e le sopraffazioni da me subiti nel corso degli anni (oltre 4 decenni!), sono tutti nero su bianco: esistono e sono state fornite alla Magistratura, le prove di ogni mia lagnanza, eppure, incredibilmente, Lei (ed il Suo ufficio), come altri, non si è mosso.

Ha preferito ignorare, non vedere, passare oltre, schierandosi, così, apertamente con il “clan” Iacono,  protetto, evidentemente, oltre che dai politici, anche dalla Magistratura.

– Sono state fornite le prove del blocco imposto dalla mafia delle famiglie Iacono, di Vittoria e Catania, sul mio patrimonio e su quello di mia moglie;

– sono state fornite le prove delle connivenze, col clan Iacono, di alcuni uomini delle Istituzioni, degli Uffici Statali, della Forza Pubblica, delle Associazioni Antimafia, ecc.;

– sono state fornite le prove di connivenze di alcuni magistrati col “clan” Iacono, ma ogni denunzia da me (e da mia moglie) presentata nel corso di oltre 40 (quaranta!) anni, è stata sempre disattesa ed elusa.

Eppure erano tutte corredate di prove (perizie tecniche giurate, foto ed indirizzi, numeri di targa, nomi e cognomi, registrazioni telefoniche asseverate, dichiarazioni di testimoni, ecc.) che, se non ignorate, avrebbero portato immancabilmente ai responsabili.

Se, pur in presenza di valide prove, dovessero ancora sussistere dubbi sulla credibilità di alcuni fatti da me denunciati (corruzioni, omertà, minacce, violenze) basterebbe dare una scorsa al libro, da me omaggiatoLe (“L’affare Pancari di Vittoria. Odi politici, intrighi e violenze dopo l’Unità d’Italia – 1871/1877. “, autore l’on. Paolo Monello, studioso ed esperto di storia locale e nazionale), per dissolverli e fare delle circostanze, apparentemente incredibili, dei fatti “veri” !!!        

A questo proposito Le richiamo, per intero, il contenuto del mio esposto, a Lei presentato, portante la data del 30/11/2009 procedimento n.39/09 Reg. prot., (a Sua conoscenza già dal giorno del nostro incontro avvenuto il 26/11/2009), a cui fanno seguito i contenuti di quelli del 19/01/2010, del 11/02/2010 e del 09/07/2010, ove sono riportate parzialmente una incredibile quantità di scorrettezze, incoerenze ed assurdità, messe in atto dalla Magistratura (e altre Istituzioni) che hanno avuto come unico effetto quello di coprire il “clan” Iacono e consentire che il criminale intento di togliermi tutto (immobili, mobili, valori, ecc.), fosse portato a termine.
Le riporto anche, per Sua migliore conoscenza, una parte, degli esposti, segnalazioni, denunzie, ecc. che io e mia moglie abbiamo presentato nel corso di oltre 40 (quaranta!) anni:

1) denuncia contro ignoti (soggetti individuabili) del 29-09-1992, n.6524/92 R.G.N.R. presentata al Procuratore della Repubblica di Ragusa per deviazione di acque, minaccia di morte (23-09-1992, h.21,15 c.a.), pascolo abusivo, danneggiamenti al mio fondo Tremolazza, confinante col fondo Buffa del sig. Iacono Ferdinando. I fondi fanno parte entrambi della R.N.O. Pino d’Aleppo.

Non se ne fece nulla fino alla 2^ denuncia del 1993. (v.: n.2 a seguire)

2)  denunzia contro il sig. Iacono Ferdinando presentata al Procuratore della Repubblica di Ragusa il 27-11-1993  n.7197/93 R.G.N.R. per deviazione di acque e danneggiamenti, destabilizzazioni volontarie, ecc., al mio fondo Tremolazza confinante col fondo Buffa del sig. Ferdinando Iacono, siti nella R.N.O. Pino d’Aleppo. Riunita alla denuncia n.6524/92 R.G.N.R. (v. sopra n.1) dal Pretore di Ragusa all’udienza dibattimentale del 09/07/1998 .

Condannato in 1° grado e pena riconfermata in Appello.   

Unica condanna subita dallo Iacono, però solo per deviazione di acque!

3) denunzia contro ignoti (noti da identificare – soggetti (facilmente) individuabili) presentata alla Procura di Ragusa il 31-12-1997, n.310/1998 R.G.N.R. per danneggiamenti (sbarramenti all’accesso al fondo, incendio, costruzione di una stradella in terra battuta che diparte dal confine col fondo Buffa – proprietà Iacono Ferdinando -, omissioni di atti d’ufficio, minaccie, deviazione di acque, lavori di spostamento terra e creazione non autorizzata di un laghetto artificiale, pascolo abusivo, ecc.) e altri reati, tutti consumati all’interno della R.N.O. Pino d’Aleppo (!), con lo scopo di impedire le vendite,  e “legati da un unico, più ampio, disegno criminoso già iniziato da tempo ed almeno dal 1989”.  

Il Procuratore della Repubblica, dott. Agostino Fera, il 29-01-2003, chiede l’archiviazione.

Il GIP, dott. Vincenzo Saito, il 12-03-2003, decreta l’archiviazione perché “i reati sono prescritti”. 

Le indagini (?) sono terminate dopo ben 6 anni e non è stata considerata la continuità (!) degli illeciti penali.

E tutto finisce! 
 

4) denuncia contro ignoti (noti da identificare, soggetti individuabili) presentata alla Procura della Repubblica di Catania il 08-01-1998, n.480/1998 R.G.N.R. per molestie  e minaccia di morte (nella quale viene, fra l’altro, utilizzato il termine “sbirru” = “spione”,   che deve essere punito per avere denunciato “soggetti individuabili”). Ricevetti, infatti, la minaccia dopo soli 6 giorni dalla presentazione della denuncia di cui  al superiore n.3.

Si avvicendano ben tre PM (dott.ssa Scalise, dott.ssa Pellizzeri, dott.ssa L. Di Gesu) tanto che le indagini si sono chiuse dopo oltre 7 anni!

La denunzia viene archiviata il 13-07-2006 perchè “Considerato che il fatto in oggetto del presente procedimento (minaccia di morte) è di particolare tenuità in quanto, avuto riguardo alla esiguità del danno e del pericolo che ne è derivato per la persona offesa, nonché la sua occasionalità ed il modesto grado di colpevolezza dell’indagato, non pare giustificato l’esercizio dell’azione penale”  (sic!)

Una seconda minaccia di morte (che conteneva sempre il termine “sbirru” !),  è stata da me ricevuta il 13-01-1998 (dopo appena 5 giorni dalla presentazione di questa denuncia), e fu portata immediatamente alla conoscenza del PM dell’epoca, dott.ssa Scalise. (v.: n.8 esposto a Tinebra).

E’ evidente che le notizie delle presentazioni delle due denuncie sono trapelate sia dalla Procura di Ragusa (per la prima denuncia) e sia dalla Procura d Catania (per la seconda denuncia)!!!

Le Procure “colabrodo”  reiterano le loro tradizioni, così come per le  indagini per la 2^ segnalazione alla DNA.  (per la fuga di notizie, vedere anche n.15 a seguire). 

5) denuncia contro Marianna Pancari, presentata alla Procura di Ragusa il 10/10/2000 n.4574/00, R.G.N.R. per diffamazione.

Il PM richiede l’archiviazione perché “ — il reato di calunnia si è estinto per prescrizione, essendosi consumato l’11.11.1992 data in cui è stata presentata querela alla Procura dell Repubblica.

–- la querela di falso datata 23.3.2000 cui fa riferimento Pancari Giovanni Battista è atto di natura esclusivamente civilistica che non ha alcun rilievo penale.” (sic!)

Il 18/02/2004 il GIP, dott.Vincenzo Ignaccolo, dopo una “logorroica” motivazione, dichiara, sul punto, “inammissibile l’opposizione”, accettando la tesi del PM, a dir poco “illetterato”, secondo cui la 2^ denuncia (“denuncia civile di falso”), da me subita per lo stesso ipotetico reato della 1^, aveva natura prettamente civilistica !

In entrambe le denuncie, furono eseguite CTU che confermarono, con assoluta certezza,  l’autenticità delle firme che nelle denuncie si asserivano “false”!!!  

6) denunzia contro dott.agr. Alberto Fasiol (figlio di mia sorella Marianna Pancari e tecnico del mio confinante, sig. Iacono Ferdinando) presentata alla Procura di Ragusa il 15/09/1998, n.5084/98 R.G.N.R. per il reato di cui all’art.637 c.p. e per ogni ulteriore illecito che sarà riscontrato (falsità della consulenza tecnica redatta a favore di Iacono Ferdinando, mio confinante). 

Assolto.

7) denuncie per opere abusive nella riserva Pino d’Aleppo del 24-07-1999 del  09-09-1999 e del 20/10/1999, rispettivamente: n.380/99  N.N.R. + n.440/99 N.N.R. + n.1190/99  R.G.N.R.

