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Prescrizione crediti e cartella esattoriale non opposta: no applicazione analogica art. 2953 cc

Prescrizione crediti e cartella esattoriale non opposta: no applicazione analogica art. 2953 cc

Corte d’Appello Lecce, sez. lavoro, sentenza 14.03.2014 n° 668 (Cristiano Ditonno)

“Alla luce di un più approfondito esame della materia, non può che ritenere che solo il credito derivante da una sentenza passata in giudicato si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c. (che in quanto norma di carattere eccezionale, non può estendersi per analogia a casi semplicemente assimilabili), mentre, se la definitività del credito non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile, vale il termine di prescrizione di cinque anni previsto dalla norma specifica (Cass. 10.12.2009 n. 25790)” (C. App., Sez. Lav., Sent. N. 668/2014 del 14/03/2014).

Il caso

Con ricorso depositato il 13/04/2011 e pedissequo decreto emesso dal Tribunale di Brindisi, Sezione Lavoro, la sig.ra XXXX proponeva opposizione avverso un’intimazione di pagamento notificatale dall’Equitalia Sud s.p.a., relativa a cartella di pagamento avente ad oggetto contributi previdenziali INPS insoluti e maturati nel 2001. Il ricorso si fondava sull’eccepita mancata notificazione della propedeutica cartella di pagamento e sulla prescrizione del credito previdenziale. Si costituivano in giudizio INPS, S.C.C.I. s.p.a. ed Equitalia e contestavano gli assunti attorei, chiedendo il rigetto del ricorso. Con sentenza del 27/11/2013, il Tribunale di Brindisi, ritenuta fondata l’eccezione di prescrizione, accoglieva il ricorso e, per l’effetto, annullava l’atto opposto.

Proponeva appello l’Equitalia SUD S.p.A., rilevando che il termine prescrizionale del credito previdenziale, poiché intimato con cartella di pagamento “passata in giudicato”, era decennale e, per l’effetto, chiedeva la riforma della sentenza di primo grado, con ogni giuridica conseguenza. Il Concessionario faceva leva sul precedente giurisprudenziale conforme della stessa Corte adita ed emesso nel 2012 (C. App., Sez. Lav., Sentenza 1149/2012) e chiedeva, per l’effetto, la revisione della sentenza di primo grado. Si costituivano in giudizio le parti resistenti e, in particolare, la difesa della contribuente eccepiva e deduceva l’infondatezza dell’appello, chiedendone l’integrale rigetto.

Con sentenza 14 marzo 2014, n. 668 la Corte d’Appello di Lecce rigettava il ricorso in appello e condannava l’appellante alla refusione delle spese di lite.

La decisione

Il provvedimento in commento si inserisce nell’annosa questione giuridica inerente l’applicabilità o meno dell’art. 2953 c.c. alle cartelle di pagamento notificate dall’Equitalia e cristallizzatesi, per mancata opposizione, in un credito irretrattabile.

Non risulterà sconosciuta ai più la teoria, di scuola prettamente giurisprudenziale, secondo la quale all’irretrattabilità del credito censito nella cartella di pagamento non opposta nei termini si applicherebbe l’effetto del citato art. 2953 c.c.

Secondo tale impostazione, dal c.d. “passaggio in giudicato” della cartella esattoriale, discenderebbe la trasformazione della prescrizione propria dei crediti in quella ordinaria, indipendentemente dalla natura degli stessi. Sicché, anche laddove il credito si prescriva per sua natura in un termine più breve, quest’ultimo si trasformerebbe in decennale per applicazione analogica della norma.

L’impostazione de qua ha trovato conferma in diversi precedenti giurisprudenziali, soprattutto nell’ambito delle Commissioni Tributarie Provinciali, ed è stata recentemente avallata dalla stessa Corte d’Appello di Lecce con la nota sentenza n. 1149/2012.

Secondo la sentenza citata, infatti, il termine da osservare per la prescrizione dei crediti di qualsivoglia natura è quello ordinario decennale, “vertendosi in tema di crediti cristallizzati nel loro ammontare e nella loro esigibilità al momento della notifica delle cartelle presupposte” (C. App., sent. 1149/2012).

Conforme a tale ricostruzione è il costante orientamento della Commissione Tributaria Provinciale di Brindisi, in base al quale, “la cartella di pagamento non impugnata nei termini di Legge e, come tale, divenuta definitiva, è soggetta al termine decennale di prescrizione … da quando è stata notificata” (Comm. Trib. Prov. Br., Sez IV, sentenza 24 gennaio 2012, n. 111).

In senso diametralmente opposto si è espressa, invece, la gran parte della giurisprudenza ordinaria civile di primo grado, ritenendo assolutamente inapplicabile l’art. 2953 c.c. alla cartella di pagamento, non rivestendo, quest’ultima, la medesima natura giuridica della sentenza, pur accomunandola in taluni peculiari aspetti.

Ad esempio, la sentenza 6 marzo 2014, n. 509 emessa dal Tribunale di Brindisi, Sezione Lavoro, G.L. dott.ssa Raffaella Brocca, ha sancito che “la cartella esattoriale non è titolo giudiziale ed è regolata dallo stesso termine di prescrizione del credito da essa portata. Pertanto, la prescrizione della cartella esattoriale è decennale solo qualora ci si trovi dinanzi ad una sentenza passata in giudicato (c.d. actio iudicati si veda l’art. 2953 c.c.). In tal caso il termine di prescrizione muta da quello ordinario precedente (breve – quinquennale) – previsto per il singolo tributo – in quello decennale …” (Trib. Br., Sez. Lav., sentenza 6 marzo 2014, n. 509; cfr. Trib. Br., Sez. Lav., sentenza 24 marzo 2014, n. 651).

Con la sentenza in rassegna viene compiuto un ulteriore passo in avanti nell’interpretazione della norma, atteso che la stessa si pone in totale distonia rispetto al punto di vista interpretativo che aveva indotto invece la Corte d’Appello di Lecce alla soluzione opposta, nella già richiamata sentenza n. 1149/2012 e risulta altresì innovativa se comparata alle altrettante decisioni in materia, ancorché conformi nella parte dispisitiva.

Difatti, la Corte ha dichiarato l’inapplicabilità in via analogica dell’art. 2953 cit. alle cartelle esattoriali, in vista della sua specialità nell’ordinamento giuridico.

La tesi esposta appare condivisibile. L’art. 2953 cit., infatti, dispone che “i diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni”. La norma riferisce, cioè, il dedotto effetto giuridico esclusivamente e tassativamente al passaggio in giudicato della sentenza. Né, peraltro, l’ordinamento giuridico italiano prevede una norma analoga che alleghi il medesimo effetto giuridico ad altri atti, men che meno alla c.d. irretrattabilità della cartella di pagamento.

Stando al tenore della predetta disposizione, l’effetto de quo risulterebbe, piuttosto, limitato alle ipotesi di condanna al pagamento dei crediti accertati da una sentenza passata in giudicato. In tal caso e per effetto della sentenza, si assiste ad una vera e propria novazione oggettiva del credito, la cui natura diviene irrilevante ai fini della determinazione del termine prescrizionale, avendo il provvedimento natura di titolo di credito efficace, ex legge, per dieci anni.

Di converso, la cartella di pagamento è atto che differisce dalla sentenza, essendo piuttosto uno strumento, analogo al precetto privatistico, per esigere i crediti in concessione ad Equitalia ed alle altre analoghe società di recupero.

Per di più, l’art. 2953 c.c. – che è norma speciale – non potrebbe applicarsi in via analogica ad altre fattispecie diverse dalla sentenza, con la conseguente inapplicabilità dell’art. 12 preleggi. La Corte di Cassazione escluse espressamente tale possibilità, evidenziando, di converso, che “la norma dell’art. 2953 c.c. non può essere applicata per analogia oltre i casi in essa stabiliti, onde al riconoscimento del diritto, da parte di colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere, non può essere riconosciuto altro effetto che quello interruttivo della prescrizione propria del diritto medesimo” (Cass. Civ., 29 gennaio 1968, n. 285).

