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ILVA: CONTINUA LA STRAGE DEI LAVORATORI

Pubblichiamo il comunicato stampa dell’Associazione Legami d’Acciaio (ex lavoratori ThyssenKrupp e Famigliari delle vittime), dando la nostra piena solidarietà ai lavoratori dell’Ilva di Taranto e alla Famiglia Masella, per la tragedia che l’ha colpita, privandola dell’affetto di Claudio, ennesima vittima sacrificale per morte sul lavoro in nome del profitto dei padroni e padrini politici dell’Ilva.
La nostra fraterna solidarietà e il nostro cordoglio oltre alla Famiglia, ai cari e agli amici di Claudio, va innanzitutto agli operai dell’Ilva, in particolare a tutti quelli che si battono per la salute e la sicurezza sul proprio posto di lavoro, nelle linee e nei repartiin cui ogni giorno entrano a testa alta per lavorare con la propria dignità e purtroppo devono fare i conti con uno scenario da guerra a causa delle pessime condizioni del luogo di lavoro e degli impianti: volutamente lasciati nell’incuria da parte dell’Azienda, che con pressioni e vessazioni sugli operai chiede di lavorare in condizioni fuori dalla legalità, sia per quanto riguarda le normative sulla sicurezza e la salute, sia per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro e dei turni fino alla negazioni più palesi, in spregio totale della legalità e della Costituzione Italiana, in nome dell’unico valore che conta per lorsignori: il profitto.
In nome del profitto e per conto di padron Riva si continua a morire all’Ilva di Taranto così come in tutte le fabbriche, le aziende e i cantieri del Bel Paese, in ogni settore produttivo, dall’industria all’edilizia, in agricoltura, senza che si ponga un freno a questa continua strage di lavoratrici e lavoratori, che fa più di 1000 morti l’anno (i dati Inail sono in parte inesatti, non tenendo conto dei morti in itinere e delle categorie che lavorano nei trasporti e sulle strade, senza dimenticare il lavoro nero…) di quella che oramai si può definire senza retorica e senza timori di essere smentiti, una vera e propria guerra sferrata dal padronato
contro i lavoratori.
L‘Ilva di Taranto è un vero e proprio campo di battaglia, più che una normale fabbrica: detiene il triste record italiano ed europeo di morti sul lavoro e di inquinamento ambientale, con oltre 50 morti dal 1993 ad oggi
(i dati che circolano in questi giorni sono in parte falsi: com’è noto alcuni incidenti e morti relativi soprattutto a ditte appaltatrici vengono opportunamente occultati) con i vari governi nazionali e locali che poco o nulla hanno fatto per fermare la continua strage di lavoratori ed eliminarele emissioni e l’inquinamento provocato dagli impianti.
Non è necessario essere Lavoratori dell’Ilva di Taranto, o essere dei tecnici, per conoscere e discutere di ciò. Noi ex operai della ThyssenKrupp, sappiamo bene cosa vuol dire lavorare in condizioni precarie e di insicurezza: quella maledetta notte del 6 dicembre del 2007 ci ha portato via a noi nostri sette compagni Antonio, Angelo, Bruno, Roberto, Rocco, Rosario e Giuseppe. Lo abbiamo inciso sulla nostra pelle e nelle nostre coscienze!

La nostra solidarietà e vicinanza nella lotta per la salute e la sicurezza nell’Ilva e nella Città di Taranto va anche a quei i lavoratori e a quei cittadini che si battono senza se e senza ma per la difesa della salute dentro e fuori la fabbrica, per un futuro lavorativo e di progresso per Taranto che salvaguardi insieme salute e posti di lavoro, anche se si dovesse riconvertire l’attività produttiva.Condizioni e soluzioni precise, molto chiare e semplici, che sino ad oggi non sono state mai né proposte né tanto meno messe in campo dalle Istituzioni, anche quando governi regionali e nazionali di segno progressista potevano e dovevano fare per intervenire nel merito delle questioni gravi poste dal sito di Taranto.

Non dovrebbe essere il Primo Cittadino il garante primo ed ultimo della salute dei Cittadini? Come mai in tutti questi anni (dal 1993, inizio della gestione Riva) i vari Sindaci che si sono succeduti non hanno mai posto il problema, emettendo un’ordinanza che bloccasse le produzioni, affinché si mettessero in sicurezza gli impianti e si iniziasse a produrre in modo meno inquinante?

Il problema di base è che sono tanti i responsabili di questa situazione, ma uno in modo particolare: padron Riva, che da quando ha acquisito l’Ilva dallo Stato ha accumulato ingenti profitti senza reinvestire neanche una parte dei profitti in innovazione tecnologica e miglioramento della sicurezza interna e per la bonifica del territorio. Riva è responsabile di questa situazione, che si è drammaticamente posta negli ultimi mesi alla ribalta nazionale (ovviamente oltre che a Taranto, noi ed altri in Italia, inascoltati denunciavamo già da tempo questa terribile situazione…) quindiRiva deve mettere mano al portafoglio e fare i necessari interventi urgenti per frenare la situazione e programmare con un piano di interventi per il futuro, il risanamento e la bonifica del sito contestualmente alle produzioni, pur alternando limitazioni temporanee a queste ultime. Tutto ciò non può e non deve essere a costo zero per Riva ma con precisi impegni, senza agevolazioni (come è avvenuto nella svendita di vent’anni fa), come si vorrebbe far pagare anche oggi  allo Stato (utili ai padroni e oneri alla collettività) gli errori ed i crimini commessi dalla famiglia Riva.