Archiviata il 07/10/2000 perché “non sussistono elementi di ..illegibile..”.

8)  denuncia contro ignoti presentata alla Procura della Repubblica di Ragusa (e ai CC. di Vittoria e ai VV.UU. di Vittoria) il 03-02-2000 (04-02-2000) n.837/2000 R.G.N.R.  per i ripetuti atti vandalici, danneggiamenti e furto nel Palazzo di Vittoria, sito in pieno centro, e atti criminosi legati da un unico filo conduttore.

Richiedo, altresì, che si effettui la vigilanza e il controllo del territorio (art.42 della Costituzione).

Il PM, dott. Corrado Fasanelli, il 25-10-2000 chiede l’archiviazione perché dalle indagini (?) “non sono emersi elementi utili per l’identificazione dei responsabili o comunque per l’ulteriore prosecuzione delle indagini preliminari”.

Il GIP, dott. Vincenzo Ignaccolo, il 18-01.2001 archivia perché “non sono stati identificati i responsabili e che non si prospetta allo stato l’utilità di ulteriori indagini.”

E tutto finisce senza che io fossi stato mai sentito!

9) denuncia contro Provincia Regionale di Ragusa del 05-10-2002 (07-10-2002) n.2817/2002 R.G.N.R. presentata alla Procura della Repubblica di Ragusa per allargamento di strada provinciale che attraversa il mio fondo Tremolazza, già compromesso da degrado ambientale, sito nella R.N.O. Pino d’Aleppo.

Dopo le indagini espletate dal M.llo Salvatore Cugnata (definito super partesdal PM, dott.ssa Monego nella denuncia n.277/2004 R.G.N.R. del 05-01-2004 (27-01-2004) e  autodefinitosiesperto delle questioni Pancari-Iacono” !), il PM, dott.ssa Nicoletta Mari, il 22/05/2003, chiede l’archiviazione “ritenuto che la notizia è infondata perché non emergono estremi di reato”.  Il GIP, dott. Vincenzo Saito, il 27/08/2003 decreta l’archiviazione perché “difettano elementi di reato”.

10) denuncia contro il sig. Iacono Ferdinando presentata alla Procura della Repubblica di Ragusa il 05-01-2004 (27-01-2004) n.277/2004 R.G.N.R. per danneggiamenti di vario genere e natura al fondo Tremolazza, stravolgimento dell’assetto naturale dei luoghi, danneggiamento aggravato ex art.635 comma 2° nn.4 e 5 c.p. e deturpamento di bellezze naturali con conseguente disastro ambientale, ecc.

Tutti fatti, commessi nella R.N.O. Pino d’Aleppo.

Il PM, dott.ssa Monica Monego, il giorno 08-11-2004 chiede l’archiviazione perché: “rilevato che dalle indagini espletate è emerso che l’attività posta in essere dall’indagato e lamentata dal querelante, si è svolta in forza di precise autorizzazioni amministrative (?); ritenuto, pertanto che la condotta di danneggiamento non sia sostenuta dall’elemento psicologico, … illeggibile….  al più condotte colpose suscettibili di pretese risarcitorie in sede civilistica”. Alla mia opposizione del 17-02-2004 fa seguito il decreto di archiviazione del GIP, dott. Vincenzo Saito, del 03-03-2005 perché: “difettano elementi …illegibile………….ai sensi dell’art. 125 …… anche per le osservazioni … illegibile …, mentre l’opposizione proposta è all’evidenza inammissibile e infondata” .

Un esame di laboratorio delle acque del mio fondo Tremolazza, effettuato a breve da interessati al suo acquisto, attestò la presenza di “coli fecali, streptococchi fecali, ecc.”, sbugiardando le indagini svolte e la conseguente motivazione dell’archiviazione della denunzia. (v.: n.3, esposto a Tinebra)

E’ da notare che le indagini, ancora una volta, furono affidate al “super partes” (a dire della dott.ssa M. Monego), M.llo Salvatore Cugnata (che si autodefinisce “esperto delle questioni Pancari-Iacono”)!

Tutto finito!

11) denuncia contro ignoti datata 03-03-2005 (07-03-2005), n.332/2005 R.G.N.R.  inviata al Procuratore  della Repubblica di Ragusa (e al Commissariato di P.S. di Vittoria), per ennesimo scasso con furto nel mio palazzo sito in Vittoria.

Il PM, dott. Agostino Fera, il 17-05-2005 ne chiede l’archiviazione perché “le indagini attivate non hanno consentito di identificare gli autori del fatto criminoso né, a tal fine, appare utile intraprendere ulteriori percorsi investigativi”.  

Il GIP, dott. Vincenzo Saito, archivia perché “non sono stati identificati i responsabili (!) e che non si prospetta allo stato l’utilità di ulteriori indagini.”  

Tutto finito!

12) denunzia contro ignoti (noti da identificare-soggetti individuabili) datata 02-08-2005 (18-08-2005) n.2385/2005 R.G.N.R. presentata alla Procura della Repubblica di Ragusa, per: furto, danneggiamenti, destabilizzazioni, minacce, intimidazioni (p.es.: arca sepolcrale rinvenuta all’interno del mio palazzo di Vittoria; 5 morti ammazzati scaricati nel cortile del caseggiato del mio fondo Tremolazza con conseguente fuga dei promittenti compratori; cane appeso ad un albero all’ingresso dello stesso fondo; ecc.), tentato omicidio (o, comunque, violenza privata), esistenza di un ampio progetto criminoso volto ad impedirmi le vendite, ecc.!

Il PM, dott. E. Di Quattro, richiede l’archiviazione il 22-09-2005 (dopo appena 35 gg. dalla data di carico alla Procura) perché “le indagini attivate (?) non hanno consentito di identificare gli autori del fatto criminoso né, a tal fine, appare utile intraprendere ulteriori percorsi investigativi”.

Il G.I.P., dott. Vincenzo Ignaccolo, decreta l’archiviazione il 22/11/2005 perché “non emergono elementi per attribuire le responsabilità a persone note” (!).

Il tutto in poco più di un mese ivi compreso il periodo feriale del mese di Agosto e avendo anche fornito il numero di targa di uno dei tre mezzi (moto, auto, fuoristrada) che ci sbarrarono la strada  all’uscita dal fondo Tremolazza!

E tutto, come sempre, finisce!

13) denuncia contro ignoti (noti da identificare) datata 02-08-2005 (18-08-2005) n.640 e 946/2005 R.G.N.R. presentata alla Procura della Repubblica di Ragusa (la stessa denuncia di cui al superiore n.12, n.2385/2005 R.G.N.R.)  per: asporto di parti fisse, furto, danneggiamenti, destabilizzazioni, minacce, intimidazioni (p.es.: arca sepolcrale; 5 morti ammazzati scaricati nel cortile del caseggiato del mio fondo Tremolazza; cane appeso ad un albero; ecc.), fuga dei promittenti compratori, tentato omicidio (o, comunque, violenza privata), esistenza di un ampio progetto criminoso volto ad impedirmi le vendite, ecc.!

Il PM è, però, il Procuratore della Repubblica, dott. Agostino Fera che, dopo avere richiesto ed ottenuto una proroga di 6 mesi alle indagini, chiede l’archiviazione in data 10-03-2006 (deposito in Cancelleria il 27-09-2006) perché “le indagini attivate (demandate ai VV.UU. di Vittoria! – v. n.27 a seguire) non hanno consentito di identificare gli autori del fatto criminoso né, a tal fine, appare utile intraprendere ulteriori percorsi investigativi”.

Il GIP, dott.vincenzo Ignaccolo, decreta l’archiviazione il 10-10-2006.

La mia denuncia del 02-08-2005 R.G.N.R. (v.: superiore n.12) viene iscritta e istruita per ben tre volte dalla stessa Procura (n.2385/2005 R.G.N.R. n.640 R.G.N.R. e 946/2005 R.G.N.R.)!

E tutto finisce!

14) 1^ segnalazione alla DNA di Roma del 18-08-2005 (15-09-2005), n.224/05 R.G.N.R., per impossibilità a vendere (v.: n.2 esposto presentato al Procuratore Generale di Catania, dott. G. Tinebra, il 30-11-2009).

La DNA delega la Procura Antimafia di Catania a esperire indagini per accertare eventuali infiltrazione mafiose. Viene incaricato il dott. F. Falzone che, dopo aver delegato la Squadra Mobile di Ragusa, riferisce alla DNA (23-12-2005) che si tratta di diatribe familiari ……. e di interessi particolari di proprietari di fondi confinanti alle proprietà del  Pancari” i cui “fatti non sono connessi alla criminalità organizzata”(!). Alla richiesta di archiviazione del PM di Ragusa, dott. E. Diquattro, del 10-02-2006 (17.02-2006), perché “le indagini svolte (?) non hanno consentito di identificare gli autori del reato”  segue il decreto di archiviazione del 22/03/2006 con le seguenti motivazioni: “gli eventi esposti appaiono estremamente confusi e tali da non consentire di formulareillegibile ipotesi di penale responsabilità a carico di alcuno, senza dire che per diversi fatti ogni eventuale ipotesi di reato, risalenti nel tempo, risulta estinta per prescrizione.” !