Sebbene il precedente di Legittimità risalga a quasi un lustro addietro, ad oggi non è stato mai messo in discussione se non da sparute sentenze di merito, la cui motivazione è apparsa a dir poco emblematica e sfuggente. Tali ultime risultano, peraltro, in contrasto con alcune più recenti pronunce della Corte di Cassazione, secondo la quale, “la notifica della cartella di pagamento non costituisce il primo atto con il quale viene esercitato il potere di accertamento, atteso che tale potere ha già trovato compiuta attuazione nella emissione dell’atto impositivo (avviso di accertamento) divenuto definitivo per mancata opposizione (fatto incontestato) qualificandosi, pertanto, la cartella come atto consequenziale meramente esecutivo che assolve alla funzione di precetto (consistendo nell’accertamento del mancato pagamento del debito tributario e nell’intimazione al contribuente l’effettuazione del versamento dovuto entro un termine ristretto, con l’avvertenza che in mancanza si procederà ad esecuzione forzata), e si colloca in quanto atto della procedura esecutiva in un momento successivo a quello della definizione del rapporto giuridico sostanziale di natura tributaria” (Cass. Civ., Sez. V, sentenza 6 luglio 2012, n. 11380). A ciò si aggiunga che “l’ingiunzione fiscale, in quanto espressione del potere di auto accertamento e di autotutela della P.A., ha natura di atto amministrativo che cumula in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto, ma è priva di attitudine ad acquistare efficacia di giudicato: la decorrenza del termine per l’opposizione, infatti, pur determinando la decadenza dall’impugnazione, non produce effetti di ordine processuale, ma solo l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito (qualunque ne sia la fonte, di diritto pubblico o di diritto privato), con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2953 cod. civ. ai fini della prescrizione” (Cass. Civ., Sez. V., sentenza 25 maggio 2007, n. 12263). Da ciò, discenderebbe, sempre secondo la giurisprudenza di Legittimità, che “una volta divenuto definitivo l’atto di accertamento (ed esaurito quindi l’esercizio del potere impositivo (a fronte del quale sta il diritto del contribuente alla determinazione di una imposta “giusta” ex art. 53 Cost.), la pretesa vantata dalla Amministrazione finanziaria si cristallizza nel diritto soggettivo di credito, il cui esercizio (corrispondente ora al potere di riscossione a fronte del quale sussiste soltanto la esigenza che le modalità di esecuzione coattiva non si traducano in una un’inammissibile vessazione del contribuente) rimane assoggettato, in assenza di diversa specifica previsione normativa, all’ordinario termine di prescrizione dei diritti ex artt. 2934 ss. c.c.(Cass. Civ., Sez. V, sentenza 6 luglio 2012, n. 11380).

Sicché, nell’interpretazione maggioritaria, l’art. 2953 cit. è applicabile solo laddove il diritto di credito sia divenuto definitivo in seguito ad una pronuncia giurisdizionale passata in giudicato; diversamente, dovrà applicarsi la prescrizione breve (Corte cass. SU 10.12.2009 n. 25790 cfr. Cass. civ. Sez. V, Sent., 19 luglio 2013, n. 17669). Infatti, la Corte a Sezioni Unite, in materia di sanzioni amministrative, ha di recente osservato che “il diritto alla riscossione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per la violazione di norme tributarie, derivante da sentenza passata in giudicato, si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 cod. civ., che disciplina specificamente ed in via generale la cosiddetta “actio iudicati”, mentre, se la definitività della sanzione non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile vale il termine di prescrizione di cinque anni, previsto dall’art. 20 del d.lgs. 18 dicembre 1997 n. 472, atteso che il termine di prescrizione entro il quale deve essere fatta valere l’obbligazione tributaria principale e quella accessoria relativa alle sanzioni non può che essere di tipo unitario. (Rigetta, Comm. Trib. Reg. Roma, 28/10/2006)”.

Risulta, quindi, parzialmente condivisibile l’orientamento di parte della giurisprudenza di merito che lega la mancata applicazione del termine di cui all’art. 2953 cit. esclusivamente all’assenza di analogia tra la cartella di pagamento non opposta e la sentenza passata in giudicato. A tal proposito, il Tribunale di Brindisi aveva, infatti, affermato che “la cartella esattoriale non opposta non può assimilarsi ad un titolo giudiziale, e, pertanto, non può applicarsi al credito ivi contenuto la prescrizione decennale conseguente ad una sentenza di condanna passata in giudicato, ex art. 2953 c.c. La perentorietà del termine fissato dall’art. 24 comma 5 d.l.vo n. 46/99 determina effetti analoghi al giudicato ma, in assenza di un’espressa previsione legislativa in tal senso, non possono ritenersi del tutto equiparabili al giudicato di formazione giudiziale (cfr. Cass. n. 12263/07 e Cass. S.U. n. 25790/09)” (infra multis, Trib. Brindisi, Sez. Lav., G.L. Francesco De Giorgi 27/11/2012 n. 4078/2012). In senso conforme, si era pronunciato, ad esempio, il Tribunale di Torino, secondo il quale “la cartella esattoriale può essere assimilata all’ingiunzione fiscale che, in quanto espressione del potere di accertamento e di autotutela della P.A., ha natura di atto amministrativo, e, pur cumulando in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto, risulta priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato: ne consegue che la decorrenza del termine per l’opposizione, pur determinando la decadenza dall’impugnazione, non produce effetti di ordine processuale, con conseguente inapplicabilità degli effetti del giudicato sulle prescrizioni brevi (art. 2953 c.c.)(Trib. Torino, Sez. III, 10/05/2013, Br.Ga. c/ Comune di Torino + altri, in Leggi d’Italia Professionale, Dea Professionale, massima redazionale 2013). Del medesimo tenore è la sentenza del Tribunale di Cosenza. Secondo una nota pronuncia del Tribunale cosentino, infatti, “non può ritenersi che il termine sia decennale in conseguenza della mancata opposizione avverso le cartelle, perché questa produce il solo effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, ma non rende applicabile, ai fini della prescrizione, l’art. 2953 c.c., che riguarda solo le pronunce giudiziali, solo queste idonee al giudicato (cfr. Cass. 12263/2007, SU 25790/2009)” (Trib. Cosenza, Sez. Lavoro, sentenza 8 maggio 2013, in Leggi d’Italia Professionale, Dea Professionale, massima redazionale 2013).

L’orientamento sopra riportato appare parzialmente condivisibile, poiché, a prescindere dalla non assimilabilità della cartella di pagamento alla sentenza, gli effetti dell’art. 2953 c.c. non possono e non devono mai essere applicati in via analogica, trattandosi di norma speciale, come chiarito dalla stessa Corte di Cassazione, sia pur nel lontano 1968.

Proprio in tale direzione, si pone la sentenza in commento, laddove, nel riformare il proprio precedente giurisprudenziale, espressamente evidenzia che “alla luce di un più approfondito esame della materia, non può che ritenere che solo il credito derivante da una sentenza passata in giudicato si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c. (che in quanto norma di carattere eccezionale, non può estendersi per analogia a casi semplicemente assimilabili), mentre, se la definitività del credito non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile, vale il termine di prescrizione di cinque anni previsto dalla norma specifica (Cass. 10.12.2009 n. 25790)”.

Sotto tale aspetto, pur nella singolarità del repentino mutamento di orientamento, la Corte d’Appello sottolinea un elemento innovativo della vexata questio, affermando l’inapplicabilità dell’istituto dell’analogia all’art. 2953 cit. in vista del suo carattere eccezionale, esattamente come gli Ermellini ebbero ad evidenziare con la sentenza n. 285/1968 citata.

Si auspica che tale tribolato orientamento sia presto sposato universalmente, così da rendere certezza al diritto e garanzia di effettività della macchina giudiziaria.

Per approfondimenti:

(Altalex, 22 agosto 2014. Nota di Cristiano Ditonno

 

Corte d’Appello di Lecce

Sezione Lavoro

Sentenza 4 marzo 2013 – 14 marzo 2014, n. 668

N. 668/14 SENT.

N. 249/13 R.G.

N. 3702 Cron.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Lecce – Sezione Lavoro

Riunita in Camera di Consiglio e composta dai seguenti Magistrati:

1) Dott. Vittorio Delli Noci Presidente Rel.

2) Dott. Giuseppe Viggiani Consigliere

3) Dott.ssa Caterina Mainolfi Consigliere

ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile in materia di lavoro, previdenza ed assistenza, in grado di appello, iscritta al n. 249/2013 del Ruolo Generale, Sez. Lav. App., promossa

DA

EQUITALIA SUD S.p.a., già Equitalia E.TR S.p.a., in persona del suo Amministratore Delegato dott. B. Mineo, con sede in Roma, rappresentata e difesa dall’avv. Omissis, come da mandato in atti.