Noi diffidiamo dalla propaganda distorta e fuorviante fatta da pseudo rappresentanti del mondo ambientalista che non hanno niente di meglio da proporre che chiudere subito lo stabilimento (così da creare una nuova cattedrale nel deserto come successo a Bagnoli e in tanti altri luoghi), dai vari rappresentanti politici di partiti o lobby di potere, dai rappresentanti di Istituzioni ed Enti preposti alla salute e ai diritti di lavoratori e cittadini e dai sindacati gialli (FIM-Cisl e UIL-Uilm in particolare, che si è scoperto essere a libro paga dei Riva): personaggi di varia natura che non hanno a cuore il destino dei lavoratori e dei cittadini di Taranto, che hanno fatto e faranno solo gli interessi di padron Riva e dei suoi accoliti. Non bisogna chiudere ma trovare soluzioni (possibili) per riconvertire lo stabilimento a produzioni che siano utili, sostenibili per l’ambiente e compatibili con la dignità dei lavoratori. Ciò è possibile ma soprattutto è necessario! Perché le soluzioni sbrigative e liquidatorie o alla meno peggio aprono la strada al peggio…

Solo attraverso la salvaguardia dei posti di lavoro (utili e dignitosi), come unica soluzione per uscire dalla crisi, si può intraprendere una strada (difficile ma percorribile) di risanamento dell’Ilva e del territorio di Taranto.

 

Torino, 31 Ottobre 2012                                                                             Ass. Legami d’Acciaio Onlus

Arrestato Giudice corrotto dalla Sacra Corona Unita

 

Il pubblico ministero di Taranto, Matteo Di Giorgio, è stato arrestato oggi dai Carabinieri del Comando provinciale di Potenza con l’accusa di concussione. Di Giorgio è stato posto agli arresti domiciliari al termine di un’inchiesta avviata circa due anni fa e basata su denunce di cittadini che si ritenevano danneggiati dal magistrato. Di Giorgio avrebbe compiuto atti contrari ai suoi doveri di ufficio per garantire l’impunità a un bar “completamente abusivo”, rivolto minacce neanche troppo velate ad un consigliere comunale, intimidazioni e molto altro, tutto in cambio di utilità. E’ il ritratto del pm che emerge dall’ordinanza con cui è stato posto ai domiciliari nella sua casa di Castellaneta, nel Tarantino. Nell’inchiesta ci sono anche altri due indagati per cui è scattato il divieto di dimora a Castellaneta.

Bimba di 8 anni. «L' abbiamo bruciata viva per divertirci»

Bimba uccisa ad Andria, fermati altri quatto ragazzi. I familiari assediano la caserma: liberateli. L’ urlo della madre: “Voglio ammazzarli tutti”. Il magistrato: hanno agito come la banda dei sassi.