Anche in questa archiviazione non si tiene conto della “continuità” dei fatti criminosi!

E tutto finisce !

15) 2^ segnalazione alla DNA di Roma del 08-10-2005 (23/11/2005), n.3957/05 R.G.N.C.R., per riaprire le indagini relative alla denuncia presentata a Ragusa il 02-08-2005 (18-08-2005) n.2385 R.G.N.R. (v. sopra n.12 e 13) e dalla stessa archiviata perchè “non emergono elementi per attribuire le responsabilità a persone note”.

La DNA di Roma delega la Procura Antimafia di Catania facendo espresso riferimento a sentire nuovi pentiti e riferendosi, inoltre, ad un allegato “supporto informatico” contenente dichiarazioni di pentiti a conoscenza della DNA, di cui però si è persa ogni traccia.

Viene incaricato sempre il dott. F. Falzone che, riunisce questa denuncia alla 1^ e invia nuovamente, per competenza, alla Procura di Ragusa (!). Dopo il risultato delle indagini svolte (?) a Catania dal dott. Falzone, perché nuovamente incaricato da Ragusa (!), questi, il 23-12-2005, riferisce alla Procura di Ragusa che si tratta di beghe familiari” (come se ciò escludesse azioni criminose), mentre la denuncia riaperta dalla DNA viene archiviata a Ragusa (per la 2^volta!) il 22-03-2006 perché “gli eventi esposti appaiono estremamente confusi e tali da non consentire di formulare …illegibile… ipotesi di penale responsabilità a carico di alcuno, senza dire che per diversi fatti ogni eventuale ipotesi di reato, risalenti nel tempo, risulta estinta per prescrizione”!

Questa volta, però, le motivazioni sono, almeno, differenti da quelle della 1^ archiviazione. Inoltre l’archiviazione avviene in 4 mesi e non in 39 gg come la 1^!

Può la Procura di Catania demandare le indagini, per una denuncia “riaperta” dalla DNA di Roma, alla stessa Procura che l’ha già archiviata?

Tuttavia tutto finisce!

La notizia che erano in corso indagini da parte di due Procure (Ragusa e Catania), era nota al “clan” Iacono, in quanto, nel periodo in cui erano ancora aperte le indagini, fui avvicinato da certo ing. Gianfranco Barone (abitante a Siracusa ma originario di Vittoria) che, oltre a “consigliarmi” di lasciare tutto e andare via da Catania, mi disse anche:”….è inutile rivolgersi alla giustizia tanto ….. quando il movimento (indagini) finisce, tutto ritorna come prima..”.

E’ evidente che la notizia è trapelata o dalla Procura di Catania o da quella di Ragusa o da entrambe. A tal proposito vedere la denunzia del 08-01-1998, n.480/1998 R.G.N.R., da dove si evince un’ altra disonorevole fuga di notizie! 

Se simili fatti avvengono, perché il mio caso, a dire di certi Magistrati, non è di rilevante criminalità?

Inoltre, a mio  parere, sarebbe stato sufficiente sfruttare le dichiarazioni dei c.d. pentiti e, su tali basi, sentirne di nuovi, per venire a capo di tutta la vicenda. Dichiarazioni che, al contrario, o non sono state prese in considerazione, o comunque, non sono state bene utilizzate non avendomi informato e  messe al vaglio di altri fatti a me noti!

Lasciarmi allo scuro delle dette dichiarazioni non mi ha consentito di potere decidere ulteriori azioni giudiziarie a tutela dei miei interessi!  

16) denuncia contro ignoti (noti da identificare fra i confinanti del mio fondo Raffoscolaro), corredata da foto, datata 28-10-2005 n.3708/R.G.N.R. alla Procura di Ragusa (e CC. di Santacroce Camerina, Provincia Regionale di Ragusa, ecc.) e precisazioni del 29-11-2005 n.51/2006 R.G.N.R. ignoti, per l’apertura di un varco, demolizione del cordolo stradale, impedimento di accesso al mio fondo Raffoscolaro a causa di realizzazione di sbarramento con grossi tubi in ferro con le basi annegate in calcestruzzo interrati e chiusi da catenaccio, collocazione di due grossi massi sulla sede stradale atti ad impedire l’accesso al fondo ma, soprattutto, gravissimo pericolo per l’incolumità pubblica (utenti della strada).

I CC. di piazza Dante, in Catania, dopo avermi stilato verbale di sommarie informazioni (28-08-2007) in merito alla denuncia già da me riconfermata presso i CC. di piazza Verga (28-10-2005), in Catania, richiedono, per i CC. di Santacroce Camerina, i dati anagrafici dei confinanti a me noti. Quanto richiesto viene comunicato con racc.a.r. 155824185994 del 06-09-2007 anticipata via fax il 04-09-2007 al n.tel.:095322459.

Il PM, dott. E. Diquattro, chiede l’archiviazione perché: “rilevato che gli autori del reato sono rimasti ignoti (uno di due confinanti!) e che appaiono inutili ulteriori indagini” !

L’archiviazione pare basarsi esclusivamente su ambigue, distorte e fuorvianti comunicazioni della Provincia Regionale di Ragusa, fornite p.c. al Procuratore della Repubblica, datate 14-11-2005 prot.60443 e 16-02-2006 prot.11830.

A nulla è servita la mia precisazione (29-11-2005) alle comunicazioni della Provincia inviate p.c. anche al Procuratore e di avere fornito elenco di confinanti, unici possibili autori dei reati denunziati!

Ancora una volta, tutto finisce!

Allorquando gli indizi degli atti criminosi commessi per impedire la vendita delle mie proprietà possono far risalire al “clan” Iacono, ogni segnalazione o denuncia viene archiviata o abbandonata ! 

Infatti, potei rilevare gli illeciti di cui sopra durante una visita sui luoghi effettuata assieme a interessati,  venuti appositamente da Roma, perché erano in corso trattative per le vendite !

Facile immaginare come si finirono le trattative !!!!!!!

17) Stralcio da sentenza civile n.129/2005, n.184 Cron. C.; n.232 Rep. nella causa per lesione di legittima da me (diseredato da mia madre!) intentata a mia sorella, Marianna Pancari (erede universale di mia madre e socia in affari di Iacono Ferdinando),  emessa dal dott. Michele Duchi, Presidente del Tribunale di Ragusa:

“Nell’affrontare, dopo una vita intera impegnata a scrivere sentenze, l’ennesima defatigante controversia ereditaria fra discendenti di facoltosi possidenti, l’estensore non può non meditare sul vantaggio che la società e la giustizia in particolare avrebbero se i legislatori seguissero il buon consiglio del filosofo inglese Bertrand Russel, che giustamente riteneva l’istituto dell’eredità immorale e come tale da abolire. L’istituto è però ancora lì e quindi bisogna affrontare questo impegno di giustizia.” (sic!)

Parere di un alto Magistrato:

SENTENZA MICHELE DUCHI (n.129/2005) n.184 Cron. C.; n.232 Rep.:

Sentenza dichiarativa.

Tono della sentenza è totalmente accusatorio nei confronti dell’attore  per cui è una sentenza fatta con animosità e non con spirito di giustizia.

Gran parte delle motivazioni sono espresse con criteri totalmente accusatori, degni di una requisitoria di un pubblico accusatore (PM).

Chiaro scopo di diffamare e di demolire. 

18) denuncia contro ignoti datata 11-03-2006 n.353 R.G.N.R. presentata alla Procura di Ragusa (e ai CC. di Vittoria e al Prefetto di Ragusa) per furti con effrazioni delle finestre del mio palazzo sito in Vittoria, destabilizzazioni volontarie e danneggiamenti (demolizione di intonaci, abbattimento di alcune volte, asporto di intonaci con affreschi, ecc.), mancanza di sicurezza e di igiene nel quartiere (bottiglie, escrementi, rifiuti varii, ecc.). Tutti atti volti ad impedire le vendite e facenti parte di un più ampio disegno criminoso progettato e posto in essere da più persone d’accordo tra loro e l’illegittimo innalzamento dell’impalcatura, eretta attorno al palazzo dal Comune di Vittoria, ha favorito i detti atti delittuosi. 

Il PM, Procuratore della Repubblica dott. Agostino Fera, il 09-06-2008, chiede l’archiviazione perché: “le indagini attivate (?) non hanno consentito di identificare gli autori del fatto criminoso”.

Non ho più saputo altro! So solo che, come sempre,  non sono stato sentito, per cui non mi è stata data la possibilità di produrre prove, così come richiesto in denuncia!

E tutto finisce!