APPELLANTE

CONTRO

Omissis, rappresentata e difesa dall’avv. Omissis, come da mandato in atti.

NONCHE’

I.N.P.S. e S.C.C.I. S.p.a., in persona dei rispettivi rappresentanti legali pro-tempore, rappresentati e difesi dall’avv. Omissis, come da procura generale alle liti indicata in atti.

APPELLATI

OGGETTO: Opposizione avverso intimazione di pagamento.

APPELLO avverso sentenza del Tribunale di Brindisi n. 4078/12 del 27.11.2012.

Alla udienza del 4.3.2014 la causa è stata decisa sulle conclusioni come in atti riportate.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 13.4.2011 Omissis proponeva opposizione avverso la intimazione di pagamento relativa alla cartella esattoriale n. 024 2003 001462817000, notificata da Equitalia E.Tr. S.p.a. il 14.3.2003 per contributi dovuti all’INPS in relazione all’anno 2001.

A sostegno della opposizione, eccepiva la mancata notifica della cartella esattoriale e la prescrizione del credito vantato; concludeva per l’annullamento dell’atto opposto.

Si costituivano l’INPS, la S.C.C.I. S.p.a. ed Equitalia e contestavano la fondatezza della opposizione.

Il Tribunale di Brindisi, quale Giudice del Lavoro, con sentenza del 27.11.2012, ritenuta fondata l’eccezione di prescrizione, accoglieva la opposizione e, per l’effetto, annullava l’atto di intimazione opposto, compensando le spese.

Proponeva appello Equitalia Sud S.p.a., già Equitalia E.Tr. S.p.a., con ricorso depositato l’8.2.2013 e rilevava che, nella specie, i termini prescrizionali erano decennali, con la conseguenza che non si era verificata la prescrizione come riconosciuta dal giudice di primo grado.

Chiedeva, pertanto, in riforma della impugnata sentenza, il rigetto della opposizione come a suo tempo proposta.

Si costituiva la Omissis con memoria depositata il 28.1.2014 e contestava la fondatezza dell’appello, del quale chiedeva l’integrale rigetto.

L’INPS e la S.C.C.I. S.p.a. resistevano.

Alla odierna udienza di discussione, la causa veniva decisa, sulla base delle conclusioni di cui in atti, come da separato dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’appello è infondato.

Ed invero, alla fattispecie in esame va applicata la prescrizione quinquennale, così come correttamente ritenuto dal primo giudice.

La società appellante sostiene l’applicabilità della prescrizione decennale ex art. 2953 c.c., sul presupposto che i crediti vantati sarebbero portati da una cartella di pagamento non opposta, assimilabile – a suo dire – ad un giudicato civile.

In contrario, però, va rilevato che l’art. 2953 c.c. parla di “sentenza di condanna passata in giudicato”, alla quale non può assimilarsi la cartella di pagamento opposta.

In proposito, la S.C. ha affermati, in caso più o meno analogo, che “l’ingiunzione fiscale, in quanto espressione del potere di autoaccertamento e di autonomia della P.A., ha natura di atto amministrativo che cumula in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto, ma è priva di attitudine ad acquistare efficacia di giudicato”, con la conseguenza della inapplicabilità dell’art. 2953 c.c. ai fini della prescrizione (Cass. 25.5.2007 n. 12263).

Questa Corte non ignora il proprio precedente citato dalla società Equitalia, ma, alla luce di un più approfondito esame della materia, non può che ritenere che solo il credito derivante da una sentenza passata in giudicato si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c. (che, in quanto norma di carattere eccezionale, non può estendersi per analogia a casi semplicemente assimilabili), mentre, se la definitività del credito non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile, vale il termine di prescrizione di cinque anni previsto dalla norma specifica (Cass. 10.12.2009 n. 25790).

Ogni altra questione rimane assorbita.

Le spese del presente grado di giudizio sostenute dalla Omissis vanno accollate alla società appellante, con distrazione.

Le spese verso l’INPS e la S.C.C.I. S.p.a. vanno compensate, anche in considerazione del fatto che gli enti suindicati si sono costituiti il giorno prima dell’udienza.

P.Q.M.

La Corte di Appello di Lecce – Sezione Lavoro;

Visto l’art. 427 c.p.c.;

definitivamente pronunciando sull’appello proposto con ricorso dell’8.2.2013 da Equitalia Sud S.p.a. nei confronti di Omissis, dell’INPS e della S.C.C.I. S.p.a. avverso la sentenza del 27.11.2012 del Tribunale di Brindisi, così provvede:

Rigetta l’appello,

Condanna la società appellante al pagamento, in favore della Omissis, delle spese di questo grado, liquidate in € 1.100,00 ex D.M. n. 140/12, oltre accessori come per legge, con distrazione in favore dell’avv. Omissis.

Così deciso in Lecce il 4.3.2013.

IL PRESIDENTE EST.

IL FUNZIONARIO GIUDIZIARIO

Depositato in Cancelleria

14 MAR 2014

Il Funzionario Giudiziario

Parlano di noi sul Corriere della Sera

Ieri e’ stato pubblicato un articolo sul Corriere che parla della nostra associazione, nella sezione cronaca di Milano dal titolo: “<Non esistono cause perse> Gli avvocati che si ispirano a Gandhi”.

Ci fa piacere questo momento di celebrita’ e questo piccolo riconoscimento per gli sforzi giornalieri che tutti noi volontari dell’associazione, a cominciare dal nosto Presidente, dedichiamo per le persone piu’ deboli, spesso senza difese.

Sara’ passato inosservato e va bene cosi’, non abbiamo bisogno di conferme per quello che facciamo, ma solo per informavi di quello che hanno scritto, riportiamo la scannerizzazione dell’articolo.

Matteo Gioiaarticolo

LA VERA STORIA DELL’ESTORSIONE DELLA VILLA DI ARCORE

Il dramma dei Marchesi Camillo e Anna Casati Stampa e la vera storia di Villa San Martino di Arcore raccontati a “Stelle nere”. Un’estorsione e un patrocinio infedele rimasti impuniti.

Nel tragico destino della coppia e dell’amante di lei, come ombre nella notte, appaiono, sinistre, le rapaci figure del giovane Avv. Previti e del suo patron Berlusconi.

Annamaria, ancora minorenne, eredita l’ingente patrimonio dei genitori, la cui gestione è affidata all’amico di famiglia, Avv. Giorgio Bergamasco, allora esponente del Partito liberale, che ne diventa il tutore.  Tra i suoi collaboratori di studio, vi è il rampante Avv. Previti, il quale riesce a carpire la fiducia della giovane Annamaria, sebbene avesse dapprima assistito le sue controparti, i coniugi Fallarino, nella dura contesa ereditaria volta a mettere le mani sull’ingente patrimonio di famiglia.

La ragazza si ritrova un’eredità pari a due miliardi e 403 milioni di lire tra beni mobili, immobili e gioielli. Decide di lasciare alle sue spalle lo scandalo e l’Italia; approda, nel 1972 in Brasile affidando i suoi beni – senza limitazioni di mandato – al suo ex tutore, Bergamasco che, nelle more era diventato ministro del governo Andreotti.

Il giovane avv. Previti, nella qualità di vice tutore riceve l’incarico di vendere Villa San Martino «con espressa esclusione degli arredi, della pinacoteca, della biblioteca e delle circostanti proprietà terriere».

Ed è così che Villa Arcore cade nelle mani del faccendiere titolare della Edilnord e della Fininvest attraverso la mediazione di Previti.

La biblioteca ricca di diecimila volumi viene affidata a Marcello Dell’Utri.

Arredi e parco con scuderia sono affidati allo stalliere mafioso Vittorio Mangano.

Il valore del solo bene immobile era allora stimato circa 1 miliardo e 300 milioni di lire ma fu ceduto per soli 500 milioni di lire  virtualmente corrisposti in titoli azionari (di società all’epoca non quotate in borsa). L’ereditiera non riuscì mai a monetizzare i titoli azionari e fu costretta ad un accordo tramite lo stesso Previti con Berlusconi, che riacquistò i titoli per soli 250 milioni di vecchie lire per un immobile che all’inizio degli anni ottanta era idoneo a garantire un prestito di 7,3 miliardi di lire pari al suo valore di stima.

Le deduzioni sulla triste vicenda sono aristoteliche.