ANDRIA (Bari) – «Giochiamo a bruciare la bambina». La verità sulla morte di Graziella Mansi, 8 anni, uccisa ad Andria sabato scorso, è da correggere. Anzi, è tutta da riscrivere. Pasquale Tortora, il diciottenne chiuso da domenica mattina nel carcere di Trani, non era solo. I carabinieri e il magistrato ieri hanno fermato altri quattro ragazzi con l’ accusa d’ avere massacrato la piccola. Sono Michele Zagaria, Giuseppe Di Bari, Domenico Margiotta e Vincenzo Coratella, tutti di Andria, tutti di età compresa fra i 18 e i 20 anni. Due hanno già confessato: quella sera, hanno ammesso, c’ erano anche loro tra il parcheggio di Castel del Monte e il boschetto della morte. Anche loro si sarebbero impegnati ad adescare Graziellina, a farla camminare per quel pezzo di sentiero, ad aggredirla, a torturarla, a incendiarla finché, come ha raccontato Pasquale, «s’ è come sciolta» nelle fiamme. I quattro sono stati interrogati separatamente, sono stati fatti dei riscontri incrociati, alla fine uno è crollato. E un secondo ha deciso, lui pure, di liberarsi del peso. Il racconto è da brivido: «Pasquale ha avvicinato la bambina alla fontanella – hanno detto ai carabinieri -. Noi lo prendevamo sempre in giro, perché diceva che s’ era innamorato di lei. E’ entrato nel bosco, teneva la bambina. A quel punto, noi siamo saltati fuori. Graziella aveva paura e questo ci faceva divertire ancora di più. Volevamo torturarla un po’ , ma solo per farle un po’ male. Non volevamo violentarla, era soltanto un gioco, volevamo divertirci con lei. Poi, è uscita l’ idea del fuoco. Ci pensavamo da giorni, a giocare nel fuoco. Bevevamo birra e ci esaltavamo a giocare, a tenerla. Abbiamo raccolto sterpaglia, intorno, abbiamo legato la bambina. E il fuoco l’ ha coperta». Le accuse per la banda sono pesantissime: sevizie su minore, sequestro, omicidio premeditato. Roba da ergastolo. Aggravate dal concorso nel reato e da due parole che rendono quest’ uccisione, se possibile, ancora più agghiacciante: «Futili motivi». Perché la pedofilia, sembra, c’ entra sì e no. Ed è sicuro che non sia stata solo questa, o non lo sia stata per l’ insieme del gruppo, la ragione scatenante. «L’ hanno uccisa per gioco», ripetono gli investigatori. Forse per vedere che effetto faceva. Forse per cacciare la noia. Dal comando dei carabinieri e dalla procura di Trani, solo un comunicato di poche righe «per non compromettere indagini ulteriori». A tarda sera, infatti, i quattro ragazzi erano ancora sotto torchio. Sono tutti di Andria, anche se uno pare abiti a Barletta, età fra i 18 e i 20 anni. Si conoscono da tempo, erano compagni di giochi e di bravate: piccoli balordi incensurati, uno solo con precedenti penali per furto, cresciuti in famiglie che vengono descritte come «difficili». E ieri notte, i familiari dei quattro hanno circondato la caserma dei carabinieri di Andria per chiedere la liberazione dei ragazzi. L’ ipotesi di un delitto di gruppo era emersa immediatamente, sabato, prima ancora che venisse trovato il corpo bruciato della bimba. L’ aveva avallata lo stesso Tortora, che s’ era fatto avanti parlando di tre persone che avevano preso Graziella. Il suo racconto però era sembrato confuso, fino a incastrarlo. Il fatto che soffrisse di gravi disturbi psichici, poi, aveva diviso gli inquirenti: chi propendeva per il gesto solitario dello psicolabile Pasquale, chi pensava ci fossero complici. Nel convalidare l’ arresto, anche il gip Antonio Lovecchio aveva ipotizzato che dietro la confessione di Tortora si nascondesse qualcosa d’ altro: come spiegare, altrimenti, che l’ assassino avesse bruciato da solo una bambina, viva, senza riportare una sola scottatura, un segno sui vestiti? Graziella, tra l’ altro, era una bimba vivace, abituata a vivere in strada e, all’ occorrenza, a difendersi. L’ altro giorno, quando Pasquale ha fatto dal carcere i nomi di tre complici, due esistenti e uno inventato, i carabinieri stavano già facendo alcuni riscontri. Tortora conosceva i quattro, li frequentava. Per non destare sospetti, i balordi avevano anche partecipato ai funerali della bambina. Ma portati in caserma, sono caduti l’ uno dopo l’ altro in contraddizioni, bugie, imprecisioni. Fino a confessare. Francesco Battistini LA TESTIMONIANZA L’ urlo della madre: «Voglio ammazzarli tutti» ANDRIA (Bari) – «Come dice, c’ erano dei complici? Sono stati in cinque a massacrare la mia Graziella?». Fa solo in tempo a sussurrare queste parole, poi Giovina Antolino, la mamma della bambina uccisa ad Andria, corre subito ad abbracciare la fotografia di sua figlia. La guarda, la stringe al cuore, la bacia e l’ accarezza e dice: «Graziella, cosa ti hanno fatto? Dillo a tua madre, è vero che in quel bosco ti hanno attirata per gioco e ti hanno bruciata viva, mentre chiedevi il mio aiuto?». Piange a dirotto e prega, la signora Giovina. Ha ancora la forza di reagire a una tragedia che nessuno si aspettava in una città di 80 mila abitanti a 50 chilometri da Bari. Le sue lacrime rigano il portaritratti verde con gli angoli dorati attorno al quale da domenica si stringe tutta la famiglia Mansi: il padre Vincenzo, 31 anni, da sempre disoccupato; Vittorio, il nonno paterno, invalido, che vende noccioline ai turisti in visita a Castel del Monte; e la nonna materna, Concetta, quasi cieca e con una gamba amputata, ammutolita dal dolore. Nella piccola casa al piano rialzato di viale Ovidio 147, rione Tirassegno di Andria, non ci sono invece le altre due figlie della coppia: Concettina, di 6 anni, e Vittoria, che ne ha 3. Loro non sanno ancora che la sorellina più grande è stata massacrata e data alle fiamme. Vivono a casa di una parente, al piano terra dell’ edificio che ospita i Mansi. Ma stasera le urla della mamma di Graziella si sentono anche dalla strada. «Ditemi chi sono? – grida – . Fatemeli vedere, perché li voglio ammazzare tutti con le mie mani. Voglio giustizia, ma non quella dei giudici. Voglio vederli morire come hanno fatto loro con la mia bambina: li devo sciogliere vivi nel fuoco». Mentre le mani non lasciano neanche per un attimo la foto di Graziella: la piccola in posa davanti al presepe della scuola. Il padre della bambina, invece, è sconvolto, incredulo. È in preda a un incubo. «Credetemi – dice – non potevo fermarla. Ve lo giuro. Non sapevo che, mandandola a riempire l’ acqua a quella fontana, sarebbe potuta accadere una tragedia simile». Poi si ferma per un attimo, si butta sulla branda della camera da letto e, in preda al dolore, continua a ripetere a sé stesso e ai familiari: «Pasquale Tortora io lo conoscevo, faceva il parcheggiatore abusivo davanti alla nostra bancarella. Si avvicinava a Graziella. Non mi ha mai insospettito, sembrava un ragazzo normale. Ma chi sono gli altri: ditemi i loro nomi. Forse sono quei quattro ragazzi che in città si trattenevano sempre con Pasquale? Quei quattro giovanotti che sabato notte hanno partecipato con noi alle ricerche di Graziella? Che urlavano nei boschi il nome di mia figlia portandoci in posti lontani dove la mia bambina non c’ era?». Resta una tragedia gigantesca, quella di Andria, ma la trama è cambiata: non un solo assassino, un diciottenne psicolabile, ma una banda di ragazzi. Che hanno ucciso per divertimento. Sembrava tutto chiaro, tanto che il pubblico ministero, Francesco Bretone, al termine di un’ indagine-lampo aveva detto: «In questa storia c’ è un solo assassino che è Pasquale Tortora». La svolta di ieri dice che i presunti assassini sono cinque. Adesso Andria si prepara a una fiaccolata. Lunedì sera migliaia di persone ricorderanno Graziella con un corteo silenzioso che attraverserà le strade in cui la bambina viveva e giocava. Ora che la sua vita si è fermata all’ improvviso in un bosco, tra i pini dietro ai quali si accucciava quando giocava a nascondino con le sue sorelline. Roberto Buonavoglia

IL RETROSCENA Il magistrato: hanno agito come la banda dei sassi

DAL NOSTRO INVIATO ANDRIA (Bari) – Come a Tortona: «È un delitto di gruppo, che per le motivazioni ricorda molto la vicenda di quella donna uccisa per i sassi lanciati dal cavalcavia», dice il sostituto procuratore di Trani, Francesco Bretone. Sbalordito, lui insieme con i due ufficiali dei carabinieri che hanno dato la svolta alle indagini: «Da non credere», è il commento del colonnello Livio Criscuolo e del maggiore Roberto Tortorella.