 

19) esposto al dott. Angelo Sinesio, vice-prefetto antimafia di Catania, datato 03-04-2006 e inviato con racc.a.r., n.129449740312, anticipata via e-mail, per ribadire le mie e sue convinzioni sui responsabili del blocco delle vendite del mio patrimonio e di quant’altro mi  tormenta e mi perseguita (responsabili: la mia ex-moglie sig.ra Carmela Iacono, la sua famiglia d’origine, i miei figli e l’intero gruppo parentale Iacono, con particolare rilievo alla persona di Ferdinando Iacono). (v. n.3 dell’esposto al dott. Tinebra del 30-11-2009).

20) esposto del 08-08-2006 n.2757/2006 R.G.N.R. contro il Sig. Iacono Ferdinando per sconfinamento  e occupazione di suolo demaniale, presentato al dott. Agostino Fera, Procuratore della Repubblica di Ragusa; al Genio Civile di Ragusa; al Prefetto di Ragusa; al Presidente della Provincia Regionale di Ragusa; al Comune di Vittoria; al Comune di Ragusa, ecc.

Il denunziato fu incriminato solo per sconfinamento nei confronti del mio fondo Tremolazza ma non per l’occupazione del suolo demaniale, per cui il processo, già iniziato, fu invalidato perché il mio esposto non era una denunzia ! Preciso che la richiesta di non luogo a procedere non fu avanzata dall’imputato ma dal PM! (v.: n.1 esposto al dott. Tinebra) 

21) richiesta di intervento ai Prefetti di Palermo, Catania e Ragusa del 19-03-2007 (anche a firma dell’avv. F. Bocchieri) rimasta senza riscontro. (v. n.3 dell’esposto al dott. Tinebra del 30-11-2009). 

22) 2^ richiesta di intervento ai Prefetti su detti del 30-04-2007, rimasta anch’essa senza riscontro. 

23) reitera della su detta richiesta presentata a firma dell’avv. F. Bocchieri al Prefetto di Catania in data 04-07-2007.

Il dott.Marco Rota, Sostituto Procuratore della Repubblica c/o Tribunale di Ragusa incarica la Sezione P.G. Forestale di Ragusa e le indagini vengono affidate al solito M.llo, ora  Commissario Superiore, Salvatore Cugnata (“super partes” ed  “esperto delle questioni Pancari-Iacono”), il quale mi convoca (N°108/07 Reg.Sez.), per il giorno 22-10-2007, assieme al mio (?) legale dell’epoca, avv. F. Bocchieri, per essere sentito come persona informata sui fatti.

Il verbale fu “sofferto”: dovette essere stilato ben tre volte! Rifiutò anche alcuni documenti che volevo produrre, fra cui un ritaglio di giornale riguardante un incendio sviluppattosi “spontaneamente” nella cucina di un compratore del Palazzo ma che dopo l’incendio, altrettanto “spontaneamente”  si dileguò!

Da allora non ho più saputo nulla !!!    

24) denuncia contro la mia ex-moglie, sig.ra Carmela Iacono, la sua famiglia di provenienza e i miei due figli, presentata il 24-09-2007, n.4333/07 FNCR, alla Procura di Catania, per impedimenti alle vendite del mio patrimonio.

Alla presentazione della denuncia, avvenuta con l’assistenza dell’avv. Francesco Bocchieri, presente anche mia moglie, si chiese di parlare col dott. Scavone Fabio Ignazio (unico magistrato al momento disponibile), il quale ricevette l’avv. Bocchieri ma non volle ricevere noi. Terminato il colloquio, l’avv. Bocchieri ci riferì che avevamo poche speranze sull’esito positivo della denuncia perché il dott. Scavone era fermamente convinto che “ i colletti bianchi di Vittoria non hanno nulla a che fare con la mafia” (sic!).

La denuncia fu assegnata al dott. Scavone.

Di questa denuncia nulla ho più saputo, sebbene si tratti di una denuncia “ad personam” !!!

25) denunzia contro Stabile Mario presentata da mia moglie alla Procura di Catania il 30/04/2007, n.6819/2007 R.G.N.R. per violazione dell’ artt.348 (abusivo esercizio di una professione), 498 (usurpazione di titoli ed onori), 640 (truffa) e quant’altro … (attentato alla nostra incolumità: vedere pag.7-8 della CTP giurata, redatta dall’ing. Giuseppe Orazio Mauro, allegata alla denunzia; vedere anche opposizione all’archiviazione del 04/02/2008 al punto I, n.4; e vedere alla pag.8, n.3, la seconda CTP giurata, redatta dallo stesso ingegnere e prodotta allegata all’opposizione all’archiviazione del 04/02/2008: “La presenza di pericoli occulti all’impianto elettrico avrebbe potuto creare veri e propri attentati alla vita dei residenti nonché ad eventuali visitatori” (sic!).

Ciononostante viene archiviata dal GIP, dott. Rodolfo Materia, il 05/07/2008 ma con motivazioni degne di un “cantastorie”!

Di lì a poco, inoltre, ci è stato fatto sapere dalla presidente, Sig.ra Gabriella Guerrini, della Associazione Antimafia di Catania (ASAAE), che, l’architetto (?) STABILE MARIO, stava scontando una pena detentiva subìta in seguito a condanna per una denuncia di terzi !

Il che è tutto dire!!!

Lo Stabile Mario, “incaricato”(?) di ristrutturare l’appartamento in cui abitiamo, ci lasciò senza acqua, senza energia elettrica, senza gas, senza finestre e con buchi in varie pareti (anche esterne), avendo abbandonato i lavori senza apparente motivo. Dopo di lui, furono contattate oltre 20 ditte o singoli artigiani ma costoro, dopo avere accettato,  si dileguavano! Vivemmo peggio dei baraccati per oltre due anni, pur avendo informato varie Istituzioni e Forza Pubblica !

 26) denunzia contro ing. Marcello Minafra a nome di mia moglie ma presentata dall’avv.Bocchieri alla Procura di Ragusa il 16/05/2007 n.2984/2008 R.G.N.R. per i reati di omissione di atti di ufficio e di falsa perizia o interpretazione, nonché per quegli altri eventuali che emergeranno dalla istruttoria.

Non se ne sa più niente. 

27) denuncia contro ignoti (noti da identificare, soggetti individuabili) datata 08-04-2008, presentata il 09-04-2008, n.476/2008 R.G.N.R. alla Procura della Repubblica di Ragusa per violazione di domicilio, furto di pertinenze fisse (mattonelle antiche e altro), danneggiamenti, ecc. Reati commessi nel mio palazzo di Vittoria.

Il PM, dott.ssa Nicoletta Mari, in data 07-05-2008 ne chiede l’archiviazione. Propongo opposizione il 30-05-2008 perché il teste Guastella Marco, nella sua telefonata fattami e da me registrata, mi aveva anche detto che “chi è preposto a vedere non deve vedere”, riferendosi ai VV.UU. di Vittoria che, all’epoca, piantonavano quotidianamente il mio palazzo, mentre nel suo interrogatorio non si fa cenno a tale gravissima asserzione.

Il Giudice, dott. Vincenzo Ignaccolo, il 10-07-2008 fissa udienza per il 29-10-2008 nella quale il mio legale, avv. Bordonaro (uno degli avvocati transfughi!), produce un cd con riportata la su detta esplosiva frase del Guastella. Tutto inutile: il 31-12-2008 il dott. Ignaccolo emette sentenza di archiviazione senza neanche imputare di reticenza il teste Guastella Marco e, tanto meno, riascoltarlo!

Le motivazioni dell’archiviazione sono: “ritenuto che in base alla annotazione di pg. del 07-05-2008 non appare possibile identificare gli autori dei delitti denunciati non essendo state utili allo scopo le indicazioni del teste Guastella Marco; che non appare necessario neanche procedere ad una formale ri-escussione dello stesso in base ai rilievi formulati dalla p.o., tenuto conto che quest’ultima, riguardo al c.d. depositato, non ha fornito alcuna trascrizione della pretesa (?) conversazione o valido elemento (?) per potere affermare che il Guastella possa utilmente fare sviluppare le indagini (!); che  il processo deve essere  archiviato.

P.Q.M. dispone  l’archiviazione”.

Domando: un qualunque magistrato che viene a conoscenza di reati estremamente gravi (in specie quelli che riguardano reati commessi dalla Forza Pubblica), non ha il dovere di perseguire i colpevoli previa loro individuazione?  

Come sempre, tutte le tracce che potrebbero far risalire al “clan” Iacono e/o ai loro “amici”, vengono sistematicamente abbandonate!

Anche questa denuncia finisce ‘in gloria’!

28) denuncia contro ignoti (poi identificati: Amariei Liviu + Ciobanu Vasile) presentata alla Procura della Repubblica di Ragusa dall’avv.Francesco Bocchieri il ?-?-2006, n.1624/2006  R.G.N.R. per incendio, danneggiamenti e quant’altro …… subiti nel Palazzo di Vittoria!

Per l’udienza del 29-01-2009 sono assistito dall’avv. Maria Elisa Aloisi, subentrata al “dimissionario”, avv. F. Bocchieri, ma non so come il processo sia stato chiuso!