Nessuna ombra sembra più coprire questa triste storia, se non quella della giustizia che fatica a splendere.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-29817bbc-869f-4e8a-ac73-95b9f1e8dae7.html#p=0

http://www.unita.it/speciali/silviostory/l-146-acquisto-della-villa-a-arcore-un-giallo-da-agatha-christie-1.49917

 

A.L.E.R. MILANO UN’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO MASSOMAFIOSO INTERNAZIONALE. 16 ARRESTI E PERQUISIZIONI

DA MILANO A TRIPOLI LE MANI DEI PARTITI DI REGIME SULLE CASE POPOLARI LUMBARD. PERQUISITA LA SEDE DI VIALE ROMAGNA E ARRESTATA LA DIRETTRICE DEGLI APPALTI ALER, MONICA GOI.

Ne avevamo denunciato la gestione fraudolenta, sin dagli anni ’90, con le prime class action all’italiana, “ante litteram”, a tutela dei diritti abitativi degli assegnatari degli alloggi popolari, mettendo in luce un vero e proprio sistema criminale di complicità all’interno delle istituzioni regionali e della magistratura di regime, protesa a difendere ad oltranza gli interessi affaristici di Aler e i suoi padrini politici. Inascoltati, abbiamo denunciato con nomi e cognomi politici e magistrati collusi, che negli ultimi 30 anni hanno depauperato uno dei più grandi patrimoni immobiliari pubblici, gettando, ogni anno, in mezzo alla strada, migliaia di anziani e di famiglie bisognose, attraverso pretese gonfiate di canoni e spese e leggi regionali truffa ad «castam».

Ora si ha notizia del fallimento di Asset, società controllata al 100% da A.L.E.R. SpA, che ha perso milioni di euro all’anno, attraverso operazioni illegali all’estero, contrarie alle finalità istituzionali di assicurare alloggi popolari alle famiglie meno abbienti di Milano e Lombardia, mascherate da investimenti in Libia per ristrutturare i palazzi storici dell’ex dittatore Gheddafi (tra cui il Palazzo di Giustizia di Tripoli, l’ex Ente Tabacchi, etc.), come se Aler fosse una solida multinazionale dell’edilizia, e non già un Ente preposto alla sola tutela e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico regionale. Operazioni perciò costituenti una vera e propria distrazione di denaro pubblico e costituzione di fondi neri all’estero nelle mani sporche  delle “famiglie” politiche che gestiscono il business immobiliare pubblico (Vedasi grafico).

I cittadini per bene si domandano indignati – non ancora a quanto pare i magistrati della Procura milanese: “Ma come l’Aler invece di ristrutturare le case popolari dei milanesi, che lascia cadere a pezzi da decenni, va a sperperare il denaro dei contribuenti nei palazzi di Gheddafi…? Ma non è finita da tempo la guerra in Libia e la Milano da bere…? Ma quale investimento del menga! Altro che Aler, sono solo dei  «lader», che rubano impunemente alla povera gente con l’avvallo compiacente dei giudici …“.     

Parimenti è stata preannunciata nei giorni scorsi dal Sindaco Pisapia e dal Presidente di Regione Lombardia Maroni, la costituzione di una nuova società mista, a partecipazione pubblica, denominata “newco”, che nel giro di due mesi dovrebbe sostituirsi alla gestione fallimentare di Aler S.p.A., già commissariata dal 2013, sulle cui attività fraudolente si cerca in tal modo di gettare un velo pietoso per coprirne le responsabilità penali, civili e amministrative, ovvero i conti in rosso e le consulenze d’oro, in favore degli amici degli amici.

Un buco da oltre 345 milioni di euro, creato da una gestione scellerata e criminale dei circa 68mila alloggi popolari (40mila di Aler e 28mila di proprietà di Palazzo Marino), su cui la magistratura aveva sinora omesso qualsiasi indagine, seppure siano emerse altre voragini e rapporti collusivi tra pubblico e privato, anche nelle precedenti gestioni, già sconsideratamente affidate dal Comune di Milano, dal 2003 al 2009, alla a dir poco chiaccherata “Romeo Gestioni S.p.A.” (di sospetta vicinanza alla camorra che secondo la Corte dei Conti aveva già procurato danni all’erario per oltre 87 milioni di euro derivanti da una gestione “inefficiente e inefficace” del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, nel periodo dal 1997 al 2007), nonché alla Edilnord Gestioni Spa, e GEFI S.p.A., attraverso cui, come affermava con soddisfazione, all’epoca, il Vice Sindaco, Riccardo De Corato [ammettendo che Milano era uno dei pochi casi in Italia di gestione dell’edilizia residenziale pubblica da parte di privati], che la nuova gestione avrebbe “elevato la qualità e gli standard del patrimonio immobiliare pubblico, rientrando nella volontà del Comune di finalizzare investimenti per nuove case e interventi di risanamento”. Interventi, invero, poi, deviati sulla Libia, facendo sparire oltre 80 milioni di euro, tramite Asset, un enorme buco nero ora ricaduto sulle spalle di Aler. Due società apparentemente distinte, ma un’unica mostruosa creatura a due teste, come Ortro, nell’antica mitologia greca (figlio del gigantesco demone Tifone e della serpentiforme Echidna), società entrambe infatti amministrate dagli stessi ex presidenti Luciano Niero e Loris Zaffra e gestite dall’ex storico e potentissimo direttore generale di Aler, Avv. Domenico Ippolito.   

Ironia della sorte, l’annuncio di Maroni e Pisapia è arrivato a ridosso della perquisizione nella sede di Viale Romagna e dell’arresto di Monica Goi, responsabile degli appalti pubblici di Aler S.p.A., nonché lo stesso giorno del rinvio a giudizio dell’ex assessore regionale alla casa, Domenico Zambetti, già arrestato nel 2012, con le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio (per cui è stato rinviato a giudizio anche Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano). I furbetti Maroni e Pisapia hanno, anche, preannunciato, per addolcire la pillola, una riduzione dei canoni di locazione, dando atto della necessità di contenere le morosità, ma senza toccare le tabelle degli stipendi dei dirigenti, a partire dai 190mila euro del direttore generale, Avv. Domenico Ippolito, responsabile della truffa libica, e degli altri 16 manager, tra architetti e semplici geometri, che si portano a casa dai 90 mila ai 130mila euro lordi l’anno.

Per queste ragioni vediamo con sospetto le nuove compagini societarie e avvicendamenti nella gestione del patrimonio pubblico residenziale lombardo, annunciate e costruite di soppiatto da Maroni e Pisapia, che vedono, tra l’altro, alla guida dell’Aler di Monza, Francesco Magnano,  geometra del pluripregiudicato e arcinoto faccendiere del mattone Silvio Berlusconi.

Chiediamo quindi alle forze sane della Società civile e della magistratura, anche in sede contabile, di fare piena luce sulle attività illecite dell’Aler e sui bilanci degli ultimi 10 anni, attraverso cui ad avviso di vari osservatori ha costituito fondi neri all’estero per il finanziamento illecito dei partiti e operazioni di corruzione su scala internazionale.

Oltre sei milioni di euro. Per la precisione ben € 6.094.219,50, in meno di cinque anni, è quanto ha speso solo Aler Milano, in consulenze d’oro, spacciate per “attività tecniche, comunicazione, pareri legali, gestione del patrimonio del Comune e formazione”. Scorrendo l’elenco dal 2009 al 2013, pubblicato sul sito dell’azienda, i nomi dei beneficiati, legati a boss della politica, si ripetono, tra i tanti primeggiano quelli degli accoliti della “famiglia” del senatore Pdl Ignazio La Russa.

Le perquisizioni nella sede di Aler e i 16 recenti arresti di funzionari pubblici disposti nei giorni scorsi dalla Procura di Milano aprono un nuovo squarcio sul rapporto tra pubblico e privato in Lombardia e sui perversi intrecci di interessi nella “malagestio” della cosa pubblica, riconducibili agli apparati dei partiti e alle consorterie massonico-mafiose e parareligiose, tra cui spicca la Compagnia delle Opere (braccio economico di Comunione e liberazione), al vertice del cui sistema vi sarebbe l’intoccabile ex Presidente di Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Inchiesta che ha aperto le porte del carcere per ora ai gregari di importanti aziende pubbliche lombarde, tra cui Aler Milano, e di manager di aziende ospedaliere per i reati di “corruzione e atti contrari ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti”, in relazione ad appalti illeciti tra il 2006 e il 2012. In un passaggio finale dell’ordinanza del gip milanese Giuseppe Gennari, titolare della nuova inchiesta della Procura di Milano, si legge che più delle mazzette, è una “rete” di relazioni basata sulla “appartenenza politica” e sul “sentire  comune”, a farsi “sistema” e a condizionare la  realtà imprenditoriale, facendo pagare il prezzo dell’inquinamento del mercato alla collettività. Dimenticando l’interesse pubblico al quale ogni singolo funzionario deve essere solo preposto, in favore dell’interesse privato del compagno di cordata. Comportamenti ben più  pericolosi – chiosa il Gip – della banale corruzione per denaro perché radicati su un comune sentire che non ha prezzo”.