 GLI INDIZI – Nella notte a Trani si interrogano i quattro fermati, si continua a verbalizzare la nuova verità. E non è ancora tempo di spiegare come si è arrivati a bloccare e a fare confessare i complici di Pasquale Tortora: il tam tam d’ una conferenza stampa, annunciata per le otto di ieri sera, ora rinvia a un incontro con gli inquirenti fissato per oggi. Decisive sono state, pare, alcune indicazioni date dal ragazzo nella cella del supercarcere. Qualche indizio, e soprattutto quella spiegazione («Ho buttato Graziella nelle fiamme e la tenevo ferma con un piede») che non tornava: «Fin dal primo istante – dice il pubblico ministero – la circostanza non ci ha convinto appieno». Mercoledì, il colonnello Criscuolo e il maggiore Tortorella erano in giro per ascoltare alcune persone. Si credeva che Pasquale coprisse un giro di pedofili. Invece: «La pedofilia a questo punto è un aspetto che sembra diventare marginale – dice il dottor Bretone -. Questo non è il delitto di uno o di più maniaci. È qualcosa di assai più terribile e atroce. È l’ impresa senza logica di cinque balordi che hanno deciso, per gioco, di bruciare una bambina». Insomma, gli inquirenti lavorano su uno scenario ancora più agghiacciante di quello emerso subito dopo il ritrovamento del corpo di Graziella.

L’ AUTOPSIA – E quei segni di violenza, individuati dal medico legale, che hanno condotto l’ autopsia? «È vero che l’ autopsia ha confermato la presenza d’ una lesione all’ apparato genitale, e questo non esclude che un tentativo di stupro ci sia stato, nonostante le mutandine della bimba fossero integre. Ma, ripeto, questo è un qualcosa che s’ aggiunge alla dinamica del gruppo, mosso innanzi tutto dal desiderio di fare un terribile “gioco” con Graziella Mansi». Si sta cercando di capire chi abbia avuto il ruolo d’ un leader, in questa banda di ragazzi: «Al momento, le responsabilità risultano equivalenti. Tutti e cinque i giovani avrebbero partecipato, seppure in modo diverso, all’ intera azione, dal sequestro fino all’ uccisione». E adesso, cinque giorni dopo, sembrano ancora esaltati dal loro gesto: «Non si tratta di sicuro di ragazzi normali», è l’ unico commento che si riesce a intercettare fuori dalla stanza.

PRIMO CASO – Bretone, figlio d’ un celebre romanista e fino a qualche tempo fa pretore a Crotone, è al suo primo caso d’ omicidio. È uno di quei magistrati che scelsero la prima linea del Sud e, una volta, vennero liquidati da Cossiga come «i giudici ragazzini che hanno dato qualche esame di diritto romano». Non vuole fotografi né operatori tivù, non ama le interviste. E se proprio deve commentare questa storiaccia, ripete con più forza quel che pensava domenica, quando sembrava «solo» un caso di pedofilia: «Mi auguro, come cittadino e specialmente come sostituto procuratore, di non dover più ripassare per momenti del genere». F. Bat. Omicidi di gruppo: ecco i precedenti PALMINA Nel novembre del 1981 a Fasano (Bari) quattro giovani di Locorotondo, uno di 23 anni, due di 22 e l’ ultimo di 18, danno fuoco a Palmina Martinelli, 14 anni, perché non vuole prostituirsi. La ragazzina morirà in ospedale a dicembre. I quattro saranno assolti dalla Corte di Cassazione DOMENICO Ginosa (Taranto), ottobre 1991: violentato e gettato in un pozzo, Domenico Valenzano muore a 16 anni per mano di tre amici, un minorenne e due giovani di 19 e 20 anni FABIO Luglio 1999: a Carini (Palermo), scompare Fabio Ravanusa, 17 anni. Dopo una settimana viene trovato il suo cadavere. E’ stato ucciso a sassate da tre giovani, fra cui due minorenni DAVIDE Picchiato a morte per uno sguardo dato alla sorella di un amico. E’ successo nel Siracusano nell’ agosto ‘ 99. La vittima è Davide Carbone, 16 anni, ucciso dai ragazzi della sua compagnia. I carabinieri fermano due 16enni e un 17enne

 Battistini Francesco, Buonavoglia Roberto
(25 agosto 2000) – Corriere della Sera

PALMINA MARTINELLI: BRUCIATA VIVA NON VIENE CREDUTA. ASSOLTI GLI AGUZZINI

La storia agghiacciante di una adolescente di 14 anni bruciata vita perchè non voleva prostituirsi ed offesa dalla magistratura sino alla Cassazione che non le crede, assolvendo scandalosamente i suoi truci aguzzini.

Palmina Martinelli

FASANO (Brindisi) – “Palmina era molto bella, aveva 14 anni, vogliono farla prostituire, lei si rifiuta e le danno fuoco” e subito la registrazione della voce della sfortunata adolescente fasanese che racconta, mentre lotta tra la vita e la morte nel reparto di rianimazione del Policlinico di Bari, quello che le è accaduto facendo i nomi dei suoi aguzzini.

Ha aperto così la  giornalista televisiva, Federica Sciarelli, la puntata del 15 giugno 2010 del programma di Rai Tre “Chi l’ha visto?”.