So soltanto che, sia un ufficiale dei VV.UU. e sia l’avv. Aloisi, mi “caldeggiarono” più volte l’abbandono di p.c. nel processo (“..spende solo soldi senza ottenere nulla…sono nullatenenti e…malagente“–“…spende ancora altri soldi e non ottiene niente” !

Credo che l’avv. Aloisi, all’ udienza del 29-01-2009, abbia agito in tal senso pur essendo stata pagata ben €.250,00 e pur avendole rammentato che il mio interesse non è solo economico ma è, anche e soprattutto, quello di ottenere una condanna per gli esecutori dei crimini, affinchè si possa risalire ai mandanti!

29) denuncia contro ignoti (noti da identificare: Botezatu Catalin e Antoci Soria Dan) datata 27-02-2007 n.888/2007 R.G.N.R. per furti, danneggiamenti e quant’altro ……in danno del palazzo di Vittoria.

Il  PM, dott.ssa N. Mari, chiede archiviazione il 03-08-2007.

Propongo opposizione ma il GIP, dott. Vincenzo  Ignaccolo, il 10-05-2008 “ritenuto che …. l’immobile è in completo stato di abbandono dai proprietari, sicchè,  …… il delitto di violazione di domicilio …….deve escludersi la sussistenza del reato ipotizzato ex art.614 c.p.; che ….. l’incendio è di natura colposa, ……. che non ricorre la prova riguardo alla commissione di altri reati da parte dei due indagati, né possono estendersi le indagini in relazione ad altri fatti criminosi oggetto di separati procedimenti penali”, archivia!

Il GIP, però, non considera che Botezatu Catalin, identificato come uno degli autori dei reati commessi a mio danno, fu trovato ucciso dopo essere stato sentito dai VV.UU. e poi indicato quale teste nel processo istruito a Siracusa, per l’omicidio di un suo connazionale.

Non credo sia normale che soggetti di tale spessore criminale possano essere lasciati liberi di disporre dei beni altrui, anche se Pancari!

Non credo, inoltre, che i Magistrati che hanno trattato la superiore denuncia, non intuiscano che gli stessi soggetti siano stati, se non gli autori dei reati, quantomeno testi “scomodi” per i criminali che avevano agito all’interno del fabbricato, con la non remota possibilità di risalire ai mandanti!   

30) ultima denuncia contro ignoti del 30-10-2008 (con avv. Blanco) presentata ai CC. di Vittoria, per danneggiamenti, furti, asportazioni di parti fisse del palazzo (ben 7 rampe di scale e relative ringhiere antiche, c.a. 100 mq. di mattonelle antiche), ecc.!

Nel sopralluogo fu fatto rilevare la presenza di indumenti vari, di un borsone, di due brandine con materassi e coperte, in uso al momento dell’ ispezione con i CC. di Vittoria.

Non ne so assolutamente nulla ma tutto lascia prevedere che non avrà corso, così come le altre, e così come riferitomi (riguardo all’ atteggiamento che i CC. di Ragusa tengono nei miei confronti) dal tassista Felice Ruggeri (cel. 3487678837) di cui alla 2^ segnalazione al dott. Tinebra del  19-01-2010.

31) denuncia contro Seggio Cono presentata alla Procura di Catania, datata  29-10-2009 per minaccia di morte (e diffamazione). 

Uno degli avvocati presenti alla minaccia è stato convocato dai CC., mentre l’avv. F. Blanco è stato sentito telefonicamente per sapere se confermava i fatti,  ottenendo l’assenso dello stesso.

Non ne so ancora nulla.

32) elenco di alcune delle tante denuncie sporte a C.C. e Polizia di Stato per effrazioni di catenacci, furti e danneggiamenti di vario genere e natura, destabilizzazioni volontarie, ecc., subiti nel Palazzo e nel fondo Tremolazza: Maggio 1977 (1° di oltre 20 furti subìti e denunciati al Palazzo di Vittoria, tutti finiti a niente pur essendo stati asportati ben tre camion di refurtiva), 16-04-1991, 28-07-1992, 05-08-1992, 13/28-05-1993, 27-12-1993 (da avv. Zorzi), 14/23-02-1994, 14/20-04-1994, gennaio 1995 (da avv. Zorzi), 08-01-1997, 31-12-1997, 14-01-1998, 21-09-1999, 03-02-2000, 05-06-2004, 03-03-2005.

Tutte senza esito, sin dagli inizi della mia vicenda !

                                                    **************

Appare evidente, a questo punto, che la Magistratura mi considera non solo “scomodo” ma addirittura un nemico da abbattere: i miei telefoni sono costantemente sorvegliati come se fossi io il criminale! (v. verbale del dott. U. Scelfo redatto per il mio interrogatorio del 28-01-2010).  

L’esito della mia ultima richiesta di Giustizia, avanzata fiduciosamente ma ingenuamente a Lei, dott. Tinebra, dimostra ancora una volta che la Magistratura non vuole interessarsi del mio caso!

Come può Lei, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catania, avallare il comportamento di magistrati compiacenti e/o collusi con la mafia?

Hanno dunque ragione coloro che mi hanno detto che “vengo dalla luna se penso che un magistrato possa venire condannato” e che “lupo non mangia lupo”!

Basta qui citare l’esempio della motivazione dell’archiviazione della mia denunzia per molestie (minaccia di morte) presentata alla Procura di Catania contro ignoti (soggetti identificabili) il 08/01/1998, n.480/98 R.G.N.R. meglio descritta al superiore n.4: “Considerato che il fatto in oggetto del presente procedimento è di particolare tenuità in quanto, avuto riguardo alla esiguità del danno e del pericolo che ne è derivato per la persona offesa, nonché la sua occasionalità ed il modesto grado di colpevolezza dell’indagato, non pare giustificato l’esercizio dell’azione penale” (sic!).

L’indagato, però, è stato successivamente arrestato per vari infamanti e gravi reati, fra cui quello di “associazione a delinquere di stampo mafioso” ! 

Le chiedo, dott. Tinebra, può essere una minaccia di morte più o meno tenue? Più o meno occasionale? Più o meno dannosa? Più o meno pericolosa?

Inoltre la seconda minaccia di morte, ricevuta a soli 5 giorni dalla presentazione della su detta denuncia, fu portata immediatamente a conoscenza del PM dell’epoca, dott.ssa Scalise. (v.: n. 8  esposto a Tinebra) ma di questa ulteriore minaccia di morte pare non vi sia traccia nel fascicolo, come pure della bobina allegata alla denuncia.

La Sua inerzia, dott. Tinebra, avalla assurdamente simili risibili, incredibili, stravaganti, grottesche motivazioni e tutto il vergognoso comportamento di certa Magistratura (e di certi uomini delle istituzioni), pro Iacono e contro di me !

Tutte le strade che conducono agli Iacono non vengono seguite, anzi, vengono abbandonate!

Adesso so di avere mal riposto la mia fiducia, eppure, Lei stesso al nostro primo incontro, ebbe a dirmi: “le do il migliore” , il dott. Ugo Scelfo!

Non sapeva che da lì a qualche settimana il dott. U. Scelfo sarebbe andato in pensione?!

E perché il dott. Scelfo ha voluto iniziare con lo “sbloccare le vendite” (non di sua competenza) e non agire contro i magistrati “deviati” e gli uomini delle Istituzioni o collusi o compiacenti?

Il deleterio comportamento tenuto, poi, dal dott. Domenico Platania (successore del dott. Scelfo) di certo non è il “migliore” né dal punto di vista sostanziale né, tanto meno, dal punto di vista formale, dato che, ad oggi, non si è minimamente preoccupato di dare riscontro alla mia istanza del 09/07/2010  volta, fra l’altro, ad avere notizie sulle indagini, se mai ve ne siano, susseguenti ai miei ultimi esposti.

I danni subiti, da me e poi anche da mia moglie, sono inestimabili !

Basti considerare soltanto le spese  per legali e tecnici, affrontate per ogni pratica archiviata! La condanna di cui al superiore n.2), non solo è rimasta unica ma sono state, anche, liquidate in modo del tutto irrisorio!

Questa, dott. Tinebra, non è Giustizia !!!

Devo concludere che neanche l’intervento, da me sollecitato, di politici di destra, di centro e di c.d. sinistra (Rita Borsellino, Leoluca Orlando, Luca Assirelli (IdV), Salvo Raiti, Claudio Fava, Giulietto Chiesa, Susanna Anvar, Mimmo Sudano, Pippo Scalone, ecc.), ha spinto la Magistratura ad intervenire.

Ciò fa, però, maggiormente capire la “serietà”, sia a livello regionale che nazionale e anche internazionale, della mia vicenda non caldeggiata e poi addirittura osteggiata anche da, pressoché, tutte le c.d. Associazioni Antimafia (come p.es.: sig.ra Gabriella Guerrini della “ASAAE”; dott. Mazzeo di “terrelibere/terrediconfine.org”; “Censurati”; Enrico Natoli di “Cuntrastamu”; Giorgio Bongiovanni di “AntimafiaDuemila”; Don Luigi Ciotti di “Libera” (!); ecc.) e da alcuni giornalisti od “opinionisti” (Fabrizio Gatti, Carlo Ruta, Concita Occhipinti, Salvatore Cosentino, ecc.), e ciò a riprova che chi ha contro la ‘vera’ mafia, quella ad alto livello, si ritrova contro la Magistratura, i politici, la stampa, le Forze dell’Orine, gli Uffici Statali, e, “dulcis in fundo”, anche le Associazioni Antimafia!   