La “corruzione per appartenenza”, siamo d’accordo con il Gip di Milano, è molto più pericolosa di ogni altra forma corruttiva, perché non lascia tracce ed ha impedito sino ad oggi anche alla magistratura, in quanto potere corporativo e autoreferenziale (in larga parte controllato dalla massomafia),  di mettere a nudo questo sistema criminoso di malaffare che denunciamo inascoltati da oltre 25 anni. Auspichiamo quindi che la Procura di Milano questa volta non si faccia fermare e proceda ad indagare a tutto campo nei confronti della gestione fraudolenta di Aler, anche in relazione alle operazioni estere in Libia, delle consociate Asset, Finasset S.r.l. e Finasi S.p.A., perseguendo tutti i responsabili a norma di legge per i reati di false comunicazioni sociali e falso in bilancio (artt. 2621 e 2622 c.c.), corruzione aggravata (artt. 318 ss c.p.), truffa e insolvenza fraudolenta (artt. 640 e 641 c.p.), bancarotta fraudolenta prefallimentare, patrimoniale e documentale (artt. 216 co. 1 nn. 1 e 2 e 223 L.F.), associazione per delinquere (art. 416 c.p.) e responsabilità amministrativa ex D.lgs n. 231/01, con riserva di costituirci parte civile quale Associazione anticorruzione e antimafia, nonché di agire con una class action a tutela degli assegnatari delle case popolari e della conservazione del patrimonio immobiliare pubblico della Regione Lombardia.

Lo Staff di Avvocati senza Frontiere

Postato 30 gennaio 2014

Belpietro e Libero rinviati a giudizio per diffamazione aggravata: dipinsero come “Pazzo che aggredì Berlusconi”, il presidente di Avvocati senza Frontiere e Movimento per la Giustizia Robin Hood

cccce836fa484694df9439c2924a662dCorreva l’anno 2011, giorno 10, del mese di maggio, nell’infausta era del ventennio dell’ex Cavaliere  dell’Apocalisse, quando sul quotidiano filoberlusconiano “Libero”, apparve un articolo a comando, a firma anonima “A. Sca.”, dall’eloquente titolo: “un pazzo aggredisce Berlusconi”, finalizzato con tutta evidenza a screditare la reputazione e l’immagine di Pietro Palau Giovannetti, Presidente di Avvocati senza Frontiere e della scomoda Associazione Movimento per la Giustizia Robin Hood, il quale, invero, Berlusconi non l’aveva neppure visto, e l’aggressione l’aveva solo subita.

La scandalosa aggressione, subita da Pietro Palau Giovannetti, ad opera di due agenti della Digos, come molti potranno ricordare, fece il giro dei web e dei telegiornali di tutto il mondo, che ripresero in diretta il brutale fermo illegale nei confronti del Presidente dell’Associazione no profit Avvocati senza Frontiere – Movimento per la Giustizia Robin Hood, mentre cercava pacificamente di fare presente alla claque dell’ex Presidente del Consiglio, che i veri abusi giudiziari sono quelli di cui nessuno parla, nei confronti degli anziani sfrattati dalle case popolari dell’Aler, dei fallimenti e delle aste giudiziarie pilotate dalla mafia giudiziaria, per favorire le banche e i partiti di regime che controllano il business della giustizia (tra i tanti video e articoli vedasi ad esempio: youtu.be/lMVy5VMhxRYyoutu.be/SomtfHFN6NQ www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=216 ).

Oggi, nel giorno della decadenza dell’ex Premier,  le frasi ingiuriose e non veritiere contestate dalla Procura di Milano per cui il Gip, respingendo ogni infondata eccezione di incompetenza territoriale, ha disposto il rinvio a giudizio di Belpietro, quale direttore responsabile, e dell’articolista, identificato in Andrea Scaglia, sono le seguenti: “Tutti i pazzi portano a Silvio… Palau Giovannetti come ogni lunedì appostato davanti all’uscita laterale del Palazzo di giustizia milanese. L’esagitato di turno… si guadagna il quarto d’ora di celebrità”; “è agitatore – qualcuno preferisce provocatore –  in servizio permanente effettivo”; “è avvocato… Dichiara di aver subito oltre 750 procedimenti penali e richieste risarcitorie miliardarie. Parla di procedimenti farsa istruiti a suo carico dalle procure di mezza Italia, come anche di due singolari perizie psichiatriche”; E insomma ha accumulato anni di condanna tanto che adesso rischia davvero la cella”.

E’ stato in buona sostanza accolto l’intero impianto accusatorio di Avvocati senza Frontiere, secondo cui l’articolo dal titolo: “Al circo del Tribunale un pazzo aggredisce Berlusconi”, contiene notizie completamente false, tali da far apparire la vittima dell’unica vera aggressione realmente accaduta quel dì, in occasione del processo Mills, come “pazzo” e/o “provocatore in servizio permanente effettivo”, che addirittura “ogni lunedì” si sarebbe “appostato davanti all’uscita laterale del Palazzo di Giustizia del tribunale milanese”.

Pseudonotizie artatamente costruite dall’articolista – si legge nella querela disponibile on line – per denigrare ancor più gravemente l’immagine pubblica delle Associazioni espressamente citate nell’articolo e la persona del loro legale rappresentante, Dott. Pietro Palau Giovannetti, quali l’avere “aggredito” il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, riferendo, tra l’altro, fatti e circostanze del tutto estranei alla cronaca del giorno, che non hanno alcun collegamento con quanto realmente avvenuto all’uscita del Tribunale e con le dichiarazioni effettivamente rese da Pietro Palau Giovannetti, tuttora in rete, che sono di dominio pubblico.

Un’evidente operazione di discredito a livello mediatico, concertata ed attuata per smorzare il clamore suscitato dall’aggressione subita dagli Agenti della Digos, nei confronti della vera vittima, ovvero per «disincarnare» [utilizzando l’espressione utilizzata dai cugini de “Il Giornale”, in altro calunnioso articolo], “la nuova icona del popolo filo-giudici “…

Nella denuncia-querela, tra l’altro, si legge che Pietro Palau Giovannetti, da oltre 25 anni, ha prestato la sua vita al fine di affermare la Giustizia, libera da ogni condizionamento, potere, collusione di natura politico-affaristica, risultando tali attività evidentemente scomode a chi opera per arrestare la crescita della legalità e la piena attuazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alle legge.

In quest’ottica, nella nota diffusa da Avvocati senza Frontiere, il diritto all’informazione è perciò strumentale all’affermazione della legalità, nonché alla soddisfazione dei bisogni di giustizia sociale e uguaglianza di fronte alla legge, nella specie rappresentati da una corretta e plurale informazione sulle attività di Associazioni, movimenti e organizzazioni non governative che si adoperano per il rispetto dei diritti umani, svolgendo una funzione critica rispetto agli schieramenti ideologici e all’informazione dei gruppi di potere dominanti, che malvedono chi è indipendente dai partiti.

La libertà di stampa non deve più venire utilizzata ad usum delphini per manipolare le coscienze, censurando le voci “fuori dal coro”, secondo quanto immaginato nel piano Rinascita della P2, che è oggi di fatto penetrato nel tessuto connettivo dell’informazione, allo scopo di condizionare il sistema politico italiano, assoggettando i cittadini a forme di governo sempre più autoritarie.

Thomas Jefferson, autore dell’emendamento alla Costituzione, allegata alla dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, che garantisce l’assoluta libertà di stampa e d’espressione del libero pensiero, nel 1785 ebbe a dichiarare: “Un governo dispotico deve sempre mantenere  una sorta di esercito permanente di giornalisti e scrittori che, senza alcun riguardo per la verità o quella che dovrebbe essere  la verità,  mettano sui giornali quello che potrebbe servire ai suoi ministri. Questo è sufficiente ad ingannare la massa popolare che non ha così più i mezzi per distinguere il falso dal vero”.