La storia è quella di Palmina Martinelli, la 14enne fasanese data alle fiamme perchè si rifiutava di prostituirsi. Prima di morire la ragazza era riuscita a fare i nomi dei suoi aguzzini, ma il caso venne chiuso come suicidio.
I fatti risalgono all’11 novembre del 1981, quando a Fasano, nella sua abitazione, venne ritrovata in fin di vita Palmina Martinelli. Gli investigatori puntarono immediatamente i loro sospetti su quattro giovani di Locorotondo, uno di 23 anni, due di 22 e l’ ultimo di 18. Secondo l’accusa i quattro avrebbero dato fuoco a Palmina Martinelli perché non voleva prostituirsi. La ragazzina morì in ospedale a dicembre. Le prove portate dall’ accusa a sostengo delle tesi di colpevolezza non ressero, però, né in primo né in secondo grado. Alla fine i quattro furono assolti anche dalla Corte di Cassazione.

A raccontare una delle più brutte storie accadute a Fasano, nello studio di Rai Tre, ieri sera, c’era una delle sorelle di Palmina, Giacomina (da tutti chiamata Mina) che oggi ha 44 anni, che all’epoca dei fatti aveva 15 anni, un anno in più della sorella morta a causa delle ustioni sul 70% del corpo. Proprio Mina Martinelli ha interpellato la nota trasmissione televisiva di Rai Tre per cercare di fare chiarezza a quasi 30 anni da quella morte, atroce e violenta, che scosse l’opinione pubblica locale e nazionale. Mina Martinelli insegue ancora oggi la verità. E insieme a lei, nel corso della trasmissione con una telefonata, si sono schierati anche altri i due fratelli più piccoli di Palmina: Carmela e Roberto, che all’epoca aveva 8 anni.

Ad aprire la trasmissione, come dicevamo, la registrazione audio disposta in ospedale dal Pm Nicola Magrone, che con l’aiuto del prof. Fiore interroga Palmina che, con un filo di voce, alla domanda “Chi ti ha fatto del male?” risponde facendo i nomi di “Enrico e Giovanni” e quando gli si chiede “cosa ti hanno fatto?” risponde “alcool e fiammifero”.
Una registrazione agghiacciante che ha toccato veramente il cuore di chi ieri sera ha seguito la trasmissione di Rai Tre. Soprattutto di chi, per la giovane età, non conosceva per niente la storia di Palmina Martinelli.
Palmina, però, non venne creduta ed il caso fu archiviato come suicidio. A sollecitare la trasmissione di RaiTre ad occuparsi del giallo di Fasano è stata la sorella di Palmina, Mina Martinelli, che ha dichiarato in diretta di provare a 30 anni ancora “tormento ed emozione ad ascoltare le parole di mia sorella”.  L’agonia di Palmina durò 22 giorni, di cui 2 in coma.

Ospite alla trasmissione “Chi l’ha visto?” oltre alla sorella Mina, anche il Pm che all’epoca si occupò del caso di Palmina, Nicola Magrone che prese a cuore la vicenda della 14enne fasanese, senza però riuscire a far condannare gli imputati maggiori. Magrone ha scritto anche un libro su questa storia, ed ha dichiarato in una intervista che la vicenda che l’ha coinvolto di più in tutta la sua carriera è stata proprio quella della adolescente fasanese.

La trasmissione di Rai Tre ha ricostruito la vita e la storia della sfortunata Palmina, che abitava nelle case popolari di Fasano, in una famiglia povera e numerosa, con il padre disoccupato e la madre donna di pulizie. Sesta di 11 figli, Palmina lascia la scuola in quarta elementare.
“Era bella, intelligente – spiega la giornalista di “Chi l’ha visto?” -. Era un fiore cresciuto nel fango. Il suo sogno era quello di sposarsi ed andare via da quella situazione”.
“Palmina è piccola, ingenua e vergine  – prosegue la giornalista Rai inviata a Fasano alla ricerca di notizie e di immagini – si innamora di Giovanni Costantini che, con il fratellastro Enrico Bernardi, procacciavano ragazzine e le avviavano alla prostituzione”.
La stessa sorte era capitata alla sorella maggiore di Palmina, Franca Martinelli, costretta – a seguito di percosse e botte alla propria figlioletta di pochi mesi – a prostituirsi in una chiesa sconsacrata nelle campagne di Locorotondo. È proprio Franca Martinelli che racconta, in una intervista rilasciata alla giornalista di Rai Tre inviata a Fasano, quello che le era accaduto nel lontano 1981.
Dopo la testimonianza di Franca, si passa a raccontare gli ultimi momenti in vita di Palmina.

L’11 novembre del 1983 Palmina Martinelli, indossa l’abito buono ed una collanina, esce di casa alle 14.30 per andare alla chiesa della “Salette” per partecipare al catechismo in vista della Cresima. Per strada incontra un suo coetaneo, Bruno, con il quale ha una accesa discussione in quanto questo suo amico avrebbe messo in giro la voce che “se l’era portata a letto”. Palmina reagisce a queste calunnie ed affronta il suo coetaneo con il quale ha una accesa discussione. Alle 15.30 viene raggiunta dal padre e dal cognato, i quali invece di prendere le difese di Palmina, la schiaffeggiano e  la riaccompagnano a casa alle ore 16, e vanno via. Palmina quel pomeriggio non andrà più al catechismo e resta sola in casa.

Alle 16.25 torna a casa il fratello maggiore, Antonio, che entrando sente un odore di bruciato e dei lamenti provenire dal bagno, nel quale rinviene la sorella mentre sta tentando di aprile l’acqua della doccia per spegnere le fiamme che, ormai, le invadono la maggior parte del corpo. Quel giorno, però, a Fasano l’acqua manca ed è una tragedia.