Non mi resta che porgerLe i miei saluti, scusandomi per i termini non tecnici di questa mia missiva, dovuti al fatto che, sia io che mia moglie, non riusciamo più a reperire né avvocati né tecnici disposti a difendere onestamente noi e i nostri interessi. Chi ha il coraggio di rompere il muro del silenzio e dell’omertà, riesce a dire:“Io qui ci lavoro” – “Io non lavoro per un cadavere” !

Come vede, dott. Tinebra, “la morte è morte anche se non c’è un cadavere”!

Giovanni Battista Pancari

LO SCOMODO «GIUDICE RAGAZZINO» CHE AVEVA INFASTIDITO COSSIGA UCCISO DALLA MASSOMAFIA

Era il 21 settembre 1990, quando venne vigliaccamente trucidato con la complicità delle massime cariche dello Stato, giù nel vallone, braccato come un animale ferito, dai sicari della «massomafia», contro la quale aveva diretto sagacemente la sua azione, attraverso mirate indagini patrimoniali,  scoperchiando una vera e propria Tangentopoli, su cui prima per decenni la Procura di Agrigento aveva chiuso entrambi gli occhi.

“Giudice ragazzino”. Così l’aveva ingenerosamente battezzato l’ex Presidente della Repubblica, Cossiga, vicino ai poteri occulti, sempre pronto a scendere in campo quando le indagini della magistratura giungevano a toccare il cosiddetto «quarto livello», cioè quello dell’intreccio, tra mafia, politica, affari, massonaria, servizi segreti.  

Questa è la storia quasi dimenticata dell’assassinio rimasto per la magistratura di regime (ma non per noi) “senza movente” del magistrato Rosario Livatino che «giovane» lo era davvero. Due settimane più tardi se non lo avessero eliminato avrebbe compiuto 38 anni.

L’allarmante esternazione proveniente della più alta carica dello Stato non era certo un complimento.

“Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? …

Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta”. Parola di Cossiga.

Parole offensive, ingiustificate, sprezzanti.

Come altrettanto offensive e sprezzanti saranno quelle poi pronunciate dallo stesso Cossiga contro il Procuratore di Palmi, Agostino Cordova, che “ragazzino” non era, ma aveva avuto anche lui il torto di indagare sui santuari delle massomafie.

Affermazioni volte ad intimidire, delegittimare e scavare intorno a quei magistrati scomodi, a quegli uomini delle istituzioni che non piegano la testa, una trincea sempre più incolmabile di isolamento, solitudine e discredito.

Rosario Livatino era un servitore fedele, silenzioso e infaticabile della giustizia, un vero uomo delle istituzioni, come ce ne sono stati pochi, di cui tutti gli italiani sono fieri e sarebbero felici se gli altri magistrati silenti ne seguissero l’esempio. Alle pubbliche dichiarazioni preferiva il quotidiano scrupoloso impegno, senza risparmare la propria vita, spesso lavorando sino a notte fonda, con spirito di abnegazione. Insomma, un magistrato che interpretava le sue alte funzioni istituzionali in senso autenticamente nobile e con vero spirito di missione. Generoso di cuore e ferventemente religioso si prodigava come lui stesso affermava con orgoglio per “dare alla legge un’anima“. Si perché la giustizia che tutti ben conosciamo un’anima non l’ha mai avuta. Questo doveva essere secondo Livatino il primario compito del giudice: dare un volto umano all’astratto comando della legge.

Venne invece ucciso la mattina del 21 settembre 1990 sulla superstrada Canicattì-Agrigento, lasciato solo dallo Stato, dai colleghi e dalla Chiesa, che oggi propone di avviarne il processo canonico di «beatificazione».

Da morto si sa anche chi era scomodo può venire eletto santo. Anzi conviene a tutti. 

 Specialmente allo Stato massomafioso che può bere il sangue delle proprie vittime e cibarsi della loro gloria.  

Come affermava lo stesso Livatino: “Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico”. Diversamente è menzogna, come lo sono per lo più le celebrazioni che provengono da ogni psrte, in occasione dell’Anniversario della sua morte, senza che nessuno si preoccupi di scavare le cause e i veri mandanti rimasti occulti del vile omicidio.

Il giudice Rosario Livatino venne ufficialmente ucciso, mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra.

LA STORIA UFFICIALE.

Gli atti affermano che Livatino venne ucciso dagli ‘stiddari’ ”per lanciare un segnale di potenza militare verso Cosa nostra” e per punire un magistrato severo ed imparziale. Come esecutori dell’omicidio sono stati individuati Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro, tutti condannati all’ ergastolo con sentenza definitiva. I componenti del commando sono stati individuati grazie al testimone Pietro Ivano Nava, di Sesto San Giovanni, che sopraggiunse poco dopo e vide atterrito la disperata fuga a piedi del giudice nella campagna dove uno dei sicari lo raggiunse sparandogli ancora a bruciapelo gli ultimi quattro colpi in testa. Il 16 ottobre 2001 la Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per Salvatore Gallea e Salvatore Calafato accusati di essere i mandanti dell’omicidio.
Secondo la sentenza, Livatino venne ucciso perché ”perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attivita’ criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioé una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’ espansione della mafia”.

LE VERITA’ INESPLORATE.

Invero, il giudice ragazzino di Agrigento si era messo in testa di sgominare i clan della provincia, dove operava lo Zar degli appalti, il mafioso Filippo Salamone, fratello del P.M. Fabio Salamone, all’epeca applicato presso la stessa Procura nissena, che avrebbe dovuto contrastare le attività della «cupola» che gestiva i grandi affari isolani, facente riferimento al fratello ingegnere, titolare della società «Impresem», indicato dallo stesso Totò Riina, come anche confermato dai pentiti Siino e Brusca, quale unico manipolatore degli appalti, compresi quelli superiori a 5 miliardi di lire, in rappresentanza di imprenditori e politici.   

Livatino che aveva concentrato la sua azione sul nodo «mafia-politica» voleva colpire duro, partendo dal sequestro dei patrimoni illeciti, tanto da avere passato ai raggi X i beni del Clan Ferro e Petruzzella, proponendo misure di prevenzione personali e patrimoniali per i capi-cosca ed i loro picciotti. La storia di Livatino - scrive di lui il sociologo Nando Dalla Chiesa – da quando nella primavera del 1979 giunge alla procura di Agrigento - è concentrare le sue indagini sugli interessi economici della mafia, dall’azione contro le “famiglie” in guerra a Palma di Montechiaro, sino alla scoperta e alla denuncia del cosiddetto intreccio tra mafia e affari, ricostruito all’interno del “regime della corruzione”, «che con il sistema mafioso condivide l’ambiguità e la doppiezza dei comportamenti, la convinzione strumentale che “sia tutto giusto e lecito, moralmente, politicamente, ciò che non è perseguibile penalmente». In questo senso, secondo Dalla Chiesa e Arlacchi lo scopo di Livatino è di riuscire a rimuovere gli ostacoli politici-istituzionali all’azione giudiziaria. «Quella del giudice ragazzino è la testimonianza di una battaglia coraggiosa contro la mafia ma anche in difesa dell’indipendenza dei magistrati». [“Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione“, Einaudi, Gli struzzi, 2002].

E’ inutile ribadire a riguardo che l’incisività senza precedenti dell’azione investigativa e l’integrità morale del giovane P.M. si scontravano in maniera insanabile con l’ambiente giudiziario locale, portato consuetudinariamente ad insabbiare ogni inchiesta riguardante mafia-politica-appalti. Ragione che avrebbe potuto far maturare la decisione di eliminarlo all’interno degli stessi ambienti della locale procura onde mantenere inalterato il controllo del territorio.  Basterà dire, come poi più tardi osserverà lo stesso nuovo Procuratore Miccichè che, fino al 1992, cioè due anni dopo l’uccisione di Livatino, di inchieste contro la Pubblica Amministrazione ad Agrigento se ne fecero in tutto solo una ventina, salendo a ben 500, nel solo 1993 … !  

Le cause della morte di Livatino vanno quindi ricercate nella tangentopoli che verrà poi scoperchiata nella valle dei templi e nell’isola siciliana, dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, in cui perirono Falcone, Borsellino e relative scorte, dove oltre ai templi di Zeus, Giunone ed Eracle, sono rimasti intatti quelli delle logge massoniche, che per decenni hanno garantito impunità alle attività delle organizzazioni criminali e alla ”famiglia” di Filippo Salamone, l’ «acchiappatutto isolano», definito con l’altro Salamone magistrato: «i fratelli più potenti della città».