Nonostante il dovuto rinvio a giudizio, siamo favorevoli alla depenalizzazione di tutti i reati ideologici, compresa la calunnia, a patto che si adottino misure e sanzioni più severe, anche da parte degli Ordini professionali dei giornalisti, volte a garantire una informazione libera e corretta e una esemplare censura dei comportamenti contrari alla verità, ponendo al pubblico ludibrio quella stampa prezzolata che si presta ad organizzare campagne diffamatorie verso chiunque sia inviso a poteri dispotici e corrotti.

Per ulteriori info: http://it.wikipedia.org/wiki/Avvocati_senza_frontiere

Decreto_rinvio_giudizio

Costituzione_parte_civile_Palau Querela_Palau_Libero

DA ROMA AD ATENE UNITI CONTRO LA DITTATURA FINANZIARIA!

PER L’EUROPA DEI CITTADINI E NON DEI BANCHIERI!

arcuri

Sabato 30 novembre 2013
    Sala conferenze Hotel Massimo d’Azeglio
  Via Cavour 18 Roma

ASSEMBLEA CONSULTA NAZIONALE ANTIUSURA/ANTICRISI

Sabato 30 p.v., dalle ore 10 alle 18, si svolgerà l’Assemblea delle Associazioni aderenti alla Consulta Nazionale Antiusura e Anticrisi che intendono richiamare l’attenzione sull’assoluta impunità di cui godono le caste dominanti che non pagano mai per i loro errori, in forza di vincoli occulti di stampo lobbystico-massonico-finanziario, e lanciare un’iniziativa referendaria per azzerare il debito pubblico come in Islanda, sollecitando misure di sospensione dei procedimenti esecutivi per le prime case e le aziende in difficoltà.

L’Assemblea è aperta a tutti i rappresentanti della Società civile e ai cittadini che si adoperano a tutela della legalità, nonché ai parlamentari, che vogliono contribuire a dare corpo a questa battaglia di civiltà, per riappropriarsi della Sovranità nazionale e del futuro del nostro Paese, spezzando l’assordante silenzio di regime sulle iniziative delle Associazioni anticrisi, antiracket, antisignoraggio e antimafia, che si battono, nell’indifferenza dei media asserviti ai poteri forti, per fermare la neo-dittatura finanziaria, ricercando soluzioni diverse dal mantra dei sacrifici e di nuove tasse sempre crescenti, poste a carico more solito delle classi meno abbienti.

Nella stessa giornata di sabato 30 p.v. ad Atene si svolge la Conferenza Internazionale sul debito, la Sovranità monetaria e la democrazia, promossa dal Fronte Popolare Unito, con la partecipazione di economisti, storici, attivisti, giornalisti e movimenti provenienti da tutto il mondo, tra cui Associazioni italiane aderenti alla Consulta (per info: epam.international.relations@gmail.com). L’obiettivo è quello di rendere consapevoli i cittadini di tutta Europa che esistono altri modelli di sviluppo economico-sociale e soluzioni non austere per uscire dalla crisi, smascerando la funzione di asservimento del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

In considerazione della fase costituente e dell’ampiezza dei temi da trattare su cui confrontarsi, a partire dalle basi programmatiche, Vi preghiamo di preparare interventi scritti, contenuti in 6/7 minuti, tenuto conto che devono intervenire circa 30 rappresentanti di Associazioni diverse, a cui poi seguirà il dibattito con microfono aperto alla cittadinanza e alla stampa e agli eventuali parlamentari che vorranno intervenire a titolo personale.

Gli interventi pervenuti per tempo verranno scambiati via mail tra i rappresentanti della Associazioni in modo da favorire un più proficuo confronto e dibattito e divulgati alla stampa.

PROGRAMMA

Ore 10,00 Apertura e presentazione delle Associazioni partecipanti
Ore 10,20 Interventi Rappresentanti o delegati Associazioni iscritte (1^ parte)
Ore 13-14 Pausa pranzo
Ore 14-15 Interventi Rappresentanti o delegati Associazioni iscritte (2^ parte)
Ore 15-17 Dibattito e Microfono aperto a cittadini, parlamentari e mass media
Ore 17-17,30 Proposte e mozioni eventuali da sottoporre a votazione
Ore 17,30-18 Conclusioni

N.B.: Le testate giornalistiche e radiotelevisive e i privati cittadini potranno partecipare solo dalle ore 15 e devono fare espressa richiesta per venire accreditati, dandocene tempestiva conferma via mail, comunicando i nomi dei partecipanti, in quanto i posti sono limitati: movimentogiustizia@yahoo.it – Tel. 02-36582657
https://www.facebook.com/events/160513997488093/permalink/164554773750682/
Sottolabanca...

A VALLO DELLA LUCANIA SI MUORE DI MALAGIUSTIZIA

Da Vallo della Lucania un’altra storia di malagiustizia, un’altra odissea giudiziaria, finita in tragedia, senza giustizia. Cambiano solo le vittime, gli autori siedono sempre in Procura.
A scriverci è la Signora Martino Concettina, per richiamare l’attenzione sul caso della sua famiglia che si protrae da oltre 7 anni, nel corso dei quali Funicello Raffaele, il suo caro marito è morto stroncato da un infarto, non riuscendo a darsi pace per le ingiustizie subite.
Una storia costellata di abusi edilizi, denunce, esposti, sequestri e dissequestri, illecite connivenze istituzionali e assoluta inerzia del P.M. di Vallo della Lucania, e delle varie A.G. adite che, anziché tutelare la legalità e il rispetto dei diritti, appaiono protese a favorire ad oltranza gli interessi dei forti in danno delle parti più deboli che credono fermamente nella giustizia.
La vedova Martino ci racconta che il marito è morto senza ricevere risposte dalle Autorità preposte alle quali si era fiduciosamente rivolto, confidando fino alla fine nella giustizia e nei valori di legalità. E’ morto amaramente perché sono rimaste lettera morta tutte le sue numerose denunce presentate presso i Carabinieri di Perdifumo, la Guardia di Finanza di Casalvelino Marina e la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania che ancora oggi a quanto pare non hanno ancora preso gli opportuni provvedimenti, circa gli abusi edilizi segnalati.
La triste vicenda trae origine dalla violazione di elementari norme edilizie ed urbanistiche da parte del confinante, violazioni non opportunamente e tempestivamente sanzionate dal Comune di Montecorice e degli altri Uffici tecnici preposti, che si sono invece adoperati per coprire gli abusi edilizi, lasciando mano libera di rompere con martelli pneumatici il muro di confine della casa di abitazione della famiglia Funicello, costruita con i sacrifici di una vita di lavoro.
I lavori di costruzione e completamento del fabbricato del confinante devono ritenersi infatti in contrasto con la normativa in vigore poiché hanno per oggetto una zona a rischio sismico, denominata Vecchi Centri, tra l’altro sottoposta a tutela ambientale e vincoli paesaggistici.
A fronte di ciò il Comune di Montecorice, anziché rilevare e sanzionare l’abuso perpetrato, assume falsamente in ogni sede che il fabbricato in questione sarebbe “conforme alla normativa edilizia ed urbanistica vigente”, tanto da influire sulla decisione del Tribunale Collegiale di Vallo della Lucania, che ha provveduto a dissequestrare l’immobile di proprietà di G.G., senza tenere in considerazione i punti cardini oggetto del sequestro come la violazione della normativa sismica, consentendo al confinante la prosecuzione di una costruzione abusiva quant’anche essa sia in contrasto con il piano di fabbricazione e il DPR 380/2001, come accertato dai CTU nominati dalla Procura ing. A.A. e Geometra D.D..
Vi sono altresì da sottolineare ulteriori aspetti inquietanti di connessioni ed interessenze che hanno molto probabilmente inquinato le indagini: ed infatti, la vedova Funicello si domanda come mai l’Ufficio Tecnico del Comune di Montecorice, nella persona del Geometra G.G., ha rilasciato false attestazioni, e forse una delle ragioni è da ricercarsi nei rapporti di parentela tra la figlia di quest’ultimo geometra collaboratrice dell’Ingegnere A.V., che risulta aver redatto gli elaborati progettuali relativi alla costruzione posta in essere dal confinante del Funicello o probabilmente il Responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Montecorice geometra G.G., tende a far si che vengano assolti gli imputati nel Procedimento Collegiale nr. 180/10 visto che tra gli indagati troviamo anche l’ing. A.V. marito di G.F, che a sua volta risulta, anche essere nipote di terzo grado del Tecnico Comunale Geometra G.G..
La signora Martino, denuncia perciò il fatto che, nonostante le macroscopiche illeicità commesse, i lavori continuano ininterrottamente e nessuno faccia nulla per fermarli, nonostante il fatto che il fabbricato in questione sia stato dissequestrato solo in relazione ad alcuni dei motivi per il quali era stato posto sotto sequestro, mentre permangono in essere le violazioni attinenti alla normativa sismica, al doppio della volumetria realizzata, al fatto che in quella zona è prevista la demolizione senza ricostruzione, tutti aspetti di gravi violazioni legislative, incomprensibilmente “dimenticati” forse dal P.M. che ha autorizzato il dissequestro o dall’Organo Collegiale del Tribunale di Vallo della Lucania che lo ha disposto, consentendo ad oggi la continuazione di quei reati già contestati e la prosecuzione di un’opera illegittima che, secondo la giurisprudenza della Suprema Corte, avrebbe dovuto comportare, oltre al risarcimento del danno, la demolizione del fabbricato.
Il povero Sig. Funicello, pressoché ogni settimana, si recava in Procura con il suo legale per cercare di capire le ragioni del contegno omissivo assunto dalla Magistratura, che consentiva la prosecuzione dei lavori, senza nessuno che si ponesse il problema di fermarli.
Probabilmente, tutto ciò, è stato stressante a tal punto da distruggere l’equilibrio psicofisico del defunto Sig. Funicello, il quale si è trovato esposto quotidianamente al rumore insopportabile dei martelli pneumatici che danneggiavano il muro di confine dell’abitazione di sua pertinenza senza poter fare alcunché e con il pensiero di essere stato abbandonato dalla Giustizia e dalle Istituzioni a cui si era rivolto.
La vedova Funicello si appella perciò anche al Presidente della Repubblica e al Ministro della Giustizia, affinché si faccia luce e chiarezza sulle responsabilità del caso, e sull’impunità conseguente all’intervenuto sostanziale affossamento di tutte le numerose denunce presentate dal marito e dalla medesima, nonché delle relative indagini.
Questa è la non lusinghiera “fotografia” della giustizia italiana amministrata nella costiera cilentana che emerge dalla vicenda sopra narrata.