Antonio Martinelli a quel punto carica la sorella in auto e l’accompagna al pronto soccorso dell’ospedale “Umberto I” dove è in servizio il giovane medico Lello Di Bari. Proprio Lello Di Bari (oggi primario del pronto soccorso di Fasano e Ostuni oltre che sindaco di Fasano) racconta quel pomeriggio alle telecamere di “Chi l’ha visto?”, e ricorda che “Palmina era lucida e raccontava quello che le era accaduto”. La 14enne verrà, poi, trasferita d’urgenza nel reparto di rianimazione del Policlinico di Bari dove il suo cuore cesserà di battere 22 giorni dopo.

Secondo quanto dichiarato, subito dopo l’accaduto, dal fratello Antonio (il primo a soccorrerla) Palmina gli avrebbe detto che “non ce la faceva più e che voleva morire” che “era stato Gianni ed Enrico” e che “mi hanno dispregiata e che non sarà più bella come prima”.

Il 20 novembre il Pm Magrone mette a verbale il racconto di Palmina Martinelli.

“Il primo contatto che ebbi con Palmina in ospedale – racconta Magrone a “Chi l’ha visto?” – fu spaventoso. Era un tronchetto annerito, il viso e gli occhi si vedevano appena. Il prof. Fiore gli tolse i tubi che l’aiutavano a respirare e si riuscì a fare il verbale”.
Magrone, però, uscendo dalla stanza decide anche di registrare su nastro il racconto di Palmina. E così fece. Con l’aiuto del prof. Fiore, Palmina viene nuovamente interrogata e la sua deposizione viene registrata su una cassetta che, poi, sarà uno degli elementi di prova portati dal Pm nel processo. Una registrazione che ieri sera è stata mandata più volte in onda.

Nel suo racconto Palmina parla del fatto che i due – Giovanni ed Enrico – prima di cospargerla di alcool e darle fuoco, le fanno scrivere una lettera di addio alla madre. Copia di questa lettera “Chi l’ha visto?” la manda in onda. E su questa lettera vengono fuori altri aspetti mai resi noti alla opinione pubblica.
L’associazione “8 marzo”, infatti, costituita da un gruppo di donne che chiedono giustizia contro la mentalità maschilista, nel processo Martinelli si è costituita parte civile. Alla trasmissione di ieri sera è intervenuta proprio l’avvocato di parte civile, Laura Rennidoli, che ha spiegato come proprio il biglietto di Palmina Martinelli lasciato alla madre nel quale lei racconta di essersi stancata di come veniva trattata in famiglia, è stato oggetto di approfondimenti ed indagini. Il biglietto si concludeva con la scritta “ADDIO PER SEMPRE”. Secondo la tesi della parte civile, confermata anche da una specifica perizia grafica compiuta sul biglietto, le parole “ER SEMPREsarebbero state scritte da uno degli imputati, ovvero la grafia, secondo la perizia grafica, apparterrebbe ad uno degli imputati. Quindi è ipotizzabile che Palmina avesse scritto il biglietto perché in procinto di scappare di casa con il suo fidanzato, dopo l’ennesima lite in famiglia. Secondo l’accusa, infatti, i due imputati avrebbero raggiunto la casa di Palmina Martinelli dopo le 16 dell’11 novembre (non ci sono però testimoni che confermano la presenza dei due imputati nella casa di Palmina) per portarla via con la scusa di una vita migliore. Ecco perché il biglietto di addio alla madre firmato con la sola iniziale del nome “P”.
Palmina, però, all’ultimo minuto si sarebbe resa conto dell’intenzione dei due fratellastri (Giovanni ed Enrico) di volerla far prostituire, si sarebbe ribellata e, quindi, avrebbe firmato la sua condanna a morte. Ecco, perché, si spiega l’aggiunta della scritta “ER SEMPRE” sotto il biglietto che sarebbe stata opera, sempre secondo la perizia grafica, di uno degli imputati. Insomma un elemento di non poco conto che, però, insieme al racconto di Palmina reso al Pm, non sono stati sufficienti a dimostrare la colpevolezza dei due imputati.
Secondo la difesa, invece, Palmina era stanca e depressa ed aveva deciso di suicidarsi.

Il 2 dicembre, dopo 22 giorni di agonia, Palmina muore. Tutto il paese partecipa al suo funerale.

Il 28 novembre 1983 inizia il processo in Corte d’Assise a Bari a carico di Enrico Bernardi e Giovanni Costantini, all’epoca ventenni, accusati di omicidio pluriaggravato e di altri reati.

Giovanni Costantini avanza  un alibi dicendo che lui l’11 novembre 1981 era a svolgere il servizio militare presso una caserma a Mestre. Il Pm Magrone smonta, però, questo alibi, e scopre, a seguito di indagini ed in base ad alcune testimonianze, che Costantini era andato via da Mestre il 10 novembre e vi era tornato la mattina del 12, ed aveva anche confidato ad alcuni commilitoni di essere tornato a casa. Neanche questo elemento è servito a dimostrare la colpevolezza di Costantini.

Il 22 dicembre 1983 la Corte d’Assise di Bari in primo grado assolve Costantini e Bernardi per insufficienza di prove. I due, però, vengono condannati a 5 anni per sfruttamento della prostituzione di altre donne (tra cui Franca Martinelli).
Il 27 ottobre 1987 la sentenza viene confermata dalla Corte d’Appello, e nel 1988 dalla Cassazione.