Grazie alle nuove strategie introdotte dal giovane Livatino, volte ad individuare i percorsi dei patrimoni illeciti accumulati dalla mafia e allo sviluppo delle sue intuizioni investigative, sulle cui orme procedettero Falcone e Borsellino, i due grandi magistrati, prima di venire a loro volta trucidati, riuscirono a portare alla luce i collegamenti con le massomafie del nord, il finanziamento illecito dei partitti e il riciclaggio dei proventi del narcotraffico nelle banche svizzere.

Dopo la loro morte, Filippo Salamone venne arrestato per ordine della Procura di Palermo con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, eppoi condannato a sei anni di reclusione, confermati nel 2008 dalla V sezione penale della Corte di Cassazione. L’ordine di cattura venne emesso nell’ambito dell’inchiesta «mafia e appalti ter», scaturita dalle dichiarazioni di Angelo Siino, in cui furono chiesti gli arresti di altre 9 persone, tra cui l’amministratore della Calcestruzzi spa del Gruppo Ferruzzi, Lorenzo Panzavolta, già coinvolto nelle inchieste del pool di Milano, e gli imprenditori siciliani Sebastiano Crivello e Giuseppe Bondi; l’imprenditore palermitano Antonino Buscemi, l’ingegnere palermitano Giovanni Bini, collegato a Buscemi, rappresentante del finanziere Raul Gardini e collettore della cosiddetta «tassa Riina», cioè della parte di tangente che toccava alla mafia, dopo che venne deciso di sbarazzarsi di Siino; gli imprenditori agrigentini Giovanni Miccichè, socio di Salamone, e Antonio Vita che regolarmente si aggiudicava appalti pubblici pilotati dal comitato d’affari gestito da Buscemi e Bini e in precedenza da Siino.  L’imprenditore Salamone era già stato in precedenza arrestato nel 1993 e condannato ad un anno e tre mesi per «concussione».

A riguardo, Siino ha dichiarato che alla fine degli anni ’80: «esisteva un gruppo di interessi, che aveva il 90 per cento del controllo dei grandi appalti in Sicilia, facente capo all’ex presidente della Regione siciliana, Rino Nicolosi, all’ex ministro Calogero Mannino, a Salvatore Sciangula (politico democristiano indicato come colui che avrebbe favorito l’ascesa delle imprese del cognato Salamone), a Salamone e Vita», e inoltre che «esisteva un accordo tra Antonino Buscemi e il Gruppo Ferruzzi, tramite Lorenzo Panzavolta». Dopo una riunione avvenuta nel 1988 negli uffici della Calcestruzzi, presenti Salamone, Bini e Buscemi, per decidere il nuovo sistema di controllo degli appalti, venne deciso che a quest’ultimo sarebbero toccati soltanto gli appalti di importo inferiore ai 5 miliardi. Degli altri si sarebbe dovuto interessare Salamone divenendo così, secondo l’accusa, «perno di quel sistema». Circostanze poi praticamente in toto confermate dalla condanna definitiva della Corte di Cassazione.

Può essere che Livatino avesse intuito già dal 1990 questo sistema corruttivo interno alla Procura di Agrigento dove operava e si apprestasse a farlo saltare…? 

E’ la risposta che aspettiamo potere presto ricevere dalla parte sana della magistratura e delle Autorità dello Stato, magari anche con l’aiuto della Chiesa e delle Associazioni antimafia, sempre pronte a ricordare con arrendovole mestizia la memoria dei martiri della giustizia e a inscenare solenni celebrazioni, fiaccolate, dibattiti e manifestazioni di piazza, ma senza mai impegnarsi con la dovuta determinazione sul terreno della denuncia dei poteri forti e della ricostruzione storica dei fatti. Fedeltà ricostruttiva che, come la storia insegna, al di là delle monche ipocrite false verità giudiziarie, è sempre la Società civile nel suo insieme a riuscire a portare alla luce, rivelando le verità nascoste dal potere, attraverso il generoso sforzo e incessante impegno di uomini liberi, privi di collari ideologici e padrini politici. Solo così si potrà veramente rendere giustizia a Rosario Livatino e ai tanti magistrati e fedeli servitori dello Stato, beatificandone veramante la memoria. 

“Il mondo di oggi ha bisogno di persone che abbiano amore

e lottino per la vita almeno con la stessa intensità

con cui altri si battono per la distruzione e la morte”.

Gandhi

A cura di Pietro Palau Giovannetti         

ANTONINO SAETTA MAGISTRATO SCOMODO NEMICO DICHIARATO DEI CENTRI DI POTERE OCCULTO

Antonino Saetta, Presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, barbaramente trucidato dalle massomafie, insieme al figlio Stefano la sera del 25 settembre 1988, con caratteristiche da autentica guerriglia urbana.

Gli investigatori conteranno sull’asfalto un centinaio di bossoli di armi di grosso calibro e da guerra.

Un duplice omicidio eccellente con tre finalità: uccidere il più accreditato magistrato giudicante candidato a presiedere il processo d’appello alla cupola mafiosa; vendicarsi dell’integerrima condotta tenuta dal giudice in precedenti processi e gettare un avvertimento ai colleghi superstiti. Obiettivi, almeno per qualche tempo, in gran parte raggiunti.

Per rimediare ad un vuoto di conoscenza di queste due belle figure e dell’alto Valore morale, etico e professionale dimostrato dal Presidente Saetta, conscio dei pericoli cui andava incontro e cui era stato esposto, pubblichiamo un’analisi scritta dell’avvocato Roberto Saetta,  figlio superstite assieme alla sorella Gabriella.

Antonino Saetta magistrato scomodo nemico dichiarato dei centri di potere
di Roberto Saetta
Saetta Antonino. Magistrato canicattinese ucciso dalla mafia il 25 settembre del 1988. Uomo equilibrato ed integerrimo pagò con la vita il rifiuto a piegarsi alle pressioni criminali che volevano ribaltare in appello un verdetto contro la mafia di Palermo. E’ stato assassinato insieme al figlio Stefano. La sua morte è stata però dimenticata, ed ogni anniversario diventa occasione per cogliere con mano l’indifferenza che ha ricoperto questa tragica fine di un servitore dello Stato.
Ecco una breve biografia di Antonino Saetta.

Mi si è chiesto di fornire alcune brevi notizie sulla vita, e sull’uccisione del magistrato Antonino Saetta, e del figlio Stefano, morto con lui.

E’ un compito che, seppure mi riporti alla mente fatti dolorosi, svolgo volentieri, nella convinzione che sia opportuno cercare di tener vivo il ricordo di certi eventi e di certi uomini che sono caduti per difendere interessi e valori della società civile tutta.

A maggior ragione l’informazione appare opportuna con riferimento ad una vittima di mafia, quale Antonino Saetta, che è certamente meno conosciuta e meno rievocata di altre consimili, pur essendo non meno rilevante e significativa. Antonino Saetta nacque a Canicattì il 25.10.22, terzo di cinque figli, da Stefano, maestro elementare, e da Maddalena Lo Brutto, casalinga. Conseguita la maturità classica presso il liceo ginnasio statale di Caltanissetta, si iscrisse nel 1940 alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Palermo.

Chiamato nel frattempo alle armi, partecipò al corso per allievi ufficiali di complemento dell’esercito, che fu però interrotto per la sopraggiunta cessazione delle ostilità. Dopo aver conseguita la laurea in Giurisprudenza nel 1944, col massimo dei voti e la lode, vinse il concorso per Uditore Giudiziario. Entrò in Magistratura nel 1948, all’età di ventisei anni.

La sua prima sede di servizio fu Acqui Tenne (Al), in Piemonte. Nel 1952, sposò Luigia Pantano, farmacista, anch’essa di Canicattì. Ad Acqui Tenne nacquero i figli Stefano e Gabriella.

Si trasferì poi, nel 1955, a Caltanissetta, ove, alcuni anni dopo, nacque il terzo figlio, Roberto (chi scrive). Fu quindi a Palermo, nel 1960, ed ivi svolse poi la maggior parte della carriera, occupandosi prevalentemente di processi civili, salvo talune parentesi. Nel periodo 1969-71 fu Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca. Negli anni 1976-78, fu Consigliere presso la Corte d’Assise d’Appello di Genova, ove si occupò anche di taluni processi penali di risonanza nazionale (Brigate Rosse; naufragio doloso Seagull). Nel periodo 1985-86, ricoprì le funzioni di Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta. E qui si occupò, per la prima volta nella sua carriera, di un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui morì il giudice Rocco Chinnici, ed i cui imputati erano, tra gli altri, i “Greco” di Ciaculli, vertici indiscussi della mafia di allora, e pur tuttavia incensurati. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di primo grado.

Antonino Saetta tornò poi definitivamente a Palermo, quale Presidente della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello.
E qui si occupò di altri importanti processi di mafia, ed in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Giuseppe Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia. Il processo, che in primo grado si era concluso con una sorprendente, e molto discussa, assoluzione, decretò, invece, in appello, la condanna degli imputati alla massima pena, nonostante i tentativi di condizionamento effettuati sulla giuria popolare, e, forse, sui medesimi giudici togati.
Pochi mesi dopo la conclusione del processo, e pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza, il Presidente Antonino Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 Settembre 1988, sulla strada Agrigento – Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicattì, al battesimo di un nipotino. L’inchiesta, pur essendo sin da subito chiara agli inquirenti la matrice mafiosa dell’omicidio, era stata, in un primo tempo, archiviata a carico di ignoti. In quegli anni, non era ancora stata introdotta la legislazione sul pentitismo; e la quasi totalità degli omicidi di mafia, anche di alte personalità dello Stato, rimanevano prive di colpevoli e persino di imputati. Sette anni dopo, nel 1995, grazie a nuovi elementi investigativi nel frattempo forniti da alcuni collaboranti, e grazie anche al caparbio impegno e alla capacità di due giovani pubblici ministeri presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta, che voglio ricordare, il dr. Antonino Di Matteo, ed il dr. Gilberto Ganassi, si poté riaprire l’inchiesta.

I responsabili della duplice uccisione vennero individuati in Totò Riina, Francesco Madonia, e Pietro Ribisi. I primi due, capi indiscussi della mafia palermitana, e della cosiddetta cupola, come mandanti; il terzo, Ribisi, esponente di una sanguinaria famiglia mafiosa di Palma Montechiaro, quale esecutore, insieme con altri criminali, nel frattempo uccisi. I tre imputati sono stati processati e condannati all’ergastolo, dalla Corte d’Assise di Caltanissetta. Il verdetto, confermato anche nei successivi gradi di giudizio, è ormai passato in giudicato. Antonino Saetta rappresentava un obiettivo di primaria importanza per la mafia, un obiettivo da eliminare necessariamente. Per raggiungere il quale, ebbero a convergere le forze di due articolazioni territoriali della mafia: quella palermitana, e quella agrigentina. I processi di mafia presieduti da Antonino Saetta avevano riguardato prevalentemente se non esclusivamente la mafia di Palermo, che risulta mandante dell’assassinio.

L’esecuzione materiale dello stesso viene però affidata alla mafia dell’agrigentino, con la consegna di occuparsene in quel territorio. Ciò, in parte, è stato determinato da ragioni di maggior sicurezza operativa: nessun rischio presentava infatti un agguato a quel magistrato, nel momento in cui, in compagnia soltanto del figlio, ritornava a Palermo, da Canicattì, in tarda serata, su una normale vettura, e senza scorta, in un tratto di strada poco trafficata e circondata dalla campagna. Si conseguiva, inoltre, il vantaggio ulteriore di confondere le acque agli inquirenti.

Ma il motivo principale di quella scelta era un altro: risulta, dagli atti processuali, che la mafia dell’agrigentino, il cui capo indiscusso era, allora, il canicattinese Peppe Di Caro, poi ucciso, abbia volentieri accettato di occuparsi dell’esecuzione materiale di quell’assassinio, per acquisire maggior prestigio all’interno dell’organizzazione e, soprattutto, per stringere più forti rapporti di alleanza con le cosche dominanti del palermitano.

La collaborazione tra la mafia palermitana e quella agrigentina serviva anche a dare un segnale di compattezza, e di risolutezza, tanto più necessario per il significato dirompente di quell’evento: per la prima volta si uccideva un magistrato “giudicante”, un organo che, per definizione, non è antagonista rispetto al reo, come lo è invece un magistrato inquirente, ma si colloca in una posizione super partes, di terzietà e di garanzia, tra l’accusa e la difesa, e pronunzia il suo verdetto, in nome del Popolo Italiano, sulla base degli elementi processuali forniti dall’una e dall’altra.
Con l’uccisione di Antonino Saetta si compiva un tragico salto di qualità: chiunque amministrava giustizia, ledendo interessi mafiosi adesso avrebbe potuto sentirsi in pericolo di vita.

L’effetto intimidatorio che ne scaturì negli anni successivi – effetto assolutamente voluto – fu esteso e ben evidente, come espressamente è stato scritto nella relazione finale della commissione parlamentare antimafia, presieduta dal sen. Violante, e si concretizzò in una lunga sequela di ingiustificabili assoluzioni. La gravita di quell’omicidio fu per la verità, sin dall’inizio, chiara agli operatori giuridici e alle autorità istituzionali: ai funerali di Antonino e Stefano Saetta, a Canicattì, volle partecipare, accanto al Capo dello Stato, a Ministri, a Segretari di partito, anche l’intero Consiglio Superiore della Magistratura, fatto questo che mai si era verificato prima, in casi analoghi, né mai si verificò dopo, neppure dopo le stragi del 1992.

Ma perché la mafia decise di uccidere un magistrato così poco noto alle cronache come Antonino Saetta?
Innanzitutto, per quello che egli aveva già fatto. Negli ultimi anni di vita, come s’è detto, si era occupato, quale Presidente di sezione di Corte d’Assise d’Appello, di due fondamentali processi di mafia: quello relativo all’uccisione del giudice Chinnici, contro i Greco di Ciaculli, e il processo relativo all’omicidio del capitano dei carabinieri Basile, contro i boss emergenti Puccio, Bonanno e Madonia. Entrambi questi processi, condotti con mano ferma, si conclusero con la condanna all’ergastolo degli imputati, e, particolare che va ricordato, con l’aumento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di 1° grado; invertendo così una comune ma ingiustificata prassi giudiziaria che ci aveva abituati a vedere le sentenze di appello quasi sempre più miti e indulgenti di quelle di primo grado.

Il processo Basile fu l’ultimo processo presieduto da mio padre: il dispositivo venne letto poche settimane prima della sua uccisione. E’ probabile che un movente di ritorsione vi fosse, per il modo rigoroso e inflessibile con il quale il processo fu presieduto, sottraendolo a pesanti condizionamenti criminali.
Ma certamente non vi fu solo ritorsione. Antonino Saetta fu ucciso anche, o soprattutto, per quel che avrebbe potuto fare quale probabile presidente, come correva voce, del maxiprocesso d’appello contro la mafia. La quale non poteva gradire per quell’incarico un giudice che si era dimostrato non influenzabile in alcun modo e non suscettibile di intimidazione. Il movente dell’assassinio è stato quindi triplice: “punire” un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni mafiose esercitate; “ammansire”, con un’ uccisione eclatante, gli altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; “prevenire” la probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del maxiprocesso d’Appello alla mafia
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Antonino Saetta era un magistrato schivo e riservato, per indole e per scelta di vita. Un giudice che, come tanti, ma non come tutti, aveva fatto carriera lontano dai centri di potere, palesi od occulti.
Un giudice che, come il conterraneo Rosario Livatino, evitava la frequentazione dei politici, non per banali pregiudizi nei loro confronti, ma per far sì che non si determinassero indebite interferenze, magari inconsce, sul suo operato. Un giudice che però, dopo la sua tragica fine, è stato spesso dimenticato. Al punto che la sua figura, e persino il suo nome, sono ormai sconosciuti a tanti, soprattutto ai più giovani. All’oblio hanno concorso vari fattori: anzitutto, la sua poca notorietà da vivo, determinata in parte dalle funzioni che svolgeva, che erano funzioni “giudicanti”, solitamente poco illuminate dai riflettori delle telecamere.
In secondo luogo, la sua naturale riservatezza, che dovrebbe essere tuttavia una virtù o un dovere per ogni magistrato. Probabilmente ha contribuito anche il luogo scelto per l’omicidio, un luogo lontano da Palermo, città ove era la sua residenza e ove svolgeva la sua attività. Ancora più sconosciuta è la figura del figlio Stefano, morto con lui, all’età di 35 anni. Talmente sconosciuta che, in quel mediocre film intitolato “Il Giudice Ragazzino”, film che non è piaciuto neanche ai genitori di Rosario Livatino, Stefano viene incomprensibilmente rappresentato come un disabile allo stato vegetativo sulla sedia a rotelle, quando invece era un giovane fisicamente sano, e addirittura sportivo: era un ottimo nuotatore, faceva spesso lunghe camminate, e talvolta giocava pure a calcio.
Aveva avuto dei disturbi psichici, dai quali però era sostanzialmente guarito già diversi anni prima della morte.
La conoscenza della vicenda di Antonino e Stefano Saetta è indispensabile per chiunque voglia realmente comprendere cosa sia stata la lotta alla mafia negli ultimi venti anni, e quale sia stato il livello dello scontro. Ritengo che, prima o poi, a differenza di quel che sinora è avvenuto, gli operatori culturali, gli studiosi, il mondo accademico, si soffermeranno più ampiamente su questa vicenda, che ha caratteristiche di gravità unica: unica perché, per la prima e sinora unica volta, è stato ucciso un magistrato giudicante; e unica perché, per la prima e unica volta, insieme con il magistrato da uccidere, è stato ucciso anche suo figlio.