PAVIA: CASA PIGNORATA PER SOLI 5.000 EURO. GIUDICI E PERITI ASSOCIATI A DELINQUERE?

Una villetta di pregio rischia di finire all’asta e una intera famiglia con persone anziane di venire gettata in mezzo alla strada per un modesto credito di una perizia del valore nominale di appena 5000 euro disposta dal tribunale nell’ambito di una causa per risarcimento danni.
A denunciarlo è Marta Merli – la stessa vittima che si è rivolta vanamente alla Procura della Repubblica e al C.S.M. – che more solito agisce solo contro i magistrati onesti costringendoli a dimettersi (De Magistris docet) e archivia ogni altro serio esposto nei confronti della parte marcia della magistratura di cui lo stesso CSM è espressione e immagine.
“Si va in tribunale per avere giustizia e si rischia di perdere la casa e sono proprio i giudici con la complicità di avvocati compiacenti e tecnici nominati da loro stessi.
Marta Merli è convinta che il giudice dell’esecuzione che ha rigettato il suo ricorso in opposizione sia d’accordo con il CTU e con chi ha interesse ad arrivare all’asta.
Il caso eclatante nell’attuale situazione di crisi ripropone l’urgente necessità di sollecitare l’introduzione di una legge per l’impignorabilità della prima casa e misure di sospensione dei procedimenti esecutivi nei confronti delle famiglie e delle aziende in stato di difficoltà.
Di seguito diamo voce alla sua drammatica storia pubblicata sulla Provincia Pavese.
MEZZANA RABATTONE (PV) Casa pignorata – e che ora rischia di finire all’asta – per un debito di 5mila euro. Un debito peraltro che Marta Merli, che in quella villetta di Mezzana Rabattone vive da anni con gli anziani genitori, contesta. Il debito, infatti, è il costo di una perizia disposta dal giudice del tribunale di Pavia per una causa che la stessa proprietaria della casa aveva promosso nei confronti del vicino, per alcuni lavori che avrebbero danneggiato la sua abitazione. Per dirimere la questione e capire se la richiesta di risarcimento è legittima, il giudice Fabio Lambertucci decide di disporre una perizia, che viene fatta da un geometra di Pavia.

La perizia non è però favorevole alla donna. Secondo il geometra, infatti, la crepa sul muro, che la proprietaria lamenta e che chiede le venga ripagata, sarebbe precedente ai lavori fatti dal vicino. Un parere che costa 5.122 euro. Dall’onorario risultano 508 ore di lavoro, fatte in un periodo totale di 254 giorni, e rimborsi spese per fotografie, telefonate, spese d’ufficio e anche il costo di noleggio di una piattaforma per visionare meglio i luoghi. Il geometra, inoltre, spiega che il lavoro si è rivelato «molto complesso», e questo fa lievitare il costo.

Quindi? «E quindi alla fine la perizia, che è stato il giudice a disporre, è stata addebitata a me – spiega la donna –, e non come sarebbe stato più logico a entrambe le parti, visto che ancora non c’è stata una sentenza. Cioè, il giudice non ha ancora deciso se ho torto oppure ragione, in quella causa». La procedura, va detto, lo prevede. Ma a spingere la donna alla denuncia sono soprattutto i passaggi che seguono la richiesta di pagamento della perizia.

«In accordo con il mio avvocato mi sono opposta al decreto di liquidazione, ma un altro giudice ha respinto la richiesta», prosegue la donna. Che tenta, a questo punto, un’altra strada. «Ho uno stipendio mensile di poche centinaia di euro – dice –. E quindi ho proposto il pagamento rateale del debito. Quello che chiedevo era di poter versare la cifra poco per volta. Ma anche questa richiesta è stata rifiutata». Insomma, senza quasi rendersene conto, la donna e i suoi genitori si ritrovano con una casa pignorata e con il rischio concreto che venga messa all’asta in tempi brevi.

«Ho provato ad oppormi anche a questo atto e ho presentato una richiesta di condanna per lite temeraria, visti i danni subiti da questa vicenda – dice Marta Merli – ma anche questo ricorso è stato rigettato. Peraltro il contenuto della perizia è stato contestato da un’altra consulenza, chiesta a un altro perito, che mette in dubbio le conclusioni a cui arriva il geometra. Ora mi chiedo: è possibile rischiare la casa per una perizia dubbia e un procedimento penale ancora pendente?». Il giudice dovrà provare a sbrogliare la matassa. Intanto è stato presentato, dalla donna, anche un esposto al collegio dei geometri di Pavia, che dovrà valutare eventuali irregolarità.
@mariafiore3
http://laprovinciapavese.gelocal.it/cronaca/2013/06/15/news/casa-pignorata-per-5mila-euro-1.7266189

Banche e Usura nel Pavese, imprenditore denuncia il proprio commercialista che chiede tassi fuorilegge