Da ieri sera la storia di Palmina, grazie a “Chi l’ha visto?” e alla caparbietà della sorella Mina – che ha trovato sostegno anche dalla sorella Carmela e dal fratello Roberto – è tornata alla ribalta facendo tornare Fasano indietro di 30 anni.
“Chiedo a chiunque sa o ha sentito qualcosa – è stato l’appello lanciato da Mina Martinelli in conclusione del programma di Rai Tre – di farsi avanti e di dire quello che sa”.

Un appello che facciamo nostro nel ricordo di una adolescente morta in circostanze tragiche proprio negli anni più belli della sua vita.
Ed è un appello che vale anche per altri omicidi accaduti a Fasano o che hanno avuto come vittima un fasanese, sui quali non si è fatta ancora piena luce: dall’omicidio di Valerio Gentile, a quello di Giovanni Scarpantonio a quello di Vito Margaritondo.

FALLIMENTOPOLI BARESE. LEGALE TRUFFA 7 MILIONI DI EURO

Truffa, sigilli al tesoro dell’avvocato

Repubblica — 28 gennaio 2010   pagina 5   sezione: BARI

È L’AVVOCATO fallimentarista più famoso di Bari. Il legale al quale più di tutti, negli ultimi anni, il tribunale civile ha affidato le situazioni più delicate e importanti. Ora è finito nei guai: l’avvocato Gaetano Vignola è accusato, dal sostituto procuratore Ciro Angelillis, di aver falsificato in questi alcuni mandati di pagamento, intascando più di quanto dovuto. Non si tratta di spiccioli ma di almeno sette milioni di euro secondo quanto ricostruito dal tribunale civile. Che ha ordinato anche il sequestro conservativo dei beni del legale per il doppio (14 milioni di euro circa) rispetto a quanto avrebbe sottratto. Nel frattempo il presidente del tribunale, Vito Savino, ha revocato a Vignola tutti gli incarichi di curatore nei fallimenti (otto, la maggior parte dei quali risalenti agli anni ’80). La storia è venuta fuori in maniera anomala, alcuni mesi fa, quando una cancelliera si accorse di un errore in un mandato di pagamento depositato dall’avvocato Vignola: la cifra era diversa rispetto a quanto gli sarebbe realmente spettato. Da qui la segnalazione della cancelleria («si è trattato di un errore materiale» si giustificò lo studio) prima al legale ma poi anche al giudice. Che è voluto andare in fondo alla storia: hanno fatto una ricerca indietro nel tempo nei fallimenti e si è così scoperto il grande buco. Immediatamente il Tribunale ha provveduto a revocare gli incarichi. Contemporaneamente però si è provveduto a recuperare la cifra, intervenendo con i sequestri sul patrimonio dell’avvocato. Nel frattempo è partita la segnalazione alla Procura che ha immediatamente aperto l’indagine e disposto una perizia tecnica per accertare come sono andate esattamente le cose. Intanto, le curatele dei vari fallimenti hanno nominato – d’intesa anche con il tribunale – come proprio difensore il presidente dell’ordine degli avvocati, Manuel Virgintino. L’avvocato Vignola intanto ha già presentato reclamo, tramite i suoi legali, contro il sequestro conservativo disposto dal tribunale civile. «Si tratta soltanto di un grande equivoco, nessun dolo – fa sapere l’avvocato – Se ci sono stati degli errori, sono stati soltanto di origine materiale, nulla che può avere a che fare con il penale. È stata chiesta una consulenza e in ogni caso non c’è più alcun fallimento ancora in piedi, abbiamo rinunciato a tutto affinchè la vicenda si possa concludere nella massima serenità». 
GIULIA FERRANTE
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/28/truffa-sigilli-al-tesoro-dellavvocato.html

CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI

di Antonio Giangrande

(Avvocato non abilitato, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista e Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie)

Antonio Giangrande è autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, in cui presenta un “Dossier sui concorsi pubblici truccati”. Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato. «Nessuno come me conosce il fenomeno ed ha il coraggio di parlarne. Ho partecipato ad un concorso in polizia da incensurato e da parà. – testimonia Giangrande – Ho superato brillantemente i test scritti e le prove psico-fisiche-attitudinali: ero tra i primi, ma altri mi hanno preceduto, estromettendomi dal numero chiuso. Lo stesso dicasi per il concorso di autista dei mezzi speciali del Ministero della Giustizia. Ho partecipato ad un concorso per comandante dei vigili urbani. Lo ha vinto, precedendomi, chi l’aveva indetto e regolato, da comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale, trattenendo rapporti professionali con i commissari d’esame. Per aver pubblicato le sue motivazioni sulla stampa di tutto il mondo, sono stato denunciato per diffamazione dal Pubblico Ministero che aveva archiviato il mio esposto penale. Per anni (a due cifre) ho partecipato al concorso forense. Ho visto abilitarsi tanta gente inetta. Ho visto tante illegalità e le ho sempre denunciate. Ho pagato per questo. Il mio nome è conosciuto da tutte le commissioni d’esame ed inserito nella loro lista nera».

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l’anno accademico 2009-2010 dell’Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina.

In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito.”

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “ La Stampa.it ”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l’esame per ottenere l’abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l’esame. Per gli altri, nulla. C’era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l’esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c’era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell’Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l’esame? Com’è stato l’esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione,  tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una  interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d’Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l’utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l’atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. A riguardo vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Molti ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati “non idonei” e poi promossi agli orali.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris.

O ancora l’esame di ammissione all’albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un’ agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “ La Stampa ”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale.

Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato.

Dr Antonio Giangrande (Presidente Associazione contro tutte le mafie).

www.controtuttelemafie.it – www.malagiustizia.eu – www.ingiustizia.info

Per sostenere l’associazione. Chiedi il libro http://www.controtuttelemafie.it/contributi.htm

CONCORSI TRUCCATI PER AVVOCATI. ASSOCIAZIONE A DELINQUERE?

ESPOSTO PENALE ED AMMINISTRATIVO DI ANTONIO GIANGRANDE

Così è per il Dott. Antonio Giangrande che invano invoca da anni l’applicabilità dell’art. 416 bis c.p. o di altre norme penali e amministrative, in quanto più persone, in special modo i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati, Magistrati e Professori Universitari, avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della funzione pubblica e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti realizzano profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri o procurano voti a sé od ad altri in occasione di consultazioni elettorali politiche, amministrative e di categoria professionale.  

Nella particolareggiata denuncia si legge che “i soggetti su indicati, identificati attraverso la loro partecipazione come commissari alle varie sessioni d’esame di abilitazione forense tenutesi negli ultimi 6 anni presso tutte le Corti d’appello d’Italia, in generale, ed a Lecce, in particolare:

1.    al fine di sottacere l’evasione fiscale e contributiva a danno dei praticanti avvocato;

2.    al fine di limitare indebitamente la concorrenza professionale forense;

3.    al fine di essere rieletti nel Consiglio dell’OrdineAvvocati, attraverso il voto di scambio, conseguente alla raccomandazione elargita;

4.    al fine di gestire gli incarichi giudiziari;

5.    al fine di introitare profitti e realizzarsi socialmente a danno di soggetti deboli;

6.    al fine di occultare ogni sistematica violazione del diritto di difesa dei soggetti deboli e di ogni altro abuso ed omissione Forense e Giudiziaria;

in qualità della carica rivestita e in qualità di commissari d’esame nelle varie sessioni d’esame per l’abilitazione forense truccano gli esami stessi, con l’intento di selezionare i candidati secondo affidabilità e nepotismo, anziché secondo preparazione e valore, affinché il sistema fondato sulla solidarietà, sull’omertà e sull’assoggettamento per realizzare profitti, non venga scalfito”.

Non mancano ovviamente le ritorsioni per coloro i quali come il dott. Antonio Giangrande cercano di ribellarsi, quale la reiterata bocciatura e la persecuzione penale per reati inesistenti, con l’impedimento di ogni attività di difesa. Tale denunciata attività qualificata dal querelante come “mafiosa” si basa in sede di esame e di valutazione:

a) sui suggerimenti dati durante la prova scritta e le agevolazioni alle copiature su altri compiti, su testi e sull’utilizzo di cellulari e computers palmari;

b)  sulla correzione dichiarata valida, ma avvenuta in tempi insufficienti;

c)  sulla mancanza di motivazione riferita alle valutazioni date;

d)  sull’impedimento all’autotutela o al diritto di opposizione alle valutazioni date;

e)  sul rapporto tra idonei e omonimia con persone influenti e studi legali affermati;

f)   sul rapporto territoriale di provenienza tra commissari e idonei;

g)  sulla disparità di percentuale di idonei tra le varie sedi d’esame;

h)  sulla  sistematica opera d’insabbiamento delle innumerevoli denuncie penali presentate per abuso d’ufficio dei commissari d’esame.

Questo sistema criminale non ha potuto impedire l’intervento del Parlamento, che resosi conto dell’illegalità perpetrata, con la L. 180/03, ha punito tutti i componenti delle commissioni d’esame:

1.      i consiglieri dell’ordine degli avvocati sono stati cacciati;

2.      i magistrati e i professori sono stati sbugiardati, in quanto si è prevista l’incompatibilità territoriale tra candidati e commissioni d’esami. Gli scritti effettuati presso una sede di Corte d’Appello, ma le correzioni effettuati presso altra sede.

Certo è strano che, affermato formalmente l’esistenza di un sistema mafioso, anche attraverso i dibattiti in Senato e alla Camera in sede di conversione del D.L.112/03 nella L.180/03, non si è proceduto penalmente contro Avvocati, Magistrati e Professori Universitari. Come strano è che anche quest’anno si è prorogato questo sistema mafioso, lasciando le commissioni libere di poter raccomandare i loro protetti come e quanto prima, mentre al posto dei Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati in carica sono subentrati coloro i quali lo erano precedentemente. Giusto per dire che la legge non è uguale per tutti. Giusto per dire che i mafiosi non sono tutti uguali. Per questi motivi, sperando che almeno presso l’autorità adita si applichi la legge senza impunità ed immunità e senza distinzione di ceto o di categoria, l’esponente conclude presentando esposto penale ed amministrativo contro i soggetti identificati da soli, o in correità con persone non conosciute, per gli atti e i fatti e per i reati applicabili, scaturenti da una doverosa indagine, con istanza di punizione, con riserva di costituzione di parte civile nell’instaurando procedimento penale, che a quanto ci consta è stata archiviata senza alcuna indagine, nonostante la richiesta di sequestro penale dei compiti corretti, oltre all’audizione di tutti coloro, informati dei fatti, che, non risultati idonei, sono disposti a rompere l’omertà. Sarebbe bastato, secondo il Dott. Antonio Giangrande,  verificare le denuncie insabbiate, presentate contro le commissioni d’esame.

Puglia

 

Prima di accingerVi a leggere i vari casi, pensate che si tratta di storie vere, per cui molti uomini sono morti e tante famiglie sono state distrutte dal dolore, senza ricevere alcuna tutela, da parte delle varie Autorità a cui fiduciosamente si erano rivolte. Pensate che non si tratta di casi isolati e non crediate che ciò che è capitato agli altri non possa, prima o poi, capitare, anche, a Voi od, a qualche stretto congiunto. Sarebbe il più grave errore che potreste commettere, dal quale genera l’indifferenza verso i mali della giustizia e su cui si fonda il dominio del male e della menzogna sulla Verità.