Banche e Usura nel Pavese, imprenditore denuncia il proprio commercialista che chiede tassi fuorilegge
16 luglio 2013
Il titolare di una ditta di autotrasporti soffocato dalle banche e dalla crisi denuncia. La procura chiede il processo: «Interessi anche del mille per cento».
CURA CARPIGNANO (PV). Gli accertamenti della Finanza avevano ipotizzato, per alcuni prestiti, tassi di interessi superiori anche al mille per cento. L’accusa da provare nel dibattimento è quella di usura, riporta un pezzo di Maria Fiore, sulla Provincia Pavese, ma per la quale la procura di Pavia ha chiesto il processo per Michele Quarto, 63 anni, commercialista di Cura Carpignano. L’udienza preliminare davanti al gip Erminio Rizzi è ancora in corso e potrebbe anche chiudersi con l’assoluzione dell’indagato, che ha presentato istanza di giudizio abbreviato. Il giudice ha aggiornato l’udienza all’8 ottobre, per sentire la parte offesa che si è costituita parte civile ed è rappresentata dall’avvocato di Voghera Lidia Agoni. Non si è invece costituito un avvocato di Torre d’Isola, che risulta allo stesso modo presunta parte offesa in questa vicenda.
In base alla ricostruzione dell’accusa, l’imprenditrice di Pavia si sarebbe rivolta al commercialista in un momento di difficoltà economica per la sua azienda. I capi di imputazione ricostruiscono, dal punto di vista della procura, i prestiti e i passaggi più salienti degli accordi tra l’imprenditrice e il commercialista tra il 2005 e il 2008.
In base alle accuse, il primo prestito è di 10mila euro. Dopo due settimane la donna avrebbe restituito 12mila euro. In questo caso, secondo l’accusa, sarebbe stato applicato un tasso di interesse annuo del 486,66 per cento a fronte di un tasso antiusura del 19,5 per cento annuo.
Qualche giorno dopo, la richiesta di prestito è di 50mila euro. A fronte di questa cifra, il commercialista si sarebbe fatto promettere la restituzione di 56mila euro, in quattro mesi, attraverso l’emissione di sette assegni post datati, dell’importo di 8mila euro ciascuno. Una cifra che la donna non sarebbe stata più in grado di restituire. E che avrebbe dato luogo a un ulteriore incremento del debito, fino a 108mila euro. Ma due contestazioni riguardano anche prestiti a tassi fuorilegge che sarebbero stati concessi a un avvocato di Torre d’Isola. In questo caso si parla, negli atti dell’accusa, di un prestito di 35mila euro e di una restituzione, nel giro di un anno, di 49mila euro, con l’applicazione di un tasso annuo del 41,82 per cento, secondo la procura. A gennaio del 2008 all’avvocato sarebbe stato concesso un prestito di 88mila euro, diventati nel giro di due anni 125mila euro. Contestazioni che la difesa conta di riuscire a smontare nel corso del processo. «Accuse infondate e contraddittorie – si limita a dire l’avvocato difensore –. Alla luce della documentazione prodotta siamo certi di riuscire a dimostrare l’estraneità del professionista ai fatti contestati».
@mariafiore3
http://laprovinciapavese.gelocal.it/cronaca/2013/07/16/news/usura-accuse-a-commercialista-prestiti-con-tassi-fuorilegge-1.7433060

Calabria: Solitudine degli imprenditori e complicità dello Stato-Mafia

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“L’imprenditore Antonino De Masi ha l’unica colpa di restare onesto in un territorio ostile come la piana di Gioia Tauro. E’ in guerra da anni con la mafia, le banche e lo Stato. La mafia è la mano militare che minaccia, vuol prendere la sua azienda a colpi di Kalashnikov. Le banche esercitano il ruolo di raffinati torturatori: tassi da usura, abusi, variazioni unilaterali dei contratti. Lo Stato assiste inattivo a tanto scempio. L’unica arma di De Masi è la legalità che ha funzionato, almeno sulla carta. La Cassazione ha condannato tre banche per il reato di usura nei suoi confronti (BNL, Antonveneta e Banca di Roma) e 14 sentenze di TAR e Consiglio di Stato gli hanno assegnato un mutuo anti usura. Ma è dal 2006 che Antonino e i suoi 100 operai attendono l’apertura del mutuo dallo Stato. Ciò costringerà De Masi alla chiusura della sua azienda il 20 luglio. Il MoVimento 5 Stelle chiede che venga istituita al più presto una commissione d’inchiesta parlamentare che lavori per accertare gli eventuali crimini bancari nel nostro Paese.”
M5S Camera

Dal Blog di Beppe Grillo
L’INTERVISTA
Eroi civili. L’imprenditore De Masi: «La mia vita contro le banche usuraie»
30 Aprile 2013
di Domenico Naso
Nell’Italia in crisi economica e politica, c’è chi muore di fame, chi ha perso tutto, chi reagisce alla disperazione sparando su due innocenti servitori dello Stato. Ma c’è chi sceglie un’altra strada, quella dell’eroismo civico, ostinato e silenzioso. Una battaglia quotidiana contro le ingiustizie che può durare anche dieci anni, contro lobby granitiche, poteri forti e consolidati sistemi economici. Una battaglia che, però, si può vincere. È il caso di Antonino De Masi, imprenditore di Rizziconi, nella piana di Gioia Tauro, che circa dieci anni fa si è accorto che qualcosa non andava nel suo conto in banca. Erano “spariti” circa sei milioni di euro, in un contesto di investimenti per la realizzazione di alcune attività imprenditoriali beneficiate anche da fondi pubblici, perché le banche avevano applicato un tasso superiore al 35%, erodendo di fatto tutti i soldi pubblici arrivati.
Da quel giorno non si è più fermato, fino a quando non ha ottenuto giustizia con sentenza passata in giudicato: le banche, ha stabilito il giudice, hanno praticato l’usura nei confronti delle aziende di Antonino De Masi e ora dovranno risarcirlo.
I danni subiti, dopo un’accurata perizia, sono stati calcolati nella misura di 215 milioni di euro. Un’enormità, soprattutto per un imprenditore. Calabrese. E in tempo di forte crisi economica.
Vittoria simbolica, di principio? Nemmeno per idea: De Masi quei soldi li vuole, giustamente, e si dichiara pronto a lottare per altri dieci anni, se necessario.

Come è cambiato il rapporto impresa-banca dopo le sentenze sul suo caso?
«Grazie alle mie battaglie, che ho iniziato dieci anni fa, è cambiato totalmente questo rapporto. Io ho iniziato questa battaglia molto prima degli scandali Parmalat, Cirio, ecc. Parlare di crimini bancari all’epoca era una bestemmia. Con le mie denunce, dal 2002 in poi, si è capito cosa c’è dietro il comportamento degli istituti di credito, cioè la politica del massimo profitto, la volontà di rubare i soldi dei risparmiatori. Le do un dato: in Italia ci sono 85 milioni di rapporti bancari e la banca addebita 10 euro a trimestre. Cioè 3,4 miliardi l’anno che vengono trasferiti dalle tasche dei risparmiatori a quelli delle banche. Poi bisogna considerare che tre banche detengono il 50% di quei rapporti bancari, e quindi solo questi tre istituti si mettono in tasca 1,7 miliardi di euro. Se poi ricordiamo che il conto corrente in Italia costa tra i 90 e i 140 euro in più rispetto al resto d’Europa, è evidente che siamo di fronte alla più grande truffa ai danni dei cittadini. Io questo ho fatto: ho dimostrato con atti, fatti e circostanze, cosa c’è dietro».

Nella politica e nello Stato ha trovato alleati o ostacoli?
«La politica non può litigare con le banche. Non se lo può permettere…»

Anche le imprese pare che preferiscano il silenzio. Hanno paura che le banche chiudano i cordoni della borsa del credito?«E’ vero, gli imprenditori sono terrorizzati. Se le attacchi, le banche ti chiudono le porte e ti estromettono dal sistema. Sei finito».

Una perizia ha stabilito che i danni alle sue aziende ammontano a 215 milioni di euro. Lei spera di ricevere il risarcimento dalle banche? O si accontenta della vittoria simbolica?
«Certo che ci spero. È il frutto di dieci anni di guerre. E sono pronto a farne altri dieci, se non mi risarciranno. Ci sono delle leggi, la cui violazione viene punita solo se commessa da cittadini, creando una disparità tra cittadini e banche. Allora non viviamo più in un paese democratico. E se è così qualcuno deve avere il coraggio di ammetterlo e spiegarmelo».

Lei ha vinto una battaglia contro il potere forte per eccellenza. Come ha fatto?
«Ho portato in tribunale questi criminali nel nome delle leggi e del diritto. Non ho vinto per capacità di lobby. Anzi, ho vinto contro il potere più forte che esiste in Italia e contro gli avvocati più importanti e potenti del paese».

A cosa ha dovuto rinunciare in tutti questi anni di battaglie contro l’usura bancaria?
«Tutte le vittorie le ho pagate carissime sulla mia pelle. Anche fisicamente. E anche se faccio l’imprenditore, e di impegni ne avrei già abbastanza, da dieci anni studio 10-12 ore al giorno e, mio malgrado, sono diventato uno dei massimi esperti italiani in materia».

E alla fine ne è valsa davvero la pena?
«Questa è la domanda delle domande… Da cittadino che osserva le leggi e che vuole vivere in un paese democratico, dico di sì, ne valeva le pena.
Il problema è quando prevale l’essere razionale. Penso spesso a quanto mi è costato tutelare i miei diritti…»